Gli occhi del male. Romanzo a puntate (decima parte)


villino scario cilento gli occhi del maleEravamo usciti dallo svincolo autostradale in direzione di Buonabitacolo, adesso ci aspettava una lunga superstrada che ci avrebbe portato a Scario. Entrammo in una galleria.
All’uscita guardai nello specchietto retrovisore, mi sembrava di aver visto qualcosa muoversi dietro di noi. Un bambino con un berretto da baseball era seduto in mezzo ai sedili posteriori della mia auto.
“Ahhhhhh”.
“Anto, ma che succede?”.
Girandomi non vidi niente
“Ah… Nulla, non ti preoccupare ho avuto un’allucinazione”.
“Tutto bene? Sul serio?”.
“Si grazie, tutto apposto”.
Io e Stefy restammo in silenzio per quasi tutto il viaggio. Usciti dalla superstrada, e dopo aver percorso alcuni paesini, ci ritrovammo di fronte al cartello “Benvenuti a Scario”. Ci assalì un senso d’ansia, confermato dai nostri sguardi assenti.
“Siamo quasi arrivati, dobbiamo salire sulla collina per 2 Km e siamo a casa” le dissi.
Lei mi guardò ed annuì.
Scario era un paesino sulla costa del Cilento, avvolto da una lussureggiante vegetazione mediterranea. D’estate i turisti passeggiavano sul lungomare. Durante il giorno si poteva fare un po’ di canoa sul fiume Bussento o noleggiare qualche pedalò per escursioni intorno alla costa.
Mentre salivamo i vari tornanti, potei notare che tutto era calmo e silenzioso. Era un paese che nel periodo estivo era colmo di villeggianti, con le loro variopinte camicie, mentre d’inverno il posto era desolato. Questo lo potei capire solo in quel momento, visto che non c’ero mai andato durante il periodo freddo dell’anno.
Arrivammo al cancello d’entrata del villino. Scendendo dalla macchina potei notare le pessime condizioni del cancello: era in ferro battuto, ma ricoperto di ruggine. Mio padre ogni anno si ricordava che doveva ristrutturare l’abitazione, ma la cosa era rimandata sempre.
“Accidenti.”.
“Cosa c’è?” disse Stefy.
“Ho dimenticato le chiavi” le risposi.
“Aspetta qui, io scavalco e le vado a prendere, mettiamo sempre una chiave di riserva sotto una mattonella” aggiunsi.
Stefy sorrise, mentre mi accingevo a compiere l’impresa. Il cancello era abbastanza alto, ma non ci furono problemi, a parte le mani ricoperte di ruggine. Mi avviai verso la casa attraversando il lungo viale. Mi accorsi che era molto diverso dal periodo estivo, non si udivano i canti di grilli e cicale, l’erba incolta era cresciuta un bel po’. Una fredda brezza autunnale mi accarezzo il collo. Gli alti pini che costeggiavano il viale ondeggiavano. Arrivato sul grande portico potei notare la bellezza della casa. Era fatta in muratura intonacata di un bianco candido. L’abitazione era in ogni caso trascurata: le piastrelle del portico erano ricoperte di aghi di pino, le mura bianche erano imbrunite a causa delle precipitazioni. In alcuni punti l’intonaco era caduto. A me piaceva così com’era. Girando intorno alla casa vidi in un angolo del giardino il motoscafo; era vecchio, gli mancavano strumenti di bordo e motore, un vero relitto messo lì  a invecchiare. Metà dello scafo era sprofondato nel terreno. Avvicinandomi vidi che era colmo d’acqua salmastra e la superficie era ricoperta di foglie secche.
Chinandomi verso il suolo alzai una mattonella.
“Ma che Cavolo”.
Un’enorme serpe nera sgusciò fuori per poi scomparire dentro l’erba alta. Fortunatamente era solo una biscia che aveva trovato riparo per l’inverno. Con il cuore in gola raccolsi le chiavi e ritornai da Stefy, ma avevo un bruttissimo presentimento, si era trattato solo di un grosso spavento, ma la cosa non mi piaceva lo stesso.
Una volta dentro casa, vidi Stefy che scrutava l’ambiente. L’abbracciai.
“Non preoccuparti, anche se questa è la casa del tuo incubo ne usciremo a testa alta da questa merda.”.
“Dov’è il motoscafo?” replicò lei.
“È dietro la casa” le risposi.
“È meglio che rimandiamo quest’appuntamento a più tardi, non ti pare?” aggiunsi.
Lei annuì abbracciandomi forte.
Ripristinai l’energia elettrica, aprii l’acqua e iniziai ad accendere il camino. Appena le birre riposte nel frigo furono gelate ne prendemmo un paio accomodandoci davanti al camino scoppiettante. La situazione era complice, sembravamo una coppietta in un tranquillo weekend e i nostri sguardi s’incrociavano di tanto in tanto.
“Anto, quando prima sei andato a prendere le chiavi, un bambino si è avvicinato alla macchina e abbiamo parlato un po’”.
“Cosa?”.
“Un bambino su questa montagna?”.
Avevo uno strano presentimento, anche io avevo visto un bambino in macchina, ma non volevo spaventare Stefy.
“Si, proprio così; si è avvicinato alla macchina e mi ha detto di essersi perso e che soltanto padre Alfonso avrebbe potuto aiutarlo a ritrovare la strada di casa”.
“Padre Alfonso?”.
“E poi cosa ti ha detto?”.
“Mi ha detto che doveva scappare perché il lupo cattivo lo stava inseguendo; non sono riuscita a trattenerlo, è scappato attraverso l’erba alta e non ho fatto neanche in tempo ad aprire lo sportello dell’auto che era scomparso”.
“Stefy ma stai dicendo sul serio?”.
La mia era una domanda retorica… la risposta era ovvia.
“Pensi che mi stia divertendo?” mi rispose.
Rimanemmo a guardare il caminetto, sorseggiando birra.
La notte era calata copiosa su di noi; invitai a entrare in casa Demon e il mio amico si sdraiò sulla soglia del camino. Sentiva freddo era evidente.
“Padre Alfonso?” dissi pensando ad alta voce.
“Si.” rispose Stefy.
“Domani scendiamo in paese e vediamo di rintracciarlo”.

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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