Gli occhi del male. Romanzo a puntate (nona parte)


OLYMPUS DIGITAL CAMERA“Riccardo Mangialapenna, suppongo” farfugliai.
“Sì, sono io”.
“Ehi Ricky n’è passato di tempo, eh?” disse Marco.
La situazione era strana, e il fatto di aver incontrato Ricky dopo anni non mi raccontava nulla di buono.
“Ricky, che ci fai da queste parti?” gli chiesi.
“Sono sceso da Milano per andare a Sorrento”.
“Ah sì? E come mai? Una rimpatriata?” disse Marco con tono sarcastico.
“No, ho avuto un incubo.”.
Appena nominò la parola incubo, ci rattristammo. I nostri volti erano bassi rivolti al pavimento. Non avevamo accolto Ricky nel migliore dei modi; pensai a tutte le calunnie fatte da ragazzo “Allucinato, Allucinato, Allucinato”. Mi resi conto che Riccardo non aveva colpe, il fatto che Marco e io eravamo stati così burberi derivava dal fatto che averlo rivisto significava allo stesso modo ricordare cose che avremmo voluto dimenticare per sempre. Cercai di darmi una regolata ed essere un po’ più cortese.
“Un incubo? In che senso, dai racconta”.
Ricky ci guardò imbarazzato, poi inizio il suo racconto:
“Ero legato ad un gigantesco albero nel bel mezzo di una radura, il verde della macchia mediterranea intorno a me si perdeva a colpo d’occhio. Prima che mi rendessi conto di dove ero, sentii di essere legato per polsi e gambe, ero immobilizzato, tutti i miei sforzi di divincolarmi erano inutili. In lontananza, seduta su una roccia, vi era una mingherlina ragazza vestita di nero. Mi guardava con i suoi occhi verdi. Gridavo aiuto, la imprecavo, sbraitavo; ma lei niente, continuava a guardarmi. Quando ormai mi ero reso conto che era tutto inutile lei si alzò e s’incamminò verso di me. Pensavo d’essere salvo, ma avvicinandosi notai che aveva un oggetto fra le mani. Era una lima, si stava limando le unghie, o meglio affilandosele. Erano lunghissime e affilatissime.    “Aiutami” le chiesi.
“Con piacere” mi rispose.
Spezzo di colpo la limetta e iniziò a sbottonarmi la camicia. Io la guardavo incredulo “Ma cosa stai facendo?”. Iniziò poi ad accarezzarmi, potevo sentire i suoi artigli gelidi farsi strada sempre più attraverso la mia pelle. Sempre, sempre più, iniziai a urlare. Lei con sempre più foga si accaniva contro di me lacerandomi le carni. Sanguinavo e il dolore diventava sempre più insopportabile. Lei incurante di tutto, con occhio sadico fendeva prima l’aria e poi me con artigliate. Mi venne in mente un gatto che si accanisce contro un tira-graffi, in quel caso io. La sua intenzione era ovvia. Spellarmi vivo. Continuavo a sanguinare dai profondi solchi che scavava dentro di me.
Mi sentivo quasi svenire, mentre lei sempre più presa, mi rigirava le unghie dentro le ferite aperte, mentre con l’altra mano dava tremendi pizzichi asportandomi pezzi di carne, poi…
“Poi basta.”gridai.
Non mi sembrava il caso che il racconto proseguisse, eravamo allibiti.
Tirai a me Stefy e le misi un braccio intorno al collo. Marco aveva uno sguardo pensieroso. Dany sorseggiava un bicchiere d’acqua. Non sembrava tanto sconvolta. La mia attenzione cadde sulle sue mani, aveva unghie lunghe ed affilate, ma questo già lo sapevo; quando eravamo in intimità mi aveva lasciato spesso e volentieri qualche ricordino. Pensai che Dany poteva essere stata benissimo l’aguzzina dell’incubo di Ricky… lo avrebbe potuto fare benissimo.
“Scusa ma quest’incubo cosa c’entra con Sorrento?” disse Marco.
“Niente… credo… Da quando uscì da quel rudere, incubi del genere vengono a farmi visita ogni notte”.
“Ragazzi sono dodici anni che non dormo la notte.” aggiunse.
La sua voce suonò come una bomba atomica dentro il piccolo bar. Poi il silenzio di tutti. “Ma cosa vedesti all’epoca?” chiese Stefy.
“Il male”.
“Il male allo stato puro.” ribatté deciso.
“Che cosa intendi per male?” chiese Marco.
Ricky lo fisso.
“Non so spiegarlo, quando entrai era buio, non vidi niente, ma sentii qualcosa avvolgermi, mi sentivo umido.
Lì dentro c’era qualcosa di molto simile a collera, dannazione e tormento. Era come stesso il buio, le tenebre e l’aria ammuffita di quel posto fossero vive e pulsanti. Quando gridai fu perché avevo paura, ma non vidi niente.”
Raccontammo a Ricky gli incubi che erano venuti a farci visita. Lui non ne fu impressionato, aveva visto di peggio pensai.
“Allora che hai intenzione di fare, andare a Sorrento?” gli dissi.
“Sì, devo sapere, non voglio essere più un allucinato.”
Marco e io calammo lo sguardo, per anni anche noi lo avevamo chiamato così.
“Ragazzi non possiamo lasciarlo da solo” esclamò Dany.
La guardammo, poi il nostro sguardo ricadde su Ricky che nel frattempo si era messo le mani sul viso in segno di disperazione.
“Dividiamoci.” aggiunse Dany.
“No. È una follia.” ribatté Marco.
“Sì ma è l’unica soluzione” aggiunsi io.
Sapevo che queste cose capitavano solo nei film horror, e spesso andavano a finire male. Ma non c’erano soluzioni, dovevamo dividerci.
“Io Stefy e Demon andremo a Scario, Marco Ricky e Dany voi andrete a Sorrento”
“Chi è Demon?” esclamò Ricky.
“Uno stupido cane che ringhia” rispose Dany.
Non aveva tutti i torti, durante il viaggio Demon gli aveva abbaiato contro.
“Anto, ma perché non mi porti con tè e mandiamo Stefy a Sorrento? Non te ne pentirai te lo assicuro” disse Dany con fare malizioso.
“Non mi sembra una buona idea, sappiamo benissimo che qualcosa di orribile e strisciante ha invaso le nostre vite; abbiamo bisogno di lucidità” disse Marco.
Mi aveva letto nel pensiero, mentre Dany sbuffò.
“Ok allora Stefy divertiti con Antonio” disse Dany.
“Non è il momento di pensare a queste sciocchezze non ti pare?” le gridai.
Eravamo di fronte a chissà cosa, e la mia ragazza si comportava come una mocciosa. Ero davvero infuriato.
“Non c’è un attimo da perdere. Andiamo?” propose Stefy.
La sua determinazione mi spiazzò non poco.

Continua…

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