Gli occhi del male. Romanzo a puntate (terza parte)


specchioTornado in casa mi resi conto che le coincidenze erano troppe, qualcosa non quadrava. Decisi di dedicarmi alla pulizia del mio corpo, una doccia e una barba era l’ideale. Mi recai in bagno, quello al pian terreno. La casa dove abitavo era una villa a due piani. Ricordo che l’incubo della sera precedente si era consumato nella vasca da bagno al piano superiore. Decisi che era meglio una doccia nel bagno piccolo, quello senza vasca. Non volevo ricordare. Avevo paura.    L’acqua era tiepida, facevo la doccia in fretta, ma quella mattina volevo prendermela comoda. Un pensiero orrendo mi colse di sorpresa. Ad occhi chiusi sotto la doccia, notai che l’acqua divenne più calda. L’incubo si manifestò in un angolo remoto della mia mente. Stavo facendo una doccia di sangue. Ero convinto, che aprendo gli occhi avrei notato una pioggia rossa e calda calare su di me. Mi feci forza ed alzai le palpebre. Quello che vidi fu solo acqua.
Uscito dalla doccia indossai l’accappatoio. Guardando nello specchio, non vidi la mia immagine riflessa, ma qualcosa di simile, un’ombra si stagnava nella superficie lucente. Mi guardava. Ero allibito, non ci potevo credere, tutti i miei incubi si stavano materializzando. Ero più che sicuro che quello nello specchio non fossi io. Era qualcosa che mi assomigliava, pensai che sarebbe venuto fuori, o che mi avrebbe parlato. La mia resistenza psichica fu messa a dura prova. Rimasi immobile, sapevo che se quella cosa si sarebbe mossa. Io sarei svenuto, rimanendo alla mercé di chissà cosa. Avevo le allucinazioni, ero esaurito per gli incubi. La poca lucidità di quella mattina venne a galla. Non c’era nessuno nello specchio, la superficie era solo appannata, per via del vapore acqueo della doccia appena fatta. Con una mano rimossi il velo acquoso dalla superficie lucente. Ero io. Mi recai in cucina, avevo fame.
Presi dalla credenza un pacco di pancarrè. Volevo prepararmi un toast. Presi del prosciutto e delle sottilette dal frigo. Diedi uno sguardo alla bottiglia di pomodoro… era rossa… come anche il suo contenuto… Decisi che era meglio lasciar perdere. Bevvi un bicchiere di latte freddo… senza caffè. Il pomeriggio guardai un po’ di tele e giocai al mio videogames preferito, Resident Evil. Era un gioco dove si vestivano i panni di un gruppo speciale intrappolato in una villa zeppa di zombi. Lo scopo era sopravivere e risolvere il mistero. Giocai per un po’, poi persi. Quando si perdeva, a differenza di altri videogiochi che stampavano a video la dicitura “Game Over”; questo ti diceva senza mezzi termini: “You Dead”. Una scritta di sangue che colava rendeva l’idea. Mi fece uno strano effetto. Mi sentii frustrato. Spensi la console e decisi di dedicarmi ad altro.
Feci il bagno al cane. Il mio fedele amico Demon, un dobermann di tre anni, vispo, allegro e sveglio, che però non mancava di dare qualche grana quando lo portavo a spasso. Quando uscivamo insieme, si poteva assistere a scene ridicole, come persone che cambiavano marciapiede pur di non incontrarlo. Era incredibile che al giorno d’oggi vi erano ancora individui che pensassero che il dobermann dopo un po’ d’anni impazzisse. Per qualche strana leggenda metropolitana si pensava che il cervello continuasse a crescere più della scatola cranica. Così i cani appartenenti a questa razza impazzirebbero. Questa favola iniziò a metà degli anni settanta quando c’era forte richiesta di questo tipo di cane così affidabile, veloce, aggressivo. La richiesta in quegli anni fu smisurata, così allevatori poco professionali cominciarono, pur di arricchirsi, e soddisfare le ingenti richieste, a far accoppiare consanguinei, con la conseguenza che alcuni soggetti di dobermann risultavano schizofrenici. Da qui poi n’è scaturita la leggenda della pazzia, insieme ad altre assurdità che dipingono il dobermann una sorta di mastino infernale.
Avevo letto queste notizie su varie riviste specializzate che compravo spesso.
Mi ero seccato di spiegare alle vecchiette che incontravo per strada di essere tranquille, e che non avrei dovuto sparare il mio cane perché sarebbe impazzito. Alla classica domanda:
“Ma sa che fra poco dovrà abbatterlo?”.
Rispondevo: “Sì, stavo proprio andando a comprare un fucile, non si sa mai”.
Demon era entrato a far parte della mia vita, ed io della sua, da circa tre anni, quando in una piovosa serata di novembre è precisamente il 17, mi recai con la mia vecchia Peugeot 306 in un paesino vicino Napoli per andare a vedere una cucciolata di dobermann di due mesi circa. Arrivato sul posto fu amore a prima vista. Non ero una persona superstiziosa, altrimenti non avrei comprato un “mastino infernale” in una serata di venerdì 17 novembre.
Dopo averlo lavato, giocai un po’ con lui e rientrai in casa.
Erano le 16:10.

SABATO

Sabato mattina fui svegliato dalla sveglia, mi alzai subito e m’infilai quasi senza pensarci sotto la doccia, non so, ne fui attratto. Dopo essermi rinfrescato, soprattutto le idee, mi vestii indossando un jeans e una polo a maniche lunghe color verde. Verde speranza pensai. La speranza che la storia degli incubi incrociati fra me Marco e Stefy, in puro stile fanta-horror fosse finita per sempre.
Non feci neanche in tempo a pensarlo che con orrore, vidi tutti i pesci dell’acquario galleggiare sulla superficie dell’acqua. Mi venne in mente una celebre frase di un romanzo di Stephen King: “Qui galleggiano tutti” era il motto di IT, avevo visto anche il film, e vedendo quella scena la frase mi era balzata in mente come un grillo saltellante. Con uno sguardo guardai la mia collezione di King sullo scaffale. Quelli erano solo libri, romanzi, storie inventate, quello che mi stava accadendo invece era reale, anche troppo reale. Lo sguardo ricadde di nuovo sull’acquario.
“Ma che cav…”.
Scesi le scale di casa giungendo al piano sottostante, quello della cucina. Guardando l’orologio della parete mi resi conto che erano le 10:30. Guardai la tazza blu, poi il contenitore del caffè, non mi andava proprio. Ero solo in casa come tutte le mattine. Presi il pacchetto di sigarette dal tavolo e uscii in giardino. Salito in auto,. mi diressi verso casa di Stefy. Bussai, lei mi aprì, era in vestaglia; il famoso spaventapasseri pensai, ma anche se lei si reputava tale quando girava per casa, non notai nulla di spaventoso, e nulla che si avvicinava neanche alla lontana ad uno spaventapasseri. Vidi la tipica ragazza della porta accanto, semplice e naturale. Mi piaceva. Spaventata dall’inattesa visita mi chiese.
“È successo qualcosa?”.
“Purtroppo sì”.
“Se ti va possiamo andare a fare un giro così ne parliamo” aggiunsi.
“Ok Anto, dammi due minuti faccio in un attimo”.
Aspettai pensieroso appoggiato alla mia nuova 206CC, l’avevo acquistata da poco, e il fatto che si trasformasse in un in cabriolet mi piaceva molto. Fumavo mentre con la scarpa ticchettavo sull’asfalto. La porta si spalancò, Stefy venne giù dai gradini con una rapidità mai vista. Il tempo di aver sentito aprire la porta e me la trovai di fronte. Si vedeva subito che si era vestita di corsa, il suo sorriso dava la certezza che si era appena lavata i denti, in viso non aveva un filo di trucco, anche volendo non avrebbe potuto truccarsi in così poco tempo.
“Eccomi qua”.
Sentii ancora fresco l’aroma del dentifricio… con tutta probabilità alla menta. Entrammo in macchina, dove spensi il mozzicone di sigaretta nel posacenere. Guidai senza una meta precisa, potevo sentire il suo sguardo posarsi su di me di tanto in tanto, mentre il suo udito non aspettava altro che io dicessi qualcosa.

Continua…

Quarta parte

Oppure:

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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