Visto che vogliamo fare le cose fatte bene e che siamo riusciti a mettere insieme una giuria d’eccezione per questa prima edizione del premio letterario Francis Marion Crawford, non poteva mancare un sito dedicato all’iniziativa con tutte le notizie e le curiosità legate all’evento.
Archivi autore: Antonio Ferrara
PREMIO CRAWFORD SITO UFFICIALE
Stefano Pastor presidente di giuria del premio Francis Marion Crawford
È con immenso piacere che vi comunico che il presidente di giuria del Premio Francis Marion Crawford I Edizione sarà lo scrittore Stefano Pastor. A lui spetterà l’ingrato compito di selezionare il vincitore tra i dieci finalisti.
Personalmente ho letto tutti i suoi libri e anche qualcosa di eccezionale non ancora pubblicato da Pastor e posso dirvi che oltre un professionista della scrittura si è dimostrato anche una persona attenta e disponibile nei confronti dei giovani autori emergenti. Questa sua partecipazione al Premio Crawford è l’ennessima testimonianza della sua sensibilità. Merce rara di questi tempi.
Dal sito di Pastor: “Il mio nome è Stefano Pastor e sono nato a Ventimiglia nel 1958. Dal 2011 mi sono trasferito a Cento, in provincia di Ferrara. Appassionato di scrittura fin da giovane, ho potuto dedicarmi a questa passione solo dal 2008, dopo vent’anni passati nel commercio di musica e film. Quello che per tanti anni mi è parso un ostacolo insormontabile, ovvero trasferire le mie storie sulla carta, si è rivelato invece un autentico piacere. In questi quattro anni mi sono rivelato molto prolifico, producendo parecchi manoscritti, e le mie storie spaziano in ogni genere, dal thriller alla fantascienza, dal fantasy all’orrore, dall’avventura alla commedia, dal drammatico al fantastico puro, che è il mio genere preferito.
Ho atteso quasi due anni prima di tentare una pubblicazione. Il mio primo successo l’ho ottenuto vincendo il Premio Letterario Città di Ventimiglia col romanzo HOLIDAY, pubblicato dall’Editrice Zona col titolo di RITORNO A VENTIMIGLIA nel maggio 2010. Presomi coraggio, ho continuato a partecipare a concorsi, vincendo il Premio Le Fenici indetto da Montag col thriller L’INTERVISTA, pubblicato nel novembre 2010. Il mio romanzo L’ILLUSIONE è risultato tra i vincitori del Torneo IoScrittore 2011, indetto dal gruppo Gems, ed è stato appena pubblicato da Fazi col titolo IL GIOCATTOLAIO.
Ho anche continuato la ricerca di editori disposti a investire su di me e pubblicare i miei libri, venendo in contatto dapprima con Ciesse Edizioni e Zerounoundici Edizioni, e in tempi più recenti con Il Foglio Letterario.
I miei racconti hanno partecipato a parecchi concorsi mensili indetti dalla XII Edizioni: USAM-Una Storia Al Mese, che ho vinto tre volte con i racconti Lupastro, Bambole e Un’Altra Vita, e Minuti Contati, che ho vinto tre volte con Funerale, Mulo e Specchio.”
Pubblicazioni:
RITORNO A VENTIMIGLIA (HOLIDAY), Editrice Zona (maggio 2010) Premio Letterario Città di Ventimiglia
Ranocchio, nell’antologia Mistero, a cura di Nicola Roserba, Il Mondo Digitale Editore (luglio 2010)
L’INTERVISTA, Edizioni Montag (novembre 2010) Premio Le Fenici
CREATURE, Ciesse Edizioni (dicembre 2010) comprende le novelle Macello, Palme, Il Giardino di Gesso e Luce.
LA CORREZIONE, Ciesse Edizioni (dicembre 2010)
MORTE, Ciesse Edizioni (febbraio 2011)
Freaks, nell’antologia Fratelli di Razza, a cura di Nicola Roserba, il Mondo Digitale Editore (febbraio 2011)
LA PRIGIONE, Zerounoundici Edizioni (marzo 2011)
FAVOLE DELLA MEZZANOTTE, come curatore, Ciesse Edizioni (maggio 2011) contiene la novella Lizzi Bizzi e la Strega Rossa
UNO, Zerounoundici Edizioni (settembre 2011)
Inaffondabile, nell’antologia Corsetti, Velluto e Pirati, ebookVanilla (ottobre 2011)
CAM, Ciesse Edizioni (novembre 2011)
Bianco e Nero, Graphe.it (gennaio 2012)
I GIORNI DELLE BESTIE, Il Foglio Letterario (febbraio 2012) comprende i racconti: Spike, Lupastro, Coniglio, Confessioni, Funerale, Cavalli, Lucertola, Un Ragazzo e il suo cane e Galline
STELLA, Zerounoundici Edizioni (marzo 2012)
La Lezione, Gerarchia, Mulo, Chicco e Specchio, nell’antologia Minuti Contati, a cura di Maurizio Bertino, Nero Press (luglio 2012)
IL GIOCATTOLAIO, Fazi Editore (agosto 2012)
Sito dello scrittore Stefano Pastor
PREMIO FRANCIS MARION CRAWFORD
PREMIO Francis Marion Crawford per la letteratura HORROR
I EDIZIONE
L’Associazione Culturale “La biblioteca di Derry” indice il bando di concorso Francis Marion Crawford, selezione letteraria per racconti di genere HORROR.
Sono accettati racconti inediti (mai pubblicati in cartaceo o sul web) di lunghezza compresa fra 10.000 e 20.000 battute spazi compresi. Ogni autore può partecipare con un massimo di tre racconti.
1) Modalità di invio
Le opere devono essere inviate via email all’indirizzo premio.crawford@gmail.com Nel testo della mail devono essere riportati: dati dell’autore (nome, cognome, residenza, dati anagrafici, telefono e mail) e dichiarazione di proprietà letteraria dell’opera. Nell’oggetto della mail deve essere indicata la dicitura “Nome autore – Premio Crawford“. Il nome del file deve essere denominato “titolo dell’opera” e non deve riportare in alcun modo il nome dell’autore, neppure al suo interno.
2) Scadenza
Gli elaborati dovranno essere inviati entro la mezzanotte del 30 settembre 2013
3) Costo e modalità di iscrizione
L’iscrizione al premio è totalmente gratuita. Sarebbe comunque gradito l’acquisto de:
“GLI OCCHI DEL MALE di Antonio Ferrara” al prezzo di un caffè (0,89), visto che il vincitore sarà pubblicato nel prossimo romanzo dell’autore.
4) Giuria
I testi finalisti saranno giudicati da una giuria che sarà annunciata durante il concorso. Al suo interno potranno essere presenti membri dell’associazione “La biblioteca di Derry”.
5) Obblighi dell’autore:
Partecipando al concorso, l’autore dichiara implicitamente di accettare ogni norma citata nel presente bando.
6) Premio:
L’autore vincitore vedrà pubblicato il suo racconto all’interno del romanzo “Grida oltre il silenzio” di Antonio Ferrara (pubblicazione prevista novembre 2013). Otterrà inoltre visibilità attraverso i canali “Della biblioteca di Derry” e tramite un’intervista che verrà pubblicata sul sito “Uno sguardo oltre la siepe” Inoltre il vincitore riceverà una copia cartacea del romanzo “L’URLO BIANCO” autografata e con dedica da parte dell’autore e una copia cartacea del racconto “La Cuccetta superiore” di Francis Marion Crawford.
I primi dieci classificati riceveranno anch’essi una copia cartacea de “La Cuccetta superiore” di F. M. Crawford.
Ricordiamo a tutti i partecipanti che la pagina ufficiale del premio sarà questa: PREMIO F. M. CRAWFORD.
7) Tutela dei dati personali:
Ai sensi della legge 31.12.96, n. 675 “Tutela delle persone rispetto al trattamento dei dati personali” la segreteria organizzativa dichiara, ai sensi dell’art. 10, “Informazioni rese al momento della raccolta dei dati”, che il trattamento dei dati dei partecipanti al concorso è finalizzato unicamente alla gestione della selezione e all’invio agli interessati dei bandi delle edizioni successive; dichiara inoltre, ai sensi dell’art. 11 “Consenso”, che con l’invio dei materiali letterari e grafici partecipanti al concorso l’interessato acconsente al trattamento dei dati personali; dichiara inoltre, ai sensi dell’art. 13 “Diritti dell’interessato”, che l’autore può richiedere la cancellazione, la rettifica o l’aggiornamento dei propri dati.
Il 9 aprile del 1909, ad appena 55 anni, nella sua villa di Sant’Agnello moriva lo scrittore americano Francis Marion Crawford.
Giunse in viaggio di nozze all’”Albergo della Cocumella”, e, gli piacque talmente questo posto che decise di viverci per sempre. Scelse di abitare nella villa che si affaccia sul mare sul bordo del cosidetto Golfo del Pecoriello, la casa che nel 1957 i suoi eredi donarono all’Istituto delle Suore di Don Bosco. Crawford morì nel giorno di venerdì santo;
Francis Marion Crawford era nato a Bagni di Lucca il 2 agosto 1854 da Louise C. Ward e Thomas Crawford, noto scultore americano.
Studiò in Inghilterra e viaggiò moltissimo, soprattutto in oriente. Parlava correttamente sedici lingue. Nel 1882 pubblicò il primo romanzo; nel 1885 giunse a Sorrento in viaggio di nozze e iniziò la sua carriera di brillante scrittore di successo.
Nei successivi 24 anni mantenne sempre la residenza a Sant’Agnello mentre continuava a girare per il mondo per tenere conferenze e raccogliere materiale per il suo lavoro.
Scrisse oltre quaranta romanzi e vari volumi di storia.
Negli anni compresi fra l’Ottocento e il Novecento fu lo scrittore più prolifico e conosciuto nel mondo anglosassone.
Abbiamo deciso di dedicare un premio del genere a questo scrittore che tanto ha amato la nostra Italia. Mi è capitato di visitare più volte la sua residenza e tra quelle stanze affacciate sul mare si respira ancora la sua presenza e la sua personalità. Rileggendo i suoi scritti si riesce a rivivere quei luoghi e quelle atmosfere.
Antonio Ferrara
“Gli occhi del male” disponibile su Amazon
Come da titolo il mio romanzo d’esordio “GLI OCCHI DEL MALE” è disponibile su Amazon.
Si tratta del mio primo romanzo di senso compiuto che fu pubblicato nel 2002 in formato cartaceo. Rileggendolo mi sono reso conto di come ero ragazzo e ingenuo (lo sono ancora) e se all’epoca questa storia per me era un “Horror” come Dio comanda, ora rileggendolo lo definirei un “Teen Horror” (ma niente canini da smorfiosa e vampiri radical chic da baretto). La mia scrittura è molto cambiata in questi anni, ma sono orgoglioso di questo romanzo perchè è la prima storia che ho narrato. Fu scritto nel mese di agosto del 2000 a Scario, proprio il paesino protagonista delle scorribande dei personaggi. Quello che posso augurarmi è che la storia vi piaccia e che vi riesca a regalare un poco di relax. Io mi sono divertito a scriverla e spero che voi vi divertiate a leggerla.
Per ironia della Morte di Claudio Vergnani
Ci sono storie che entrano nel cuore dei lettori. Autori che riescono a donarci avventure che non vorremmo finissero mai. Personaggi che diventano nostri amici. Vergy, uno dei tre ammazzavampiri creati da Claudio Vergnani è sicuramente uno di questi. Per ben tre romanzi, insieme ai suoi fidi compari, ci ha trascinato in avventure oscure e terrificanti, sempre in bilico tra ciò che è giusto e ciò che è invece sbagliato, a caccia di vampiri famelici e situazioni adrenaliniche.
Per chi ha amato la trilogia di Vergnani, Vergy è un personaggio familiare, un uomo che unisce la forza bruta della violenza a inaspettati slanci di filosofia. Un po’ il veterano, il saggio del gruppo. Ma è sempre stato così? Cosa è successo e cosa ha vissuto per diventare quello che ormai conosciamo?
In Per ironia della Morte, il nuovo romanzo di Claudio Vergnani, edito da Nero Press Edizioni, troverete le risposte a queste domande. E troverete un’avventura inedita e originale rispetto a quelle che siamo abituati a leggere quando si tratta di Vergnani e dei suoi personaggi.
Inizio del nuovo millennio, un Vergy di dieci anni più giovane si trova a vivere una singolare avventura tra le calli di una Venezia cupa e minacciosa come non mai. Una fuga da mostri e nemici che non hanno nulla a che fare con le forze sovrannaturali che il nostro protagonista ha dovuto affrontare nei romanzi Il 18° vampiro, Il 36° giusto e L’ora più buia. Qui il pericolo è reale, umano, fatto di sicari spietati e assassini senza coscienza. Vergnani, in questo romanzo, si discosta dalle sue radici horror per regalarci un thriller mozzafiato, con un protagonista degno dei migliori Hard Boiled della tradizione.
Uno sguardo oltre la siepe va in letargo…
Uno sguardo oltre la siepe chiude i battenti, o quasi.
Quando ho deciso di aprire questo blog già scrivevo romanzi. Oggi scrivo meno romanzi e molto di più sul blog che comunque mi ruba un sacco di tempo per leggere e scrivere. Dopo averci pensato molto, do deciso di tenerlo aperto esclusivamente per informare i più delle mie produzioni letterarie e dei vari traguardi che spero di raggiungere durante il mio percorso di crescita letteraria. Da questo momento in poi non ci saranno più segnalazioni di concorsi e iniziative, tantomeno segnalazioni di nuove uscite da parte di case editrici e diciamola tutta, le stesse case editrici che ti contattano per informarti del loro ultimo capolavoro in uscita, ma che poi se ne fregano se hai due o tre romanzi nel cassetto. Mica a loro interessa? A loro interessa solo pubblicizzare il più possibile quello che hanno in quel momento e mica tu sei uno scrittore? Sei uno che ha un blog e quindi sei un blogger!
Bene, tutto questo è profondamente errato. Io NON sono un blogger, NON un adetto ai lavori, NON un recensore, NON un giornalista, NON un opinionista e così via. Io sono uno scrittore (inteso come autore, ovvero il creatore dell’opera letteraria, colui che concepisce un “disegno” nella propria mente e lo trascrive su pagina o su un file elettronico di un computer. Da oggi si cambia e ci si concentra sulla propria produzione letteraria e sulle possibili collaborazioni letterarie con altri scrittori in cerca di editore. Sì, perchè se a qualcuno fosse sfuggito, io sono sempre in cerca di un editore.
Antonio Ferrara
Gli occhi del male. Romanzo a puntate (Capitolo finale)
“E adesso cosa faccio?”
“Nascondi il cadavere” mi sussurrò una voce.
Misi il fucile a tracollo, presi l’uomo per le braccia e iniziai a trascinarlo. Il rumore dei piedi del cadavere che scendevano le scale mi atterriva… ero fuori di senno. Decisi di portarlo in cantina, dove avrei potuto occultare il corpo, per poi decidere con tutta calma sul da farsi. Per non lasciare impronte di trascinamento sul terreno che divideva l’abitazione dalla cantina, decisi di prendere in groppa il cadavere. Era pesante, ma i passi che dividevano l’entrata della casa dalla cantina adiacente erano davvero pochi. Passando vicino alla mia auto vidi il mio riflesso. Ma che stavo facendo nel giardino di casa mia con in braccio un cadavere di uno sconosciuto? Come avrei potuto mai spiegare? Il finestrino dell’auto specchiava alla perfezione sia la mia sagoma, che quella del povero uomo. Aveva il busto, la testa e le braccia penzolanti dietro di me, mentre le sue gambe penzolavano in avanti. Aveva gli occhi sgranati… ed erano bianchi.
“Ma cosa Accidenti?”.
Con un movimento fulmineo, catapultai l’uomo per terra… lui si rialzò. Puntava con entrambe le braccia protese in avanti verso di me. Non ci potevo credere; sembrava uno zombi… e forse lo era. Ero stanco, ma anche abituato a quei maledetti esseri con gli occhi bianchi. Afferrai il fucile che avevo a tracolla; appena la creatura mi fu vicina; mirai alla testa e feci fuoco. La sagoma cadde al suolo e la sua faccia non aveva perso i tratti, non c’era più. Buttai il fucile per terra e trascinando il cadavere mi diressi verso la cantina. A differenza delle altre volte, ero contento, non so, una contentezza isterica; dovuta dal fatto di non aver ucciso un uomo, ma una di quelle cose… che si spacciava per tale. Quando mi accinsi ad aprire la porta della cantina…
“Fermo.” Lasci quell’uomo e si metta per terra.”
Polizia e Carabinieri erano penetrati nel giardino di casa mia
Nella cantina di casa trovarono i cadaveri dei miei amici. Non so cosa successe, mi dissero poi che nella cantina dove stavo trasportando quell’essere furono trovati Marco, Stella e Ricky.
10 anni dopo…
“Venni accusato dell’omicidio di Stella, Marco e Ricky, adesso dopo dieci anni, sono ancora rinchiuso in questa clinica psichiatrica. I corpi dei miei amici, quelli veri, da me scoperti, non sono stati più ritrovati. Le autorità locali, negarono anche il fatto di aver ricevuto telefonate anonime al riguardo. Il Diario di Ricky, quello di cui le ho parlato nel mio racconto… scomparve. Quando fui arrestato, mi fu sottratto… non ho idea di che fine abbia fatto.
“Lei da dieci anni si ostenta, anche a detta di miei colleghi, a raccontare sempre la stessa storia.” Disse l’uomo in giacca e cravatta seduto dall’altra parte del tavolo.
“Sì, certo. È la verità. I suoi colleghi psicologi, psichiatri, o quello che sono, mi reputano un pazzo, un visionario, un folle… e con tutta probabilità, lei penserà la stessa cosa non appena sarà uscito da qui dentro.”
“Come fa a dire che i cadaveri trovati nella sua cantina, in realtà non erano proprio quelli dei suoi amici?”
“Mi dissero che il fatto più raccapricciante era quello che ai cadaveri erano stati asportati gli occhi; da qui ne ho dedotto che quelli ritrovati erano i “mostri” e non i miei amici. Poi c’è un un particolare che conferma ciò che dico.”
“Ovvero?.”
“Ricky, morì da bambino, quello che le autorità hanno trovato in cantina era un uomo adulto.”
“Mi tolga una curiosità. Che fine ha fatto la ragazza di nome Daniela?”
“Non era una ragazza, mi dissero che una Daniela Imperatis non era mai esistita, ma io già lo sapevo… lei in realtà era lì per cacciare qualche anima… prese quella di Marco.”
“E cosa mi dice al riguardo di Stefania?”
“La Stefania De Pretis che io tanto decantavo, non fu più trovata, mi dissero che non esisteva nessuna ragazza con quel nome. Anche la casa da me segnalata era abitata solo da due anziani… non avevano figli.”
“Lei come se lo spiega una cosa del genere? Non ha mai pensato di essersi sognato tutto?”
Le posso garantire che non mi sono sognato un cazzo. Anche in questo caso ho una mia teoria.”
“Bene, mi dica, sono qui per ascoltarla.”
“La morte.”
“Prego, come ha detto?”
“Ho detto la morte. La mietitrice di anime, la regina nera; non importa come la si chiami.”
“Lei adesso mi vuol far credere che la Stefy del suo racconto, in realtà era la morte?”
“Esatto. Lei mi era sempre vicina, aspettava, aspettava me. Non mi ha aiutato in nessuna occasione. Quando ho affrontato il male, lei era sempre in disparte. Non poteva intervenire, il suo compito era solo quello di prendere la mia anima, nel caso io… Quando la trovai riversa sul pavimento del bagno dell’autogrill, capii che era stata pestata. Ragionando sulla cosa ho dedotto che era stata picchiata, in qualche modo punita. In alcune situazioni mi era stata di grande aiuto, come nello scantinato, quando fu lei a voler cambiare direzione. Non credo che ne sarei uscito vivo senza il suo prezioso contributo. In quell’occasione fu punita da una forza superiore. Aveva sforato, era arrivata oltre le sue competenze… non credo che potesse farlo.”
“È incredibile, lei si è riuscito ad accaparrare i favori della morte.” disse l’uomo stupito “Cosa mi sa dire al riguardo del suo cane?”
“Il mio amico, in tutti i sensi. Anche il mio protettore, credo che sia stato lui a calarci la scaletta nel pozzo.”
“Un cane che porta una scala, la fissa e la fa scendere in un pozzo? Non le sembra un po’ troppo?”
“Non un cane… vogliamo chiamarlo… Angelo?”
“Che cosa? Lei mi vuol far credere che il suo cane in realtà era il suo angelo custode?”
“Perché no. Quando siamo usciti dal pozzo lui c’era, ogni volta che mi sono trovato in difficoltà… lui c’era.
È tornato a casa, dopo che lo avevamo perso a centinaia di chilometri, tirandomi fuori da un casino…”
“I cani sono intelligenti, e hanno uno spirito protettivo sui loro padroni, questo è vero, anche il fatto che sia tornato a casa è una costante riscontrata più di una volta nell’universo canino, ma da questo, a dirmi che il suo cane è un angelo… c’è ne passa, no?”.
“Non le sto dicendo che il mio cane era Rin Tin Tin. Ma lei come fa a spiegarsi che sia ritornato a casa in un tempo così breve? Le garantisco che è impossibile per un essere mortale. Poi c’è l’episodio della vasca: Quando Marco fuoriuscì da quella maledetta vasca, ricordo che prima di svenire vidi Demon. Con tutta probabilità fu lui a portarmi in salvo.”
“Il suo amico Marco è morto… Come lo spiega? Eppure dal racconto del suo diario, lo spirito di Ricky gli disse che poteva anche salvarsi…”
“Bella domanda, crede di farmi cadere in contraddizione, per poter affermare che le sto raccontando un mare di stronzate, non è vero?”
“No, assolutamente, cerco solo di capire come sia andata la storia, tutto qui.”
“Marco morì perché aveva tradito l’amicizia. Padre Alfonso, mi disse che solo l’amicizia e l’amore che ci univa avrebbero potuto sconfiggere il maligno. Marco andando a letto con la mia ragazza, che poi era… bè… un lupo. Tradì qualunque sentimento benevolo, cadendo nella trappola…”
“Guardi, lei ha raccontato la storia nei minimi particolari, com’è possibile che riesca addirittura a ricordare i dialoghi intercorsi fra lei e questi fantomatici personaggi?”
“Un incubo non si dimentica con facilità. Ma poi quali personaggi? Le sto dicendo senza mezzi termini, che l’intera vicenda è andata così come le ho spiegato. Non sono un assassino. Non ho ucciso i miei amici.”
“Ah, vede, mi ha parlato d’incubo, allora si è sognato tutto?”
“Non era un incubo, l’ho detto solo per farle comprendere le atrocità di cui sono stato testimone.”
L’uomo si alzò dalla sedia dirigendosi verso la finestra alle sue spalle.
“Se lei continua a raccontarmi queste assurdità, io non potrò esserle di nessun aiuto. Non posso farla uscire da questa clinica, capisce?”
“Scusi, a lei che importa, mica è il mio avvocato?”
“No, ma vede, lei è un uomo di grandi capacità, è un peccato vederla rinchiuso in un posto del genere… è sprecato.”
“Ho detto solo la verità. E continuerò a dirla, finché avrò vita.”
“Sì, questo non lo metto in dubbio, ma una piccola bugia potrebbe aiutarla… Poi il fatto che lei ricordi tutto è un bene per noi.”
“Cosa? Non lo mette in dubbio? Allora mi crede? Lei mi crede?”
“Detto tra noi, io potrei anche crederla, ma non lo dica in giro…”
“Non intendo mentire, mentirei anche ai miei poveri amici… è il minimo che possa fare per loro è dire la verità, non voglio che si siano sacrificati per niente.”
“Deve capire che per le persone risulta un po’ difficile comprendere cose del genere. Si reputano credenti, vanno in chiesa tutte le domeniche, ma in realtà i veri credenti, quelli che anche senza andare in chiesa credono sul serio, sono davvero pochi.”
“Sì, sono d’accordo con lei, ma cosa dovrei fare… dire: guardate che ho avuto allucinazioni, adesso sono guarito, arrivederci a tutti e grazie?”
“Esatto. Lei deve mentire, solo mentendo riuscirà a riavere la libertà.”
“Guardi, che non voglio affrontare una vita di rimorsi, preferisco stare qui e avere l’anima in pace.”
“Mi sono scomodato personalmente per tirarla fuori da questo posto… Ma deve collaborare.”
“Si è scomodato? Scusi ma lei chi è?”
“Comunque sia, mi dispiace, ma adesso devo proprio andare” disse l’uomo guardando dalla finestra.
“No. Aspetti un attimo. Lei ha detto di credermi, vero?”
“Certo. Io la credo, ma nessun altro lo farà al di fuori di me. Mi dispiace non poterla portare via da questo posto. Lei è riuscito a mediare con la morte, a capire che il suo cane era un protettore, a comprendere e affrontare le tenebre… mi riferisco al lupo, e infine è sfuggito al male. Il fatto più sorprendente e che lei è ancora vivo. Guardi è assurdo.”
“Allora lei crede ad ogni mia parola?”
“Come non potrei.” disse l’uomo, voltandosi.
Il suo sorriso era bianco, come i suoi occhi.
“Ma… Ma lei… è uno di quegli esseri? Un alfiere del male?”
“Fuochino… Io sono il Male.
Continua…
Antonio Ferrara intervista Alessandra Zengo
1. Chi è Alessandra Zengo per Alessandra Zengo?
Alessandra è un piccolo mistero anche per se stessa. È un ossimoro vivente che può essere, a seconda delle situazioni, tutto il contrario di tutto. È estroversa e riservata; solare e malinconica; decisa e tuttavia raggiunge i livelli più alti di insicurezza. È una accanita lettrice con una grande passione per la pizza, la cedrata, gli animali e gli stimoli intellettuali che fanno muovere le rotelle del suo cervello iper-eccitabile. Non riesce a concepire anche un solo minuto della sua vita che non sia impegnato a fare almeno tre cose contemporaneamente. Anche mentre dorme pensa a quello che dovrebbe/potrebbe fare. I suoi sogni, nonostante siano criptici, fantascientifici e al limite del surreale, come le allucinazioni a occhi aperti, sono di grande ispirazione.
2. Hai fondato il blog letterario collettivo Diario di Pensieri Persi di cui sei l’amministratrice e curatrice; dal luglio 2011 sei caporedattrice di Urban Fantasy, portale italiano dedicato al fantastico. Dal 2012 dirigi il periodico trimestrale Speechless Magazine di cui sei l’ideatrice. Dal 2013 lavori anche per una casa editrice. Riesci a gestire il tutto?
Non sono ancora deceduta, quindi la risposta è sì. Per sapere se lo faccio bene dovresti chiedere ai miei collaboratori, che mi sopportano costantemente (come io sopporto loro). Sono molto sprovveduta, non ho tantissimo tempo, ma mi piace immensamente quello che faccio: lavorare nel “mondo libro”. Praticamente un sogno che si realizza, un hobby che è cresciuto lentamente e poi esploso. È una soddisfazione immensa poter dare sfogo alla mia passione, lavorare con team diversi, vedere il proprio lavoro apprezzato ed essere soddisfatta io stessa, nonostante io cerchi sempre di migliorarmi. Step by step.
3. Tu dici che il tuo sogno segreto è poter realizzare i sogni degli altri. In che senso?
Nel senso che fare felici gli altri è una cosa bellissima. Ancora più bella se facendolo riesci a gratificare anche te stesso.
4. Edizione cartacea o e-Book?
Entrambi. Non sono una cultrice ossessiva del cartaceo, ma adoro vedere la mia libreria, la mia scrivania, il mio comodino e la mia cassettiera straripanti di libri. Credo però che il digitale abbia grandi potenzialità ancora inespresse, e soprattutto è comodo ed economico. Con l’ipad e l’e-reader, poi, leggo molto più velocemente e posso portare con me migliaia di libri contemporaneamente. L’unico problema è scegliere. Con SL Books ho cercato di sfruttare tutte le possibilità che il digitale offre all’editoria, e spero di esserci riuscita almeno in parte. Non vedo l’ora di vedere il lavoro ultimato. E vedere qual è l’effetto finale. E chiaramente una copia cartacea entrerà a far parte della mia libreria.
5. Il libro che consiglieresti di leggere?
Scelgo tra le montagnette di libri che mi circondano ora: Nord e Sud di Elizabeth Gaskell; Grandi Speranze di Charles Dickens; Il secolo breve di Eric J. Hobsbawm e Senza chiedere il permesso di Lorella Zanardo.
6. L’ultimo libro che hai letto?
Ho appena finito The Hammer and the Blade di Paul S. Kent. Uno sword & sorcery altamente consigliato. Ho adorato i due protagonisti: Nix e Egil.
7. Se dico Stephen King?
Io e il caro Stephen abbiamo uno strano rapporto. Non sono mai riuscita ad amarlo e apprezzarlo veramente, anche se non ho ancora letto tutti i suoi romanzi. Nella mia libreria, però, c’è lo scaffale dedicato a King, al cui fianco trovano collocazione Alan D. Altieri e Haruki Murakami.
8. La bambina senza cuore?
La bambina senza cuore è il titolo di una storia che ha avuto diversi titoli. L’ultimo in ordine di tempo è stato Hidden Heart, con cui ha partecipato al concorso di Fazi. Ho conosciuto Lola, la protagonista, proprio grazie a questo contest. Il romanzo non vinse, ma l’incipit di Emanuela è stato l’unico, tra quelli letti, che mi aveva colpito. Alcuni mesi dopo, non ricordo di preciso quando, ho chiesto a Emanuela quale sarebbe stato il destino di quella storia. La lessi e poi proposi alla sua creatrice la pubblicazione con Speechless. Ricordo benissimo la nostra conversazione, eravamo come invasate che proponevano soluzioni per abbellire la storia. E a ogni nuova conversazione si aggiungeva un dettaglio nuovo. Così, dopo qualche mese, emerse il progetto multimediale di SL Books, la cui prima pubblicazione è proprio La bambina senza cuore. È stato un romanzo su cui sono state spese molte energie e su cui stiamo ancora lavorando. Vi basti sapere che dalla sua seconda stesura è quadruplicato di volume. Al momento stiamo facendo l’ultimo editing per rifinire il testo, mentre Giampiero sta lavorando all’apparato iconografico (bellissimo!).
9. Hai mai pensato di scrivere e fare la scrittrice?
Ho fatto alcuni tentativi, ma invano. Trovo che la scrittura sia divertente e piacevole, mi intrattiene, ma non sono dotata di quel “fuoco sacro” che sembra far bruciare il 90% degli scrittori. Ho cominciato la stesura di due storie, ora accantonate, ed è stato meraviglioso perché ho cercato di riprodurre quello stile frizzante e divertente che mi piace leggere. Ma per ora i miei ritmi mi impediscono di cimentarmi nella scrittura in modo serio e continuativo. Si aggiunga anche la mia incapacità di stare incollata a un foglio bianco per più di trenta minuti. Ho però in mente un romanzo a cui tengo particolarmente, un romanzo che parla di storia contemporanea che vede l’intrecciarsi di due vite. Il titolo provvisorio è Memories, e spero di cominciare a lavorarci presto. Le ricerche da fare saranno parecchie.
10. Come nasce Speechless? Dove vuole arrivare?
Speechless nasce come webzine di Diario, ma questa idea de facto non si è mai realizzata. Dopo quattro mesi di lavoro, ad aprile 2012 è nata una rivista digitale indipendente. Una scommessa, un salto nel buio, una strada di cui non conoscevo la destinazione. Speechless mi ha portato enormi soddisfazioni, e per questo devo ringraziare tante persone speciali. Ancora adesso, però, non so dove potrà arrivare, ma mi auguro che possa fare ancora molta strada.
11. Qualche anticipazione su un tuo progetto futuro?
Non so quanti dei miei progetti si realizzeranno. Però posso dire che al momento sto lavorando al nuovo numero di Speechless, in uscita ad aprile, che sarà molto particolare proprio per festeggiare il primo anno della rivista. In cantiere c’è anche un romanzo a quattro mani, una scrittura in collettivo, il progetto contro la violenza sulle donne e tanto altro.
12. Emanuela Taylor?
Il mio alter ego fatto di pixel nasce nel 2010. Emanuela è l’eteronimo di Alessandra, e rappresenta la parte di me che si dedica interamente alle parole. Non mi piace mischiare il “lavoro” con la mia sfera privata e “fisica”, perciò da questa esigenza è nata lei. Posso parlare di cultura e letteratura sapendo di essere circondata da persone che capiscono questo amore.
13. Cosa vuol fare da grande Alessandra Zengo?
Tantissime cose! Un rotolone regina non basterebbe. Ma eccone alcune. Vorrebbe continuare a lavorare nell’ambito editoriale come editor, aprire una casa editrice, pubblicare alcuni saggi riguardo i più disparati argomenti (tra cui uno di filosofia/teologia), aprire un rifugio per animali, (re)imparare ad andare a cavallo, laurearsi in Scienze psicologiche della personalità e delle relazioni interpersonali, creare un period-drama bello come Downton Abbey o le produzioni BBC. Incontrare Sherlock Holmes, nella figura di Benedict Cumberbatch per testare la sua reale intelligenza (e per sentirlo parlare). E vivere a Londra, la città dei suoi sogni. In generale, però, Alessandra vuole continuare a pensare, creare e trasporre nella realtà i propri sogni. Soprattutto quelli che sembrano impossibili.
Le parole di Jobs riassumono perfettamente il mio pensiero.
Ogni tanto la vita vi colpisce sulla testa con un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto per il/la vostro/a fidanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.
Steve Jobs ai laureandi di Standford
Grazie per essere stata mia ospite.
Grazie a te per l’accoglienza! È stato un piacere.
Alessandra Zengo è nata a Cittadella, ma attualmente risiede in un paesino sperduto nella campagna veneta insieme a quattro cani che adora. E’ un ariete testardo e idealista, ama gli animali, adora la pizza, non è mai puntuale e si definisce una sognatrice pragmatica. Quando non lavora, studia o dorme, riflette su nuovi progetti da realizzare, progetti che affollano la sua mente giorno e notte. Nel 2009 ha fondato il blog letterario collettivo Diario di Pensieri Persi (www.diariodipensieripersi.com), di cui è attualmente l’amministratrice e curatrice; dal luglio 2011 è caporedattrice di Urban Fantasy (www.urban-fantasy.it), portale italiano dedicato al fantastico. Dal 2012 dirige, con non pochi grattacapi ma anche grandi soddisfazioni, il periodico trimestrale Speechless Magazine (www.speechlessmagazine.com), di cui è l’ideatrice. Il suo sogno segreto è poter realizzare i sogni degli altri. Dal 2013 lavora anche con una casa editrice.
Gli occhi del male. Romanzo a puntate (quarantesima parte)
Mi ricordai che nel ripostiglio vicino l’entrata, mio padre teneva i fucili da caccia… Non avevo mai sparato, ma decisi che era arrivata l’ora di imparare. Presi il più grosso dei tre, sentii che era pesantissimo, e vidi che aveva due canne. Aprendolo notai che era scarico, ai piedi della bacheca aprii un cassetto, all’interno vi erano cartucce di vario calibro. Pallettoni piccoli… medi… Optai per quelli grandi. Sul bordo della cartuccia vi era impresso il disegno di un cinghiale, pensai che la rappresentazione era chiara… si trattava con tutta probabilità di proiettili per la caccia al cinghiale. Inserii due cartucce in canna e richiusi l’arma. Nonostante infilai in tasca una decina di pallottole, sapevo che in un incontro ravvicinato con uno di quegli esseri, non avrei avuto il tempo di ricaricare l’arma. Dovevo per forza di cose affidarmi ai due grossi proiettili in canna. Non potevo permettermi il lusso di sbagliare un colpo. L’arma era davvero pesante, uscito dal piccolo ripostiglio, feci qualche prova di mira, poggiando il calcio sulla spalla e tentando di far collimare il mio occhio destro con l’estremità della canna… niente. Tremavo, la mia mira era traballante, il peso dell’arma mi deconcentrava. Decisi di impugnarlo come un fucile a canne mozze, l’avevo visto fare in tanti film d’azione… avrei potuto farlo anche io. Iniziai a salire la prima rampa di scale, tenendo l’arma ben stretta con entrambe le mani. Le lunghe canne del fucile puntavano dritto davanti a me, all’altezza della vita. Quando mi trovai sul pianerottolo che mi avrebbe condotto alla seconda rampa di scale, guardai in alto. La scala terminava nel buio del piccolo ingresso che poi mi avrebbe dato accesso alle camere da letto, oltre che ai bagni. Continuando a salire la seconda rampa di scale mi sforzavo per cercare di udire qualcosa, ma l’intero ambiente era nel più completo silenzio, l’unico terrificante rumore proveniva dai miei pesanti passi sui gradini di marmo. La casa era molto vecchia, ed alcune lastre di marmo si erano scollate ed emettevano sinistri rumori. Arrivato alla sommità della scala pigiai sull’interruttore che avrebbe dato luce alla sala. Dalla posizione in cui ero riuscivo a vedere la porta della camera da letto dei miei… era aperta. S’intravedeva inoltre la stanza di mio fratello, la porta era semiaperta. Centralmente fra le due porte c’era la mia camera… era chiusa. Era stata quella a fare rumore… n’ero sicuro. Iniziai ad avanzare verso la piccola sala, pochi passi bastarono per raggiungere la porta. Lasciai la fredda canna del fucile per afferrare l’altrettanto fredda maniglia d’ottone. La girai e spinsi. La luce della saletta dove ero inondò la piccola cameretta. Rimanendo sulla soglia della porta tastai il muro adiacente in cerca dell’interruttore della luce, una volta trovato scoprii che era stato inutile, la luce non si accendeva, anche perché era in frantumi sul pavimento, fra la luce proveniente dalla sala antistante e la mia ombra proiettata sul pavimento, vidi tanti piccoli cristalli… con tutta probabilità quello che rimaneva della lampadina. Mi scostai su un lato, sempre rimanendo fuori dalla stanza, così da permettere al fascio di luce di inondare la camera. Sembrava tutto in ordine, come sempre. In quel momento, le maschere dell’orrore che collezionavo mi facevano paura, erano sinistre, quasi spettrali, poggiate una accanto all’altra su una mensola nella penombra. Afferrai il pomello e richiusi la porta.
Tutto in ordine pensai.
“Tutto in ordine un corno.” urlò una voce dentro me.
Sgranai gli occhi, quasi per voler far percepire il mio stato d’animo a Stefy, ma ero solo, nessuno poteva vedermi… almeno così speravo. La stanza non era tutta in ordine, la lampadina era frantumata sul pavimento, e la maschera di Jason (il massacratore di Cristal Lake), non era sullo scaffale, bensì dall’altro lato vicino alla scrivania, sulla sedia… Qualcuno aveva indossato la maschera e se ne stava seduto in camera mia. Mi voltai, e mi pentii di aver richiuso la porta. Adesso avrei dovuto avvicinarmi, per poter aprire la porta e guardare ancora nella camera.
La maschera fuori posto era una di quelle che mette i brividi. Si trattava di una vecchia protezione che usavano i portieri da Hockey, era biancastra, e ricoperta di piccoli fori, oltre ad averne due grandi per poterci guardare attraverso.
Ricordo che l’avevo indossata per varie feste di Carnevale, Halloween ed altre occasioni, per il puro gusto di terrorizzare compagni un po’ fifoni. Adesso il terrorizzato ero io, per guardare chi indossasse la maschera, avrei dovuto toglierla… C’era un’unica soluzione… sparare. Mi avvicinai alla porta, ma non ebbi il tempo di afferrare la maniglia… Un rumore di passi appena dietro la lastra di legno che mi separava dal “mostro” bloccò la mia azione. Con entrambe le mani strinsi il fucile, l’indice della mano destra accarezzava il grilletto, il pugno di quella sinistra serrava la canna. Mirai ad occhio e croce a mezzo busto e feci fuoco in direzione della porta. Balzai in aria e subito dopo ero a terra sul pavimento. Il contraccolpo era stato violentissimo. Mi ritrovai spalle a terra con il fucile poco distante. Guardando verso la porta vidi dei grossi fori; schegge di legno erano riverse sul pavimento. Cercai di udire un lamento, qualsiasi rumore. Ero immobile, ebbi l’impressione che il tempo si fosse fermato, intorno a me l’aria era stagna… pesante, per via dell’odore del bruciato provocato dallo sparo. Tastai il pavimento, senza togliere lo sguardo dalla porta; presi il fucile. Un sinistro scricchiolare mi fece trasudare. Il pomello d’ottone si muoveva, lento ed inesorabile girava da un lato. Qualcuno, lo stesso che indossava la maschera, aveva deciso di uscire dalla camera. Dovevo ragionare in fretta, dovevo decidere se affidare tutte le mie speranze nella cartuccia che mi rimaneva in canna o se aprire l’arma e rimpiazzare la pallottola esplosa. Optai per la prima scelta. La porta si aprì, la luce della saletta dove mi trovavo illuminò la sinistra figura sulla soglia della porta. L’essere eri lì a guardarmi… impassibile… indossava la maschera da Hockey, ed era vestito di nero. Prima traballò, poi cadde di sasso verso di me, per la paura emanai un urlo, ma era evidente che il mio colpo aveva fatto centro. L’uomo, la creatura, o quello che era riverso sul pavimento… immobile. Mi alzai e mi avvicinai alla figura, girandola da un lato potei vedere del sangue fuoriuscire dall’addome… lo avevo colpito in pieno. Posai una mano sulla maschera, tirandola via. Vidi un uomo di mezza età… il suo volto non mi raccontava nulla di familiare, per me era un completo sconosciuto. Aveva gli occhi sgranati, e non erano bianchi. Guardai con più attenzione l’abbigliamento dell’uomo… era nero, frugando in una tasca trovai un enorme mazzo di chiavi; la cosa strana era che le chiavi non avevano dentatura, erano lisce.
“Oddio.”
Mi resi conto di aver ucciso, non un alfiere del male, non una nauseabonda creatura, e neanche un essere non terreno… ma un uomo, un ladro… un povero disperato che cercava di guadagnarsi la pagnotta, con tutta probabilità per sfamare i suoi cinque figli. Mi sentivo male, ero attonito, sconvolto e disorientato.
“E adesso cosa faccio?”.
“Nascondi il cadavere” mi sussurrò una voce.
Misi il fucile a tracollo, presi l’uomo per le braccia e iniziai a trascinarlo. Il rumore dei piedi del cadavere che scendevano le scale mi atterriva… ero fuori di senno. Decisi di portarlo in cantina, dove avrei potuto occultare il corpo, per poi decidere con tutta calma sul da farsi. Per non lasciare impronte di trascinamento sul terreno che divideva l’abitazione dalla cantina, decisi di prendere in groppa il cadavere. Era pesante, ma i passi che dividevano l’entrata della casa dalla cantina adiacente erano davvero pochi. Passando vicino alla mia auto vidi il mio riflesso. Ma che stavo facendo nel giardino di casa mia con in braccio un cadavere di uno sconosciuto? Come avrei potuto mai spiegare? Il finestrino dell’auto specchiava alla perfezione sia la mia sagoma, che quella del povero uomo. Aveva il busto, la testa e le braccia penzolanti dietro di me, mentre le sue gambe penzolavano in avanti. Aveva gli occhi sgranati… ed erano bianchi.
Continua…
Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentanovesima parte)
Finito di percorrere il tratto autostradale, imboccammo la superstrada. Usciti dalla galleria, dove avevo visto per la prima volta lo spirito di Ricky, guardai nello specchietto retrovisore, ma niente. Demon era seduto in mezzo ai due sedili posteriori, aveva le orecchie dritte e uno sguardo vigile. I venti minuti che ci separavano da Scario, sembravano interminabili.
“Stefy, credo che avremo bisogno di una doccia.”
“Sì, credo che sia necessaria.”
Arrivati a casa, prendemmo le valigie. Non potevamo fare la doccia all’aperto, faceva troppo freddo quella mattina, decidemmo ci lavarci nel piccolo bagno di casa. Con l’aiuto di un asciugamano bagnata mi diedi una rinfrescata. Poi lavai i capelli sotto il getto d’acqua del lavandino. Uscito dal bagno mi diressi nella camera adiacente. Misi un paio di scarpe da ginnastica, un jeans e un maglione a collo alto. Uscito dalla stanza, sentii il rumore d’acqua provenire dal bagno. Demon era riverso sul pavimento.
Guardando dalla finestra vidi il grande portico, sempre ricoperto di aghi di pino. Lì in fondo, abbandonato al suo destino, lo scafo.
Ero, impaziente, sapevo che qualcosa doveva accadere, ma l’attesa mi snervava.
“Stefy” urlai.
“Sì, dimmi?”
“Vado giù in paese, tu e Demon aspettatemi qui.”
La porta del bagno si aprì di scatto.
“Anto, ma sei impazzito?”
“No. Solo prudente, vado giù in paese, devo controllare alcune cose lasciate in sospeso… torno subito… e poi non voglio farti correre ulteriori rischi.”
“Anto, non se ne parla proprio, metto qualcosa e scendiamo insieme.” disse, dirigendosi nella camera da letto.
“Cavolo, com’è testarda.” pensai.
Uscii sul portico, seguirono Stefy e Demon. Chiusi la porta di casa e salimmo in macchina. Arrivati giù in paese, parcheggiai l’auto all’inizio del lungomare. Dovevo vederci chiaro, dovevo ripercorrere le tappe fatte in precedenza. Diedi uno sguardo al grosso campanile della chiesa, poi mi ricordai il piccolo bar alle sue spalle, dove avevo parlato con Padre Alfonso. L’insegna era in legno sbiadita e scolorita dal tempo, la piccola finestra del bar era sbarrata, come anche la porta. Il locale in realtà era chiuso da anni.
Proseguendo per il lungomare, vidi il bar dove ero andato a cercare Stella. Era aperto.
“Buongiorno.”
“Salve” rispose un ragazzo.
“Scusa, conosci una certa Stella?”
“Certo. Ma è sparita da alcuni giorni, non è più scesa a lavorare.”
Gli stavo per raccontare, che forse Stella era morta già da anni. Ma non mi sembrava il caso di iniziare a farneticare.
“Anche la sua famiglia è preoccupata. Non sanno dove sia finita.”
“Ti ringrazio, per l’aiuto, anche io la cerco, è una mia amica.”
Uscii dal bar, fuori mi aspettavano Stefy e Demon.
“Stefy, sediamoci un attimo su quella panchina.”
Dovevo far mente locale sugli avvenimenti degli ultimi giorni. Anche ritrovando il corpo di Stella, come avrei convinto l’opinione pubblica con la mia assurda storia. Anche il clone di Ricky conduceva una vita normale, tenendo nascosti i suoi più oscuri segreti. Cosa avrei fatto? Sarei andato dai suoi genitori, raccontandogli che il figlio era morto da bambino, e quello che loro credevano Ricky, in realtà era un alfiere del male? L’intera situazione era bizzarra. Chi mai poteva credermi?
Credo che in quel preciso istante, furono inviate troppe informazioni al mio cervello… mi faceva male la testa.
“Anto, stai bene?”
La guardai pensieroso
“Mica tanto, Stefy non ci crederanno mai.”
Lei chinò il capo verso il basso, n’era cosciente. Non saremmo mai riusciti a provare quello di cui eravamo stati testimoni…
Ci alzammo dalla panchina e tornammo in macchina. Avevamo finito di dissotterrare cadaveri.
Dovevamo, se potevamo, ritornare alle nostre vite quotidiane. Arrivati a casa, caricammo le valigie, chiusi la porta riponendo la chiave sotto la pietra del portico. Diedi un ultimo sguardo allo scafo… Qualcosa si mosse, non riuscii a capire cosa. Mi avvicinai all’imbarcazione per vedere. Guardai con attenzione al suo interno, era colma d’acqua salmastra.
“Anto, qualche problema?”
“No, niente di particolare, mi sono impressionato.” le risposi voltandomi.
Il rumore d’acqua mossa alle mie spalle mi fece pentire di essermi girato, mi sarei aspettato Daniela pronta per artigliarmi. Voltandomi vidi solo l’acqua muoversi. Stavo diventando paranoico. Decisi che era meglio allontanarsi alla svelta dallo scafo. Salito in macchina, misi in moto.
“Anto, ma cosa fai?”
“Aspetta un momento.” le risposi mentre scendevo dall’auto.
Ero in piedi di fronte allo scafo e lo fissavo. L’unico suono che si poteva udire in quel momento era il rumore del motore della macchina. Le cose non quadravano… Tutti gli incubi premonitori ci avevano portato alla scoperta di qualcosa. L’incubo di Ricky, o almeno quello che ci aveva raccontato, si era avverato… ai danni di Marco. La premonizione funesta di raggiungere Scario si era avverata… noi eravamo a Scario. La radura descritta da Marco esisteva, ma a riguardo del sogno di Stefy, non eravamo andati fino in fondo… qualcosa era in quello scafo… e aspettava noi.
“Stefy svuotiamo la barca.”
“Cosa… ma a pro di che?”
“Non lo so, ma credo che potremo trovarci qualcosa di interessante.”
“Tipo… un cadavere?”
“Con tutta probabilità.”
Percorsi i pochi passi che mi dividevano dal portico, presi le chiavi da sotto la mattonella e rientrai in casa. Quando ne uscii avevo con me un paio di pentole.
“Stefy, forza mettiamoci al lavoro.”
Lei non si fece pregare ed afferrò uno dei contenitori. Iniziammo senza non pochi sforzi a far fuoriuscire la putrida acqua, l’odore che fuoriuscì dalla superficie agitata era rivoltante. Quando riuscimmo a svuotare l’imbarcazione, iniziai a tastare con le dita il fondo melmoso… niente. Sul fondo non c’era alcunché. Pensai che stavo davvero impazzendo, era un pensiero che mi gironzolava per la testa sin dall’inizio degli incubi… e forse era così… stavo dando i numeri.
Tornati a Napoli, accompagnai Stefy a casa e rientrai.
“Mamma? Papà?”
Non ci fu alcuna risposta, tanto per cambiare ero solo in casa. Mi sentivo vuoto, stanco, ma soprattutto strano. Avevamo compiuto davvero la nostra missione sacra? L’incubo era finito… o eravamo solo all’inizio? Le risposte alle domande che mi perseguitavano, non si fecero attendere. Un rumore di una porta chiusa con violenza mi fece sobbalzare. Al piano superiore della casa qualcuno aveva sbattuto una porta. Entrando avevo notato che non c’era vento… quindi… Se non era stato il vento… Rabbrividii al solo pensiero di trovarmi di nuovo al cospetto di una di quelle creature, ma oramai non avevo più niente da perdere… a parte la vita s’intende…
Continua…


