Gli occhi del male. Romanzo a puntate (quarta parte)


dripping-bloodLo feci, gli raccontai l’episodio dell’acquario, lei capì ma non mi chiese cose del tipo: “È una coincidenza, può capitare, o poveri pesci”. Stette in silenzio. Mi Piaceva per quello, credeva alle cose che le raccontavo, inoltre aveva capito la situazione in cui ci trovavamo. Quello che avevamo sognato le sere precedenti non potevano essere pure coincidenze. Ci fermammo a un bar dopo aver girato un bel po’ per Napoli è provincia. Ci sedemmo in silenzio ai tavolini all’aperto. Il tempo lo permetteva ancora.
La quiete era disturbata solo da sporadici rumori di pneumatici sull’asfalto, qualche grido di bambini in lontananza e dalla macchina del caffè che sbuffava vapore. Sapevo che entrambi eravamo terrorizzati, i nostri sguardi fugaci s’incrociavano ad intervalli regolari, sembravamo due innamorati alle prime armi. Fare il primo passo era difficile, ma per noi farlo significava l’oblio. Il messaggio era chiaro. Si doveva decidere se partire o meno. Ma nessuno dei due voleva assumersi la responsabilità di decidere per se e per gli altri. In quel momento sperai che Marco fosse stato più risoluto di noi. La nostra pseudo-trance fu interrotta da una voce squillante:
“I signori desiderano?”.
“Un attimo” cercai di articolare.
Mi sentivo come se qualcuno mi avesse appena svegliato da un lungo letargo.
“Due birre ghiacciate” disse Stefy.
La guardai sconcertato, non beveva mai e…
Mi guardò con aria allegra, ma si vedeva che era una smorfia. In un altro momento avrei chiesto:
“Cosa? Una birra? Ma se non hai mai bevuto?
Tutte queste possibili domande mi sembravano al momento ridicole, banali e retoriche… lo sarebbero state anche in un altro momento. In ogni caso le dissi soltanto:
“Brava, sbronziamoci”.
Lei annui sfoderando il suo sorriso, anche senza trucco era molto sensuale. Provai in quel momento uno strano senso di contentezza isterica, in qualche modo ero felice anche se sapevo benissimo che avevamo di fronte qualcosa di immondo. La sua presenza mi faceva bene, mi rilassava. Dopo aver bevuto le birre, lei sembrava un po’ stonata, si vedeva che non era abituata. Lasciai i soldi del conto sul tavolino e salimmo in macchina. Dal finestrino dell’auto parcheggiata a pochi metri dal bar si poteva vedere dove eravamo stati seduti. Grazie al riflesso del sole potei scorgere la trasudazione delle bottiglie di birra. Grandi gocce d’acqua percorrevano la superficie vetrata per poi infrangersi sul tavolo.
Misi in moto l’auto e andammo via.
Arrivati sotto casa di Stefy.
“Andiamo da te”.
Non mi feci pregare, innestai la prima. Abitavamo ad un centinaio di passi di distanza. Arrivati a casa trovai un biglietto attaccato al frigorifero della cucina.

Antonio siamo andati dalla nonna a Sorrento, torneremo durante la serata, se vuoi puoi telefonare o raggiungerci.

Mia madre lasciava i messaggi sulla lavagnetta magnetica, perché mi aveva detto di telefonare, se volevo? Io avevo il cellulare, e per di più mi ero allontanato di casa solamente per un’ora. Tutti questi pensieri affollarono la mia mente come una sorta d’ingorgo autostradale. La mia attenzione fu attirata dal bussare della porta. Stefy andò ad aprire e vide un ragazzo alto magro vestito in modo americanizzante, aveva un giubbotto dei Miami Dolphin e un jeans a zampa d’elefante, modello anni 70, portava i capelli rossi con fila di lato, in volto era lentigginoso e sfoderava due poderose orecchie a sventola.
“Ciao”.
“Io sono Marco c’è Antonio?”.
“Piacere io sono Stefania, vieni che Antonio è di là”.
Appena c’incontrammo ci abbracciamo come due reduci del Vietnam. Eravamo contentissimi di rivederci dopo anni. Anche Stefy era rilassata, per poco non si commuoveva. Ci sedemmo sul divano della cucina e iniziammo a parlare con orgoglio degli anni della scuola. N’avevamo combinate di tutti i colori ai tempi del liceo, non passava giorno che non architettavamo scherzi ai danni di professori e compagni un po’ secchioni.
Cademmo in un mondo fantastico. Era come un bambino fosse stato catapultato di punto in bianco nel bel mezzo di DisneyWorld. Nella nostra mente affiorarono con una velocità e potenza d’urto impressionante, le nostre prime scazzottate, gli amori, le delusioni, le scorrazzate in motorino, i filoni a scuola.
Eravamo come avvolti da un aureola benevola, eravamo tornati bambini. Stefy nel frattempo preparava un caffè ascoltando attentamente quello che ci raccontavamo, sembrava interessata e anche molto divertita. Ci portò il caffè e si sedette sulla poltrona. Guardando nella tazzina vidi il nero caffè, il buio, un enorme pozzo oscuro. Ritornarono gli incubi. Anche Stefy e Marco si oscurarono in viso. Restammo pochi e interminabili minuti in silenzio, in cucina era scesa un’aria pesante, era perfino difficile respirarla.
“Allora ragazzi” esclamai, cercando di rompere il silenzio tombale.
“Che si fa, si parte?”.
Le parole pronunciate rimbalzarono sulle pareti della stanza ed arrivarono alle nostre orecchie come una condanna.
“Ragioniamo” disse Marco.
“Sì, è vero, pensiamoci” aggiunse Stefy.
Erano due contro uno, in quel momento mi sentii solo. I loro sguardi erano preoccupati, e io mi sentivo quasi mancare, andavo giù, sempre più in fondo, annegavo in quella tazzina di caffè che era diventata ai miei occhi un pozzo senza fine. Li guardai e vidi nei loro occhi solo smarrimento e perplessità. Non aggiunsi altro, anche volendo non avrei potuto farlo, ero annebbiato. Nel silenzio della stanza udii un gocciolare, un orrendo e familiare “gluk gluk”. La vasca insanguinata si stampò in qualche angolo remoto del mio subconscio. Mi voltai per istinto e non per ragione. Dal freezer colava sangue, sotto il frigorifero si era formata una pozza nella quale annegavano le dense gocce scarlatte. Anche Stefy e Marco si erano voltati. Lei aveva la bocca semiaperta in segno di stupore, lui gli occhi sgranati di chi ha appena visto un fantasma. Ci avvicinammo al frigo e con disgusto vedemmo il biglietto lasciato da mia madre intriso di sangue, si sentiva anche una nauseabonda puzza di carne morta andata a male.
Il biglietto appeso al frigo, inzuppato di sangue, si staccò e cadde nella pozza sottostante, annegandoci. Eravamo senza parole, il ripiano del freezer era semichiuso e il sangue continuava a sgorgare.
Allungai una mano e afferrai con determinazione l’impugnatura del portello, era fredda, glaciale, ebbi la macabra sensazione di aver toccato qualcosa di vivo e morto nello stesso momento. Guardai Marco, poi Stefy; erano lì dietro di me come sculture di marmo, l’unica cosa che muovevano erano le pupille che in maniera spasmodica si dilatavano e contraevano. Ero sicuro, ci avrei persino scommesso, che aprendo il frigo ci avrei trovato una testa mozzata. In quel momento non pensai che avevo visto troppi film dell’orrore, mi resi conto che forse stavamo vivendo in un film, ma sapevo anche che quello che ci stava accadendo non era una dannata fiction. Fissai con determinazione il frigo ed aprii di scatto il portello del freezer…

Continua…

Quinta parte

Oppure:

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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