Gli occhi del male di Antonio Ferrara. Romanzo a Puntate (prima parte)


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Copertina: Illustrazione di Carlo Improta. Titolo i volti dell’inconscio. Tecnica: Acrilico su cartoncino 40/80 Anno 1998.

Come accennato nel post di ieri mi cimento in questo esperimento letterario dando in pasto ai miei lettori il mio primo romanzo di senso compiuto e pubblicato all’incirca dieci anni fa. Rileggendolo mi sono reso conto di come ero ragazzo e ingenuo (lo sono ancora) e se all’epoca questa storia per me era un “Horror” come Dio comanda, ora rileggendolo lo definirei un “Teen Horror” (ma niente canini da smorfiosa e vampiri radical chic da baretto). La mia scrittura è molto cambiata in questi anni, ma sono orgoglioso di questo romanzo perchè è il mio primo romanzo e fu scritto nel mese di agosto del 2000 a Scario, proprio il paesino protagonista delle scorribande dei personaggi. Quello che posso augurarmi è che la storia vi piaccia e che vi riesca a regalare un poco di relax. Io mi sono divertito a scriverla e spero che voi vi divertirete a leggerla. Il romanzo durerà un mese esatto a partire da oggi e ogni giorno alle 22:30 verranno pubblicate le prossime puntate.

Buona Lettura.

Antonio Ferrara

Nella vita non si decide tutto, vi sono alcune situazioni che ci vengono poste senza che noi ne avessimo fatto espressamente richiesta. In queste circostanze c’è sempre una scelta da fare, una strada da percorrere: una giusta e una sbagliata.Siamo tutti pedoni di un’immensa scacchiera, un gioco, il gioco della vita. Bella o brutta che sia è pur sempre vita.

Dedicato ad un grande uomo: Domenico Improta

La fredda luce del monitor rendeva pallido il viso, con una mano muovevo il mouse, l’altra era impegnata ad impugnare una birra gelata. La mia attenzione fu attirata da un banner animato che ad intermittenza segnalava:
“Vieni a Scario”. La cosa mi suonava familiare. A Scario possedevo un villino dove trascorrevo le mie vacanze estive. La mia mente fu inondata di bei ricordi: le serate con gli amici, i fuochi sulla spiaggia, le escursioni in canoa; credo che sul volto si stampò un’espressione a dir poco ebete, ma l’episodio durò poco e appena rivolsi lo sguardo allo schermo il mio sorriso appena accennato si tramutò in una smorfia indescrivibile. Il banner era sparito. La cosa era impossibile, sapevo che una pagina appena scaricata dalla rete non poteva sparire in quel modo. Ero stanchissimo, avevo finito la birra e mi rimaneva l’ultima sigaretta nel pacchetto. Decisi che era arrivata l’ora di andare a dormire.
L’indomani mi svegliai con un’emicrania pazzesca, e solo in un secondo momento ricordai di aver fatto un incubo a dir poco inquietante.
La mia stanza non era proprio adatta per sogni tranquilli, ma ormai n’ero abituato. Le varie locandine, maschere e statuette dell’orrore che con orgoglio collezionavo, non è che mi facessero una gran paura, ero abituato ad ogni sorta d’orrore letterario e cinematografico. Mi alzai dal letto dando un’occhiata alla maschera di Jason Voorhees ed un’altra a quella di Michael Myers, entrambe acquistate in Canada tramite corrispondenza. Scesi al piano di sotto. Sapevo di essere solo in casa. I miei erano come ogni giorno a lavoro, mentre mia sorella e mio fratello a scuola.
Arrivato in cucina diedi uno sguardo al grande orologio che avevo regalato ai miei tornando da New York. Al posto delle ore aveva raffigurati degli uccelli e, allo scoccare di ogni ora, si potevano udire i cinguettii dei relativi volatili rappresentati nel grande quadrante bianco.
L’orologio segnava le 10:15. Presi il latte dal frigorifero e il caffè ormai freddo che mia madremi aveva lasciato. Presi la tazza blu dalla credenza, su cui vi era impresso il simbolo del N.Y.P.D., un altro ricordo del mio viaggio in America.
Versai il latte e poi il caffè, ma la scena quella mattina non mi piacque per niente. Dava l’impressione che il nero del caffè soffocasse il bianco del latte, la situazione se pur banale, insignificante, mi sconvolse non poco. Mi ricordava l’eterna lotta tra il bene e il male. Quell’oscurità mi richiamò alla mente le tenebre che invadevano uno splendente regno bianco, candido, vergine.
Bevvi il caffelatte e accesi la TV, sullo schermo apparve la scritta: “Vieni a Scario è urgente”, di colpo la mia testa si riempì come un autobus a l’ora di punta. La sera prima avevo visto quella dicitura sul monitor del computer, e ora in televisione. Ricordai l’assurdo sogno, o meglio incubo: mi trovavo in un’enorme e confortevole vasca da bagno, sommerso e rilassato in una schiuma, soffice ed avvolgente. Mi accorgevo a un certo punto che l’acqua si era fatta scura e scostando un po’ di quel candore che oramai imbruniva, scorsi con orrore che ero immerso in una vasca piena di sangue.
Era scuro, quasi porpora, denso, ma la conferma che si trattasse di sangue mi fu data dall’odore nauseabondo che il liquido emanava. Mi guardai le mani, il sangue scorreva copioso su di esse, formando con le gocce che ricadevano nella vasca dei “gluck gluck” densi e spettrali. Ebbi l’impressione per un istante che la vasca stesse respirando. Con il terrore nelle ossa trovai la forza per balzare fuori dall’incubo e il sangue schizzo dappertutto, ma la cosa più spaventosa fu data dalla scritta materializzatasi sulla parete: “Vieni a Scario”.
Il contrasto con le piastrelle bianche e il rosso sangue che colava era terrificante, poi il nulla.
Dopo aver ricordato l’incubo guardai la tazza della colazione sul tavolo. Ecco perché quel caffè nero e denso che s’insinuava attraverso il candido latte mi aveva fatto una brutta impressione. Guardai poi la televisione, stavano trasmettendo un cartone animato, mi sentii confuso e disorientato. Andai in bagno con la testa che mi ribolliva di pensieri, come una pentola piena d’acqua messa su una bluastra fiamma di qualche vecchia cucina. Lavandomi il viso, riflettevo su quanto era accaduto. La mia mente rifiutò l’idea, ma io sapevo benissimo che quello che mi stava accadendo era un maledetto presagio di morte. Avevo visto troppi film dell’orrore per non saperlo. Guardai la mia immagine riflessa nello specchio, e notai i capelli corti messi in malo modo su cui s’intravedeva il gel secco della sera precedente. Erano lì come un prato incolto.
La barba era di due giorni appena accennata, e dava l’impressione di avere il volto coperto da una lieve fuliggine. I miei occhi trasmettevano paura, confusione, smarrimento, ma soprattutto terrore.
Distolsi lo sguardo e uscii dal bagno. Non riuscivo a fissare uno specchio per più di due minuti, era una paura che mi perseguitava da piccolo, covava dentro me aspettando il momento giusto per venir fuori, come un grosso felino che aspetta la sua preda. Ero ancora perseguitato dalla fobia degli specchi, avevo paura che da un momento all’altro la mia immagine riflessa fuoriuscisse dalla superficie lucente per afferrarmi. Anche il solo pensiero che il mio alter ego potesse cambiare espressione mi terrorizzava. Avevo 25 anni, ma da adolescente avevo sognato spesso la cosa e non mi piaceva per niente.
Lo squillo del telefono fu come la tromba di un tir. Ero del tutto immerso nei miei pensieri e l’incessante “drinnn drrinn” non mi diede pace fino a quando non mi recai in cucina per sollevare il ricevitore. Nonostante lo squillo del telefono mi desse un fastidio tremendo non presi subito la cornetta. Avevo paura. Paura che avendo risposto avrei sentito una voce cupa che mi avrebbe detto:
“VIENI A SCARIO”.

Seconda parte,

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