Gli occhi del male. Romanzo a puntate (undicecima parte)


Chiesa dell'Immacolata di ScarioLUNEDI’

Sentivo il mio viso umido, qualcosa di caldo e appiccicaticcio mi stava bagnando; aprendo gli occhi vidi il faccione di Demon sopra di me.
“Ahhh… Demon, ma che schifo.”.
Ero riverso sul pavimento e dalla finestra un raggio di sole mi accecava; cercai di rialzarmi, ma mi sentivo intorpidito. Mi ero addormentato la sera prima senza neanche accorgermene, intorno a me c’erano una dozzina di birre vuote.
“Accidenti ci siamo dati da fare” dissi rivolgendomi a Stefy.
Stava ancora dormendo sul divano; in qualche modo riuscii a rimettermi in piedi. Demon mi osservava incuriosito.
Ero incredulo, un bambino era comparso dal nulla e ci aveva mostrato il cammino da percorrere.
“Ma tutto questo sta davvero succedendo?” disse una voce dentro di me.
“Sembra proprio di sì.” le risposi ad alta voce.
Mi sentivo come in un gioco di società; eravamo come pedine,  facevamo le mosse, poi aspettavamo le indicazioni per farne altre. Ma quando finirà tutto questo? Dove ci avrebbe condotto questo gioco infernale? E soprattutto, come sarebbe finito?  L’ultima casella della plancia di gioco che sorpresa ci avrebbe riservato? Erano interrogativi ai quali non riuscivo a dare una risposta, eppure era lì da qualche parte. L’orologio sul caminetto segnava le 9:30. Pensai che Demon avrebbe fatto buona guardia a Stefy, mentre io avevo intenzione di scendere in paese.
Arrivato nelle vicinanze della piazza, parcheggiai l’auto e mi avviai verso il lungomare. D’estate vi erano centinaia di persone che passeggiavano, ragazzi cicciotelli e brufolosi che mangiavano gelati e i bar esponevano con orgoglio tavolini e ombrelloni variopinti, mentre gruppi di artisti di piazza si esibivano. Durante il giorno partivano nevette pieni di gente diretti a spiagge formatesi nella roccia.
Quella mattina era tutto diverso, notai che bar e negozietti erano comunque aperti, ma ombrelloni e tavolini all’aperto erano scomparsi. Il mare era agitato e le onde s’infrangevano con violenza contro la scogliera; un paio di vecchietti erano affacciati a un balcone e il tutto sembrava surreale, desolato, una città fantasma. Tutta l’allegria e gli schiamazzi estivi se n’erano andati con la bella stagione. Pensai di fare visita all’unica persona che conoscevo, e che in quel periodo poteva essere a Scario. Entrai all’interno del bar “Scogliera”. L’ambiente era molto modesto. L’attività rendeva abbastanza solo nel periodo estivo. Ricordo che dopo le nostre serate in discoteca passavamo di lì a prendere i cornetti caldi.
“Ciao Stella”.
“Ehi Antonio, ma che ci fai qui?” rispose la ragazza da dietro il bancone.
“Ti sono venuto a trovare”.
“Mamma mia che sorpresa, accomodati ti preparo un caffè”.
“Sì ma soltanto se mi fai compagnia”.
“È logico, sai che mi piace molto il caffè”.
Era una ragazza che avevo conosciuto qualche anno prima, lavorava da sempre in quel bar. Era alta e snella, e non l’avevo mai vista truccata.
“Ecco il tuo caffè.” mi disse mentre si sedeva al tavolo.
“Che mi racconti?”.
“Niente di particolare, sto cercando padre Alfonso, lo conosci?”.
“Come no. È il parroco della chiesa di Scario”.
Arricciai il naso, avevo fatto proprio una bella figura. Frequentavo Scario da anni e non conoscevo il parroco. Ero cattolico ma anche ragazzo, durante il periodo estivo pensavo a divertirmi con gli amici dedicando poco tempo alle situazioni religiose.
“Perché cerchi padre Alfonso Stecchetti?”.
Non mi andava di raccontargli tutto, e non volevo che pensasse che fossi pazzo.
“Ho scoperto che siamo parenti” le dissi.
“Ma davvero? Guarda i casi della vita.”.
“Ok, ora devo andare, ma ritorno a trovarti; quanto ti devo per il caffè?”.
“Eh, aspetta e spera, chissà adesso quando ti fai rivedere… Il caffè lo offro io.”.
“Grazie Stella”.
Mi avvicinai per salutarla con un bacio, e lei mi sussurrò all’orecchio.
“Sei mio”.
La guardai divertito e le sorrisi.
Uscendo dal bar, in lontananza vidi la chiesa. Era molto antica e aveva un grosso campanile al quale si accedeva esternamente, con tutta probabilità la costruzione risaliva al periodo medioevale. Entrato nella chiesa potei ammirare le svariate statue di santi alloggiate in apposite nicchie, grosse cassapanche di legno e in fondo alla costruzione un altare di marmo. Il posto era deserto, ma alcune candele erano accese e l’aria era cosparsa di un certo non so che…
Era parecchio tempo che non mettevo piede in una chiesa, ma l’effetto fu rilassante.
Avvicinandomi all’altare potei notare più da vicino l’imponente Gesù appeso alla parete, era molto bello e fatto probabilmente di un ottimo materiale, la curiosità mi spinse ad avvicinarmi ai piedi per poterli toccare.
“Benvenuto nella casa del Signore figliolo”.
Ero attonito, la statua stava parlando.
Alzai lo sguardo, ma il gesto fu dettato dal terrore e non dalla ragione.
“Che cosa posso fare per tè ragazzo”.
Questo era troppo anche per me, Gesù mi stava interpellando, e io ero immobilizzato dal terrore, si è vero, si trattava del figlio di Dio, ma io avevo una fifa del diavolo. Avrei potuto chiedergli di aiutarmi, ma il senso di smarrimento misto a stupore bloccava ogni mia iniziativa di razionalizzare il tutto.
Qualcosa si era appoggiato sulla mia spalla sinistra, rimasi immobile, ma riuscii a girare entrambi gli occhi per vedere cosa mi aveva toccato. Con orrore vidi una mano rugosa, portava un anello d’oro sull’anulare.
Urlai, ma fu breve, l’urlo si spense in gola quando vidi che si trattava di un uomo di mezza statura, calvo un po’ grassoccio vestito con pantalone e camicia, notai che sotto il braccio aveva una bibbia.
“S… S… Salve, cerco padre Alfonso”.
“L’ha trovato. Piacere Padre Alfonso Stecchetti” rispose
“Posso fare qualcosa per lei giovanotto?”.
“Il suo viso era sereno e ispirava fiducia, il suo abbigliamento no. Vestiva con delle tremende scarpe da ginnastica infangate, un pantalone marrone a coste e una camicia color paglia, il tutto era molto anni settanta e fuori moda.
Sì, era vero che non entravo in chiesa da parecchio tempo, ma l’abbigliamento del padre era molto inusuale.
“Scusa per l’abbigliamento figliolo, ma sono appena tornato da una scampagnata e non potevo certo andarci con la tunica”.
“Accidenti, mi ha letto nel pensiero” pensai
“No padre si figuri” gli risposi.
“Allora a cosa devo il motivo della tua visita figl… ragaz…”.
“Antonio, padre, mi chiamo Antonio”.
“Padre sono venuto da lei per una situazione molto delicata, ma non so se dopo avermi ascoltato lei mi reputi degno di manicomio”.
“Andiamo al bar dietro l’angolo, lì non c’è mai nessuno e potremmo discutere in tutta tranquillità” disse il padre.
Il bar si trovava a due passi dalla chiesa dietro un vicolo, era buio, angusto e fatiscente. Ordinammo due caffè, anche se ne avevo preso uno poco prima, non ci badai e ne presi un altro.
“Dimmi figliolo.”.
“Padre per favore non mi chiami figliolo, basta Antonio”.
Lui annuì e disse:
“Problemi di droga? Ti sei lasciato con la ragazza? Hai bestemmiato? Rubato?”.
“Padre ma cosa dice, le sembro il tipo che si è fatto 200 e più Km per venirgli a confessare peccati del genere?”.
Il suo viso s’imbronciò.
“Mi scusi padre sono solo un po’ sconvolto, ho i nervi a pezzi; io volevo parlarle di presagi di morte, tenebre, e chissà cos’altro”.
Il padre si fece serio.
“Dimmi tutto… Antonio”.

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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