Gli occhi del male. Romanzo a puntate (ottava parte)


biglia2Avevo circa tredici anni durante una torrida estate del 1989. Io e Marco, inseparabili investigatori dell’incubo incappammo in qualcosa di anormale. Avevamo dimenticato, avevamo voluto dimenticare. Ci trovavamo a Sorrento nei pressi di un rudere abbandonato; avevamo camminato molto sotto il sole cocente, su per un irto sentiero che portava su una collina. Lì avevamo scorto una fatiscente abitazione abbandonata. Con noi c’era Riccardo Mangialapenna. Per quanto ricordo era un ragazzo timido e riservato. Ci sentivamo i tre acchiappa-mostri. Ognuno di noi aveva una biglia colorata. Le comprai a una festa di paese qualche anno prima, e ne avevo regalata una a Richy e un’altra a Marco.
Le biglie erano il nostro distintivo, il simbolo della nostra amicizia, ci autorizzavano in qualche modo a esercitare il mestiere.
Avevamo finito il tè freddo preparatoci da mia madre. Ad ogni nostra escursione sulle colline ci organizzavamo per bene; oltre a portarci dietro croci, bibbie, acqua santa, portavamo tutto l’occorrente per uno spuntino: merendine e tè freddo. Ricordo che la casa era fatta di pietre naturali, sulle quali era cresciuto uno spesso strato di muschio. Vi erano due piccole finestrelle, ai lati di dove forse una volta c’era una porta.
Il rudere faceva paura, sembrava guardarci, aspettando un comodo pasto. Come era solito farsi, tiravamo a sorte per chi avrebbe avuto la fortuna di avventurarsi per primo nell’abitazione, cantina o garage che ci capitava di incontrare. Avevamo con noi una piccola bandierina; l’asta non era altro che uno stuzzicadenti, la bandiera vera e propria era fatta con un fazzolettino di carta. Il gioco era tirare le biglie e chi si avvicinava di più all’asta aveva l’onore di avventurarsi per prima all’interno del posto sospetto. Il fato volle che Ricky facesse il giro d’ispezione, per poi dare il via libera a noi che, nel caso di un’incontro con qualche creatura delle tenebre, saremmo entrati subito con i crocifissi spianati per affrontare l’orripilante essere.
Il segnale d’avvertimento era: MOSTRO.
Ricky dapprima tentennò, poi entrò. L’oscurità concava dell’apertura lo risucchiò. Marco ed io rimanemmo sotto il sole, sudaticci. Zanzare e moscerini banchettavano sulle nostre caviglie. Aspettammo alcuni minuti, ma niente.
“Mostro…Mostro…Mostro.”.
Non facemmo neanche in tempo a muoverci che Ricky venne fuori dall’oscurità del rudere. Era coperto di sangue, come se… sì, come venuto fuori da un grembo materno. L’unica parte del suo corpo non coperta dal sangue erano gli occhi… bianchi, sgranati, allucinati. Ricky non volle dirci cos’era successo nella vecchia casa. Cercammo di dimenticare e fu allora che smettemmo di giocare ai piccoli investigatori del paranormale. Avevamo capito che qualcosa d’oscuro esisteva. Avevamo troppa paura di poterci ritrovare chissà dove a fronteggiare chissà cosa. Dopo quell’episodio Ricky fu deriso e soprannominato l’allucinato, diceva di vedere cose strane, urlava e sbraitava. I genitori stanchi della cosa si trasferirono a Milano e se lo portarono dietro pieno di complessi.
“Sì, Marco ricordo benissimo cosa successe sulla collina, come ho potuto dimenticare?”.
“Non preoccuparti anche io fino a qualche giorno fa non ricordavo nulla”.
“E come la nostra mente abbia seppellito per sempre quel ricordo” gli dissi.
“Marco qui c’è qualcosa d’oscuro, opprimente e nauseabondo che sta scavando dentro di noi. Sta disseppellendo e aprendo una ad una, tutte le bare che da ragazzi avevamo chiuso… e anche bene.”
Marco scosse la testa, poi aggiunse
“Che pensi sia successo a Ricky in quella casa?”
“Non lo so, e quello che più mi spaventa è perché non ci siamo più tornati dopo quell’episodio? Avevamo paura? Credevamo di sognare?”.
“Credo che non tornammo lì per un semplice motivo. Io lo chiamo destino. Se saremmo tornati probabilmente adesso non potremmo stare qui a parlarne” disse Marco. Mi avvicinai al grande orologio della cucina, aprendolo presi qualcosa.
Marco guardava insospettito.
“Anche io la conservo ancora” gli dissi, facendo rotolare sul tavolo qualcosa. La mia biglia di vetro, il simbolo della nostra amicizia, il mio distintivo.
“Anto è incredibile, anche tu?”.
“Sì l’ho conservata per tutti questi anni”.
“Anto, Ricky non era allucinato, vedeva davvero quelle cose” dicendolo sul suo viso si stagnò una smorfia di dolore. Sentii qualcosa che dall’interno dello stomaco mi divorava senza fretta. Si trattava di una creatura orripilante e affamata chiamata rimorso.
“Perché non avevamo creduto ai racconti di Ricky? Era uno del gruppo, aveva la biglia, e tutti noi avevamo sempre creduto nel sovrannaturale. Perché lo avevamo deriso, affibbiandoci per giunta quel ridicolo soprannome? L’allucinato”.
“Marco, gli allucinati eravamo noi. Come siamo potuti essere così ciechi?”.
“Anto, non essere così duro con te stesso, eravamo solo dei ragazzi che giocavano ai piccoli detective”.
Rimanemmo in silenzio, ma dentro di noi vi era un gran baccano.
“Siamo pronte” dissero le ragazze rientrando in cucina.
“OK” esclamò Marco, mentre con un movimento fulmineo si ficcò una delle biglie in tasca. Io presi l’altra.
“Ragazzi carichiamo la macchina, e ricordiamoci di portare Demon” dissi.
Mi sentii osservato.
“Un cane ci può far comodo, no?”
Dopo essermi vestito, partimmo.
Dovevamo percorrere circa 250 Km, ma poco dopo essere partiti Dany ci obbligò ad una sosta all’area di servizio. Non si sentiva bene, sostenne che si trattava d’ansia. L’area era deserta, vi erano un paio di macchine parcheggiate di fronte all’Autogrill e altre in fila al distributore del carburante. Appena entrati nel bar notai in fondo al bancone il barista che porgeva qualcosa da bere ad un ragazzo. Prendemmo quattro caffè; ci furono serviti direttamente al banco da una graziosa ragazza. In un altro momento ci saremmo messi a gironzolare per gli scaffali di  videocassette e CD. Le aree di servizio sono zeppe di cose del genere, ma in quel momento non ci andava, ci sentivamo come i prescelti di una missione sacra.
Non sapevamo cosa avremmo trovato una volta a Scario e questo ci terrorizzava.
“Salve ragazzi” esclamò una voce dal fondo del bancone.
“Ce l’hai con noi?” ribatté Marco
“Sì, proprio con voi.”
Lo riconobbi, ma non avrei voluto.

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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