Gli occhi del male. Romanzo a puntate (quindicesima parte)


lupo-rincorre-bimbo“Ragazzi… Ragazzi… ehi sveglia.”
Aprendo gli occhi fui accecato da una luce intensa, sopra di me un ombra alquanto singolare, un uomo vestito con una tuta blu e folta barba mi osservava da vicino.
“Ehi, sei vivo.”
Il suo alito era pesantissimo, sembrava che si fosse scolato un’intera enoteca.
“Ehi, mi stia lontano.” gli urlai.
Cercai di rimettermi in piedi, ero umido, e sporco di terra ed erba.
Aiutai anche Stefy a rialzarsi, era frastornata quanto me.
“Cos’è successo?” chiesi all’uomo.
“Dove siamo?” aggiunse Stefy.
“Cos’e successo dovreste dirmelo voi. Siete nel cimitero e stavate dormendo.” replicò l’uomo con la barba.
“Ci scusi ma…” disse Stefy.
“Ma siete pazzi. Che cosa volevate fare? Dissotterrare qualcuno?”
“Niente di tutto questo, siamo rimasti chiusi nel cimitero, e non potendo fare altro ci siamo addormentati.” gli risposi.
“Non mi convince. Ma a chi volete prendere in giro. Mica sono uno stupido io.”
“Nessuno ha detto una cosa del genere.” disse Stefy
“Adesso basta. Chiamo i carabinieri e poi vediamo… Io sono il custode di questo cimitero, e quindi il responsabile.”
“No, per carità. Non chiami la polizia, se lo fa l’accuseranno di non essere un buon guardiano e la faranno licenziare; mettiamoci una pietra su, noi non abbiamo toccato niente, ci lasci andar via, sarà conveniente per tutti, non crede?” gli dissi.
“Filate. E niente più scampagnate nel cimitero, se vi ribecco ve la faccio pagare e togliete quella macchina dall’ingresso.” urlo l’uomo in lontananza.
Il cancello era aperto e l’auto era dove l’avevamo lasciata.
“Io ho bisogno di un caffè.”
“Vada per il caffè” rispose Stefy.
Arrivati in paese, notammo un bar che stava aprendo; il grande orologio del campanile segnava le 6:30.
“Due caffè per favore” chiesi al cameriere.
“Signore la macchina è stata appena accesa, il caffè potrebbe non essere ottimo.” rispose
“Non si preoccupi, come stiamo adesso potremmo bere di tutto.” aggiunse Stefy.
Eravamo in un modesto bar di paese seduti ad aspettare un caffè, una situazione comune a tante altre, se non fosse stato per gli avvenimenti della notte.
“Stefy quella voce alle nostre spalle era padre Alfonso, ne sono sicuro.”.
“Che paura, sono svenuta quando il bambino ci è passato attraverso.”
“Sei sicura? Possibile che non me ne sia accorto?”
Squillò il cellulare.
“Pronto?”
“Anto, sono Marco, come và?”
“Non te ne parlo proprio, i nostri incubi si stanno materializzando.”
“Chi è?” chiese Stefy.
“Marco.” le sussurrai posando la mano sul microfono del cellulare.
“Siamo appena reduci da un simpatico incontro con non so che cosa. Tu come te la passi?” gli dissi.
“Qui è un casino. Ho avuto altri sogni premonitori.” rispose
“Marco adesso non è il momento.” tagliai corto.
“Credo che invece sia importante.” replicò lui.
“Ok dimmi tutto.”
“Mi trovavo in una radura, una sorta di terreno che una volta ospitava uno stagno, lo si capiva dalla forma circolare e profonda, e dalla vegetazione, per lo più canne di bambù, inoltre il terreno era fangoso. Mentre ero fra l’erba alta, sono caduto, credo in una sorta di pozzo naturale. In fondo all’apertura mi è apparso un uomo calvo, vestito in modo strambo, mi sembra che avesse delle enormi scarpe da ginnastica.”
“Marco aveva un pantalone marrone a coste e una camicia color paglia?” lo interruppi.
“Come fai a saperlo?”
“Adesso il discorso sarebbe troppo lungo, ti ha detto qualcosa?”
“Sì. Le parole le ricordo benissimo, mi ha detto: Il male è intorno a noi, il male è paziente, il male ci osserva, il male è più vicino di quanto noi possiamo immaginare.”
Ripetevo le parole di Marco ad alta voce, mentre il cameriere arrivò con i caffè. Il suo sguardo era strano, mi guardava con occhio attento mentre si accingeva a depositare le tazze sul tavolo. Stefy lo allontanò con uno sorriso acido.
“Grazie mille, ma vorremmo stare da soli.”
“Cavolo. Cosa vuol dire?” chiesi.
“Non saprei ti ho chiamato per sapere se quello che mi ha detto per te ha un senso.”
“La persona che ti è apparsa in sogno è padre Alfonso Stecchetti”.
“Chi?”
“Poi ti spiego tutto con calma.”
“Va bene, come vuoi.”
“Siete andati alla casa sulla collina?” gli chiesi.
“Non ancora, stiamo per partire adesso.” mi rispose.
“Cosa, ancora non ci siete andati? Ma che state in vacanza?”
“Ricky non se la sentiva, ma adesso sembra aver preso coraggio.”
“Ok fammi sapere gli sviluppi.”
“Ci sentiamo.”
“Anto prendi il caffè, si raffredda” disse Stefy.
“Si grazie.”
Salimmo in macchina e ci avviammo verso casa. Risalendo la scoscesa strada che ci avrebbe riportato da Demon, scorsi in lontananza una figura sul ciglio della strada.
“Il Bambino, il bambino” urlò Stefy.
“Speriamo che non fugga” risposi.
Rallentai in prossimità della figura, fino a fermarmi.
“S… Sc… Scusa vuoi un passaggio?”
Il bambino annuì con il capo, non riuscivo a vederlo, aveva il viso coperto da un cappellino di baseball. Avrebbe potuto avere sui dodici, tredici anni. Scesi dall’auto per farlo salire, non lo vidi più.
“Stefy dov’è andato? È scomparso.”
“Anto sali in macchina… è qui.”
Risalii in auto, e lo vidi dallo specchietto retrovisore, era salito attraversando la carrozzeria, la mia automobile non aveva porte posteriori.
Era lo stesso bambino che avevo visto all’uscita della galleria e nel cimitero.
“Dove devi andare piccolo?” gli domandò Stefy.
Il bambino alzando il braccio indicò con l’indice di proseguire. Innestai la marcia e ritornai al centro della carreggiata. Proseguendo per la collina, cercavo di scorgerlo in viso, ma era impossibile, il cappellino che portava era enorme e lui aveva sempre la testa bassa. Era evidente che non volesse farsi guardare. Ogni tanto lanciavo qualche occhiata a Stefy, lei ricambiava. Non sapevamo cosa fare, l’unica cosa era proseguire.
“Anto guarda il bambino.”
“Cosa? Ma se è con noi?”
Un rapido sguardo allo specchietto retrovisore riaprì le porte dell’incubo. Era scomparso e riapparso a una cinquantina di metri da noi. Il tempo di avvicinarci, e prese a correre giù da una scarpata. Io e Stefy ci catapultammo dall’automobile, per inseguirlo, correva, correva forte, a rischio è pericolo gli correvamo dietro su un terreno scosceso, inciampai e caddi per parecchi metri. Mi ritrovai a terra, pieno di graffi e un forte dolore alla gamba. Stefy stava ancora scendendo giù per il pendio, con una mano la salutai, per farle capire che stavo bene, almeno ero vivo. Pochi minuti e Stefy riuscì a raggiungermi.

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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