Gli occhi del male. Romanzo a puntate (quattordicesima parte)


cimitero-notteGuardando il display dell’auto mi accorsi che erano le 3:45.
Stavamo percorrendo la strada statale che ci avrebbe condotto a casa e in quel momento pensai al povero Demon lasciato a guardia della casa, chissà come avrebbe reagito al cospetto di una presenza malefica.
Frenai di botto l’automobile, mentre con la mano sinistra tenni Stefy affinché non finisse contro il parabrezza. L’automobile sbandò rigirandosi su sé stessa.
“Anto, ma sei impazzito ci vogliamo ammazzare?”
“Scusami, ma credo di impazzire.”
“In che senso?”
“Aspetta che ci togliamo dalla strada, potrebbe essere pericoloso.”
Accostai l’auto.
“Anto ma cosa fai, perché sei sceso?”.
Il chiaro di luna mi permetteva di vedere la scia di pneumatici lasciati sull’asfalto poco prima; avevo rischiato la vita, ma un pensiero mi tormentava, come un disco incantato che ripete sempre la stessa nota.
“Stefy, questa mattina quando sono sceso in paese per cercare padre Alfonso, mi sono recato al bar dove lavora Stella, ed è stata proprio lei ad indirizzarmi verso la chiesa.”
“E allora?” replicò Stefy, che nel frattempo era scesa dalla macchina.
“È stata lei a dirmi il cognome del prete. È stata lei a dirmi che si trattava di Alfonso Stecchetti e che era il parroco di Scario.”
“Impossibile.”
“No. Niente di impossibile Stefy. Non sono ancora impazzito, Stella mi ha detto il cognome del padre, ed è stata sempre lei stasera a dirmi che aveva capito male.”
“È coinvolta?”
“Il padre mi ha parlato del male…” gli risposi.
“Potrebbe essere lei la forma prescelta dal maligno?”
“SI, ma potrebbe essere anche questo fantomatico padre Alfonso.”
Stefy si passo entrambe le mani fra i capelli in segno di disperazione. Eravamo lì su una strada statale a farneticare, credevo di impazzire, e le poche ore che mancavano per l’alba mi sembravano interminabili. Dovevo sapere, lo volevo con tutto me stesso. Poi la svolta, o meglio l’incubo. Un rumore sordo proveniente dalla mia automobile attirò la nostra attenzione. Ero immobilizzato dal terrore, ma anche molto nervoso e teso. Non ci pensai troppo e aprii la portiera lato guida. Qualcosa usci dall’altra parte.
“È il bambino.” urlò Stefy.
Alzando lo sguardo vidi un ombra attraversare la strada per poi scomparire nell’oscurità della notte.
“Stefy, inseguiamolo.”
Presi la torcia d’emergenza che avevo nel cruscotto e attraversammo la strada. Sull’altro ciglio c’era solo un grosso cancello.
“Anto è il cimitero di Scario” sospirò Stefy.
L’insegna era enorme e logora.
“Stefy era il bambino con cui hai parlato?”.
“Sì, era lui”.
“Ok, allora dovremo scavalcare”.
“Sì ma come?” replicò lei.
Il cancello era enorme, sulla sommità erano saldate delle lance appuntite.
“Aspetta un attimo, prendo la macchina e la porto sotto il cancello, così da poterci salire e scavalcare.”
Riuscimmo senza non pochi sforzi ad oltrepassare il cancello. Il mio maglione fu lacerato da uno degli spuntoni.
Appena all’interno ci pentimmo della nostra impresa. Il paesaggio era terrificante, il cimitero si presentava con logore lapidi usurate dal tempo, una bassa nebbia le avvolgeva, la poca illuminazione era data da sporadici lumini accesi. Gli alti cipressi che costeggiavano le mura sembravano ombre nefaste.
Cercai di rimanere calmo, visto che Stefy trasudava paura allo stato puro, la presi per mano e la invitai a percorrere lo stretto vialetto di pietra.
“Anto io ho paura?”.
“E di cosa? Non avrai mica paura che qualche cadavere esca dalla tomba per afferrarci?”.
“Dopo quello che mi hai raccontato… sì.”.
La risposta mi gelò il sangue nelle vene, mi resi conto di aver detto una cretinata. Le strinsi la mano in segno di conforto e la invitai con un sorriso a seguirmi, ma il mio più che un sorriso era una smorfia nervosa. L’intera situazione era grottesca: eravamo in un cimitero ad inseguire uno spirito di un bambino… altrimenti come avrebbe fatto a passare il cancello?
In quel momento se fossero usciti i cadaveri dalle fosse non mi sarei sorpreso più di tanto… almeno credevo…
Ci incamminammo verso il sentiero centrale, in lontananza si vedeva una grossa cappella, Stefy mi stava attaccata addosso, la sua mano sudava, ma poteva essere anche la mia. Con il fascio di luce della torcia fendevo l’oscurità in cerca di di ogni minimo indizio, anche se per ogni lapide che illuminavo, ringraziavo il Dio per non aver visto niente.
“Anto non senti uno strano odore?”.
“Sì, è l’odore di santità. Lo stesso odore che ho sentito quando ho incontrato padre Alfonso.”
“Cos’è stato?”.
Un rumore di passi attirò la nostra attenzione.
“Stefy eccolo. È il bambino.”.
Correva fra le lapidi, lo inseguimmo, ma poco dopo scomparve.
“Stefy ma dove è andato?”
“Anto non lo so.”
“Se è uno spirito… e credo che lo sia, non lo prenderemo mai, come si fa a prendere qualcosa che…”
“Questo posto mette i brividi. È pieno di lapidi… che… che cosa?”.
“Anto hai visto un fantasma?”
“Credo proprio di si.”
Il fascio di luce della torcia era fisso sulla lapide ai nostri piedi, sopra c’era una foto ed un’incisione:

Padre Alfonso Stecchetti
1939 – 1989

Stefy si coprì la bocca per fermare l’urlo in arrivo. Riconobbi la foto, era l’uomo con cui avevo parlato la mattina prima.
Un altro rumore di passi proveniente dalle nostre spalle ci fece voltare, era il bambino, correva verso di noi.
“Stefy ma perché viene verso di noi? Da cosa scappa se non da noi?”
“Ecco da cosa scappa.” urlò Stefy.
Un grosso lupo nero lo inseguiva sbraitando, eravamo incapaci di intendere e di volere, non sapevo cosa fare, le nostre mani erano come incollate l’una nell’altra; lasciai che il destino decidesse per noi. Il bambino ci raggiunse passandoci attraverso, come se noi fossimo il nulla.
Il lupo invece si fermò a un paio di metri, era nero come le tenebre, le sue cavità oculari erano accese di una luce bianca.
“La luce dei morti.” pensai.
Dalla bocca semiaperta colava una sostanza verdastra, sembrava melma.
“Quella dello scafo.” suggerì l’inconscio.
Ringhiava con ferocia, facendo prima un passo in avanti e poi un altro indietro, come se fosse indeciso sull’attaccare o meno. La mia capacità di razionalizzazione fu rasa al suolo da un concentrato di puro terrore, non riuscivo a muovermi, anche gli occhi erano pietrificati, guardavano quelle cavità colme di luce, ma nello stesso tempo vuote.
“Vai via in nome di Dio. Ti ordino di andar via aguzzino delle tenebre, avvoltoio del buio, sicario del male, io ti sconfino da questo posto sacro in nome di Gesù Cristo nostro Signore.” tuonò una voce alle nostre spalle.
Svenni.

Continua…

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