Gli occhi del male. Romanzo a puntate (sedicesima parte)


pozzo“Anto, ma cosa hai fatto?”
“Che domanda Stefy, sono inciampato è caduto, no?”
“Scusa, eh… stai bene?”
“Più o meno, qualche graffio e un po’ di dolore alla gamba destra”
“Hai visto dove è andato il bambino?” gli chiesi.
“Lo vedo adesso.”
La figura era a pochi metri dietro le mie spalle. Il tempo di voltarmi e riprese a correre.
“Stefy, prendilo.”
“Anto corri.”
Il bambino correva come un ossesso attraverso l’alta vegetazione e non saremmo riusciti a tenere il passo per molto. La gamba mi faceva male, ma dovevo seguirlo, non potevo permettermi il lusso di perderlo. Mi disinteressai anche di Stefy, la fame di sapere non conosceva ostacoli. Caddi e rialzandomi vidi Stefy al mio fianco.
“Lo abbiamo perso?” gli chiesi.
“Credo proprio di sì.” mi rispose.
“Stefy ma questo posto cosa ti sembra?”
“Un lago in secca, una sorta di conca.”
“E’ il luogo del sogno di Marco, ne sono sicuro.”
“Ahhh…”
“Stefy dove sei? Stefy? Stefaniaaa…”
Era scomparsa nel nulla, un attimo prima era dietro di me. Iniziò a piovere, la fortuna non era di certo dalla nostra parte. Vidi una sorta di apertura, avvicinandomi notai che era molto profonda, non riuscivo a vedere niente, ero sicuro che Stefy si trovasse sul fondo.  La cosa più logica da fare era andare a cercare una corda per poi calarsi nell’apertura, ma dove avrei trovato una corda in quella radura? E se poi Stefy era ferita? Se lì giù non fosse stata sola? E se… Tirai un lungo sospiro e mi gettai nel pozzo.    Passarono un paio di interminabili secondi, poi il tonfo. Aprendo gli occhi notai di essere circondato d’acqua, mi arrivava fino al collo. Alzando lo sguardo vidi alla sommità del cratere uno squarcio di cielo nuvoloso, la pioggia mi cadeva sul viso attraverso l’apertura ripulendomi dal fango. Mi alzai, l’acqua mi arrivava in vita. Di fronte a me si faceva strada un cunicolo avvolto dalle tenebre. Pensai che una volta entrato la poca luce proveniente dall’apertura non avrebbe potuto accompagnarmi.
“Stefy” urlai.
“Stefyyy…” rispose l’eco della mia voce.
Incamminandomi lungo l’angusta apertura fui avvolto dall’oscurità e girandomi potei vedere poco distante il riflesso sull’acqua torbida della luce proveniente dalla sommità del pozzo. Non avrei potuto proseguire senza luce, tirai fuori lo zippo dalla tasca e cercai di accenderlo; niente, era inzuppato fradicio, non si sarebbe mai acceso.
Decisi di proseguire al buio appoggiandomi alle anguste pareti della grotta e toccandole mi accorsi che trasudavano acqua, erano grezze, sembrava roccia vulcanica, ma non ci avrei giurato. In lontananza scorsi una luce fioca e allungai il passo per arrivare in una sorta di grande cavità circolare.  La luce proveniva da una torcia accesa sulla parete, l’acqua l’aveva quasi raggiunta. Tutto l’ambiente era semisommerso. Sentii l’acqua muoversi dietro di me, qualcosa si stava avvicinando alle mie spalle, non feci neanche in tempo a girarmi che un’ombra mi colpì la schiena, poi alla testa, fui spinto sott’acqua. Qualcosa mi tratteneva, voleva annegarmi, riuscii in qualche modo a divincolarmi e riemergere.
“Stefy, ma che cazzo fai?”
“Scusa Anto non ti avevo riconosciuto, avevo paura ed ho attaccato.”
“Mi stavi quasi per ammazzare.”
Lei aveva il volto ricoperto di fango, i lunghi capelli legati le ricadevano nell’acqua.
“La forma prescelta… Il male deve diventare come noi per combattere la sua battaglia…” pensai.
La situazione era chiara, non potevo fidarmi nemmeno di Stefy. La dovevo tenere d’occhio.
“Stefy questo posto tra meno di un’ora sarà pieno d’acqua.”
“Possiamo usare quella torcia sulla parete per fare un po’ di luce” rispose
“Buona idea, prendiamola.”
“Anto, mi è sorto un dubbio, ma come fa quella torcia a essere accesa? Chi è stato a venire qui giù ad accenderla? E soprattutto… dov’è?”.
Mi assalì un senso d’ansia terribile, una torcia accesa in una sorta di pozzo semisommerso, la cosa non mi piaceva, inoltre l’ambiente era molto buio, potevamo non essere soli, e non mi fidavo più di Stefania.
“Stefania, prendiamo la torcia e cerchiamo di uscire di qui alla svelta.”.
“Anto, come mai mi hai chiamato Stefania, non lo hai mai fatto?”
La guardai, anche se eravamo molto vicini, riuscivo a vedere solo metà del suo viso, quello illuminato dalla torcia sulla parete. l’acqua continuava a salire. Restammo in silenzio per un po’. Cercavo di razionalizzare il tutto, ma non c’era proprio niente a cui appigliarsi.
“Stefy siamo al limite, non c’è la faremo.”.
“Anto non abbandoniamo le speranze”.
Io e Stefy eravamo sommersi fino al collo, con la torcia riuscivo a vedere il soffitto della caverna, era a circa un metro da noi, non credevo di farcela, dalla grotta non c’erano uscite oltre quella da cui eravamo entrati, pensavo che sarebbe stata la fine. In me non c’era rimasto nemmeno un po’ d’ottimismo.
“Anto, possiamo dirigerci a nuoto verso l’apertura, aspettando che l’acqua salga per raggiungere la sommità del pozzo.”
“Stefy sei un genio.”.
L’acqua iniziò a defluire, scendeva… era come se qualcuno avesse tolto il tappo di un grande lavandino. L’acqua andò via lasciando uno strato di fango.
“È un miracolo.” urlai.
“Sì, siamo salvi.” rispose Stefy.
A pochi passi da noi giaceva una cassa di legno fradicia, era chiusa con grossi chiodi arrugginiti. Un po’ di forza bastò per aprirla, il legno era marcio. All’interno della cassa un mucchio d’ossa semisommerso dalla fanghiglia, quello che rimaneva di uno scheletro umano.
“Stefy, scommetto che si tratta di…”.
“Padre Alfonso.” concluse lei.
“Ancora l’odore di santità. Lo senti Anto?”
La torcia che avevo fra le mani si spense, come se qualcuno ci avesse soffiato sopra.
“Mi avete liberato e ve ne sarò grato per sempre.”
Un canto angelico echeggiava nella grotta, davanti a noi si andò materializzando la figura di padre Alfonso; era quasi trasparente ed emanava una fioca e calda luce azzurra, i contorni della caverna furono investiti dai fasci di luce; sembrava di stare in paradiso.
“Padre, mi faccia indovinare. Lei era un’anima del purgatorio che non riusciva a trovare pace?” gli chiesi.
“Sì. Proprio così. Non finirò mai di ingraziarvi per quanto avete fatto, ora potrò compiere il lungo viaggio verso la terra promessa. Il vostro amico è in pericolo, dovete aiutarlo, da solo non può sconfiggere il male, come io non ho potuto tanti anni fa; ho dovuto aspettare per anni prima di poter assaporare l’eternità. Nel frattempo sono rimasto intrappolato qui.”
“Padre ma allora ci ha mentito?”.
“Ho dovuto. Antonio avevi bisogno di un incoraggiamento, di fiducia, di qualcuno che ti responsabilizzasse. Se ti avessi detto che combattendo con il male ci avevo rimesso la vita, ti saresti scoraggiato, e con tutta probabilità non saresti qui in questo momento.”
“Padre, e il bimbo? Chi è?”
“Un’anima vagante, non ha trovato ancora pace.”
“Dovete aiutarlo, aiutando lui aiuterete anche voi stessi. Solo la forza e l’amore che vi unisce possono sconfiggere il male.”
“Padre ma adesso che facciamo?”
“Trovate il vostro amico e cercate di sopravvivere. Io vi starò vicino, ma non potrò intervenire in nessun modo, il lavoro sporco spetta a voi.”
“Di quale lavoro sporco sta parlando?”
La luce si affievolì. Per poi scomparire del tutto. Misi il piede su qualcosa di solido, era il mio accendino, forse caduto durante l’allagamento della grotta.
“Antonio… Antonio…”
Una voce proveniva dal cunicolo che avevamo percorso per arrivare al cuore della caverna. Corremmo attraverso l’apertura.

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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2 responses to “Gli occhi del male. Romanzo a puntate (sedicesima parte)

  • patrizia benetti

    Aiutando il bambino in difficoltà si arriva al “male” e lo si sconfigge.
    Il bambino è la purezza, il bene, la positività…..
    Ma quanti caffè beve Antonio, insieme ai suoi amici?

    • Antonio Ferrara

      Ahhahah, hai ragione patrizia e ne bevo ancora, troppi tanti… Hai ragione, nei miei lavori successivi ho litato la cosa, anche se c’è sempre qualcuno che prende un caffè e fuma una sigaretta.

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