Gli occhi del male. Romanzo a puntate (seconda parte)


evil eyes gli occhi del maleRisposi, e subito mi tranquillizzai.
Marco Ferraris un mio vecchio amico d’infanzia. Con lui avevo passato ben tredici anni, seduto nello stesso banco di scuola, l’università ci aveva diviso, lui stava a Roma io a Napoli. Marco era un tipo simpatico, pieno di vita, anche se aveva problemi infiniti con i suoi genitori. Li definiva antiquati.
“Ciao Anto”.
“Hey” gli dissi.
“Da quanto tempo? Saranno due anni?”.
“Sì pressappoco” gli risposi.
“Anto, come và l’università?”.
“Me la cavo, sto un po’ indietro con gli esami, ma cerco di sopravvivere”.
“Anto, dovrei chiederti un favore”.
“Sì, dimmi”.
“Dovrei recarmi il più presto possibile a Scario”.
“Scario?” farfugliai, mentre un sostanzioso masso d’ansia s’insinuava in gola.
“Sì, purtroppo si.”.
Il purtroppo pronunciato da Marco non mi raccontava nulla di buono. Mi disse quello che gli era capitato alcune sere prima.
“Ho sognato di me bambino. Correvo lungo un viale alberato, quando ho visto, prima in lontananza, poi da vicino, un’enorme cartello stradale con su scritto “Benvenuti a Scario”.
Fin qui nulla di strano, tranne per il fatto che Marco non era mai stato a Scario. Proseguendo nel racconto mi disse:
“Il cartello s’increspava e marciva, la vernice che formava la scritta arrugginiva e colava sull’arido terreno, materializzando la dicitura: “Benvenuto nel tuo cimitero”.
Restai in silenzio per un po’, non avevo parole per descrivere il mio stato emotivo, mentre Marco era con tutta probabilità attonito.
“Se ricordo bene, hai una casa a Scario, vero?”.
Mi aspettavo la domanda, e capivo anche il senso di quella telefonata, ma speravo che quello che stava accadendo fosse soltanto un brutto sogno. La smentita la ebbi dal cinguettio dell’orologio che segnava le 11:00. Ero sveglio, un amico di vecchia data era riapparso, raccontandomi un suo incubo ricorrente. Io ero lì nella cucina di casa mia, con il telefono talmente stretto nelle mani, che potei avvertire la cornetta scivolarmi per l’intensa sudorazione.
“Sì, possiedo ancora la casa a Scario” gli risposi. Dirlo per me fu come firmare la mia condanna a morte. Poi replicai ancora, come per voler rimediare a quello che avevo detto.
“Ha senso andarci adesso a fine settembre? È un luogo di villeggiatura, adesso sarà deserto”.
Mi rispose con due parole.
“Devo Andare”.
Sapevo che qualcosa di terribile doveva accadere, ma non sapevo cosa o chi ci chiamava in quel luogo estivo che adesso mi faceva paura anche solo nominarlo. Accesi una Marlboro con il mio fido ed inseparabile compagno di fumo, uno Zippo color oro divenuto color bronzo sporco. Su vi era impressa una nave. Ricordo che il medico di famiglia che era un vero intenditore di accendini mi disse di tenermelo stretto poiché si trattava di un pezzo da collezione. Assaporai il cherosene e subito dopo il dolce ed amaro del tabacco. Fumavo soprattutto quando ero nervoso e in quel momento lo ero.
“Ok, Marco, domani se puoi vieni a casa mia, ne parliamo con calma”.
“Sì, va bene ci vediamo domani”.
“A domani allora”.
Agganciai la cornetta e spensi nella tazza del N.Y.P.D. la sigaretta fumata a metà. Potei sentire l’odore agro dolce emanato dal mozzicone ardente spentosi in quello che restava del cappuccino, un’essenza simile alla mor…
Scaccia l’idea, o meglio il mio cervello la rifiutò “Avevo solo venticinque anni, perché sarei dovuto morire?”.
Bussò la porta, ero in boxer e t-shirt, chi mai poteva essere? Per un momento pensai fosse Marco, avevo voglia di raccontargli quello che mi era successo, ma il pensiero era troppo ridicolo e irrazionale. Aprii la porta con spasmo, quasi ansia e sulla soglia si materializzo una figura femminile minuta, aveva grossi occhiali da sole che coprivano gran parte del viso, era di carnagione molto scura sulla quale risaltava un sorriso cangiante. La luce fioca del sole sulla sua pelle le dava un’aria sensuale, non potevo sbagliarmi era Stefania De Pretis, una cara amica. Anche se conosciuta da poco, fra di noi si era subito istaurato un rapporto di reciproca fiducia. Era una ragazza molto riservata, ma che sapeva il fatto suo. Si era da poco laureata in lettere. In lei avevo scorso qualcosa di non so chè, ma non avevo mai capito di cosa si trattasse, era… sì, diciamolo, in qualche modo enigmatica.
“Posso entrare”.
“Certo accomodati pure”.
Mi ero accorto con un po’ di vergogna e imbarazzo, che mentre ero intento a far riflessioni su Stefy, di essere osservato. Mi aveva squadrato da capo a piedi. Guardandomi, dovetti trattenermi dall’arrossire.
“Non preoccuparti anche io giro per casa come uno spaventapasseri, è comodo”.
Rimasi senza parole, mi guardai, e facevo davvero pena.
Ma Stefy era una ragazza che sapeva metterti a tuo agio in qualunque situazione, non corsi in bagno a darmi un’aggiustata, ma proseguimmo dritto in cucina. Il fatto di essere seminudo, non m’imbarazzava, soprattutto in sua presenza. Era una ragazza di larghe vedute.
Ci sedemmo sul divano della grande cucina, dal frigo le presi una coca ghiacciata, ne presi una anche per me. Rovistai nel cassetto della credenza, dove mia madre ci ficcava di tutto. Trovai quello che cercavo, in fondo al cassetto giaceva una delle sue sigarette, una Multifilter rossa con filtro bianco un po’ ingiallito… era terrificante… ma in tempo di guerra tutto è concesso, no?
Tornai da Stefy che nel frattempo aveva assunto uno sguardo preoccupato e cupo. Era come uno dei suoi peggiori incubi fosse andato a fargli visita.
“Anto dovrei dirti una cosa, ma è così imbarazzante e surreale che non so tu cosa ne possa pensare”.
“Non preoccuparti ho le spalle larghe” le dissi.
“Non abbastanza” mi rispose.
Rimasi allibito da quella risposta, lei se n’accorse e si scusò alla buona, ma il suo viso diventava sempre più cupo e malinconico, il sorriso di poco prima aveva lasciato spazio a sottili labbra chiuse, quasi sigillate.
Le presi le mani nelle mie e le dissi:
“Ok dimmi tutto ti crederò ciecamente”.
Stefy non era la tipa da balle. Avrebbe potuto anche raccontarmi di aver visto un lupo mannaro andare in giro per la città con un maggiolone rosa cantando Simply the Best e io l’avrei creduta.
Si bagnò le labbra con un movimento ritmico e mi raccontò che la notte precedente aveva avuto un incubo insolito.
“Ero sola in una casa circondata da alti pini, guardando un po’ in giro, mi sono resa conto di essere in un’abitazione deserta. L’arredamento era molto semplice, un divano letto, la collezione dei barattoli della Nutella su una mensola, un piccolo televisore, dei mobili vecchi e un piccolo caminetto.
Accantonate in un angolo della cucina c’erano delle sedie di plastica e una piscina di gomma, ripiegata alla meglio. Si poteva ancora riconoscere l’odore di acqua salmastra rimasta su di essa. Guardando dalla finestra ho visto, nell’erba alta, un motoscafo abbandonato sotto un grande pino”.
Man mano che la Stefy proseguiva nel racconto in me cresceva sempre più un senso d’ansia e angoscia del tutto incontrollabile. Stefy mi stringeva le mani sempre più forte, ma io non ci feci molto caso, ero in trance, i miei occhi erano fissi nei suoi, ma guardavano da tutt’altra parte.
Continuando mi disse di aver visto chiaramente il motoscafo colmo d’acqua putrescente e malsana. Uscendo da casa si era diretta verso lo scafo, che era lì a pochi passi e  alzandosi sulle punte, per guardare meglio all’interno, aveva scorso sul riflesso dell’acqua imputridita se stessa, ma il suo viso era deturpato. Gli occhi erano scomparsi, al loro posto vi erano due cavità nere come la pece, il suo viso era in putrefazione, larve e vermi banchettavano con quel che ne restava. I denti quelli rimasti erano giallastri, color maionese andata a male e i capelli erano bianchi. Aveva visto se stessa da morta. La interruppi, abbracciandola.
“Non preoccuparti è soltanto un incubo, non può farti male”.
Lei mi guardò fissandomi non poco, il suo sguardo era un cocktail di paura, angoscia e smarrimento. I suoi occhi cercarono i miei, ma nel mio sguardo vi era soltanto terrore. La casa che mi aveva descritto non era altro che il villino di Scario. A quel punto era chiaro, anche se impossibile a credere. Le tenebre stavano calando su di noi, qualcosa o qualcuno ci voleva in quel posto, ma per quale motivo? Chi avremmo incontrato? Mi accesi la Multifilter e il mio viso si contrasse in una smorfia di disapprovazione. Era orribile. Raccontai a Stefy quello che mi era accaduto, compresa la telefonata di Marco. Poi lei mi chiese:
“Che ne pensi? Secondo te c’è qualche collegamento?”.
Il collegamento era ovvio e lei se n’era accorta, nel suo sguardo percepii che desiderava solo avere conferma di ciò che stava dicendo. Feci un lungo tiro di sigaretta e annuii buttando via il fumo. Si doveva decidere sul da farsi. Rimanemmo lì assopiti. Il terrore bloccava ogni nostro tentativo di razionalizzazione. Pensai a lungo fra me e me, che forse tutte le leggende erano vere, non so, è un pensiero che mi passo per la testa in un batter d’occhio, come un fulmine che termina il suo breve viaggio contro un albero, distruggendolo. Ci trovavamo sul serio al cospetto di un albero immenso, spaventoso, nefasto? Potevo sentire la sua ombra avvolgerci senza poter far niente, qualcos’altro stava scegliendo per noi il cammino.
Lo sguardo mi cadde sulle mani di Stefy, stava martoriando con le dita l’estremità dei suoi capelli. Erano belle mani, con dita lunghe ed affusolate, mani da pianista. Il cinguettio dell’orologio distolse la mia attenzione e anche Stefy diede tregua ai capelli. Erano le 12:00
Ci guardammo.
“Stefy, domani è sabato, Marco verrà da me, che ne dici, ci sarai?”.
Lei mi guardò spaurita, forse in cerca di un suggerimento per la risposta.
Tagliai corto:
“Allora ci vediamo sabato”.
Lei annuì poi accennò un sorriso.
“Per qualunque cosa chiamami, sono qui pronto a darti una mano”.
Allo scoccare delle mie parole il suo viso si rasserenerò non poco. Era la Stefy che avevo visto entrare poco prima; solare, magnetica, vitale. L’accompagnai alla porta e la guardai andare via con i lunghi capelli che le ondeggiavano sul fondoschiena. Era bella. La seguii con lo sguardo fino a quando non svoltò l’angolo del vialetto, dietro una folta siepe.

Continiua… Terza parte

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