Gli occhi del male. Romanzo a puntate (ventesima parte)


long sharp nails“Devo prendere la tua anima, ma visto che è pura, dovrò prima farla dannare così da costringerla ad esporsi. Se ti uccidessi così sul colpo la tua anima verrebbe fuori, ma essendo pura si rifiuterebbe di seguirmi.
Marco la guardava esterrefatto, cercò di farfugliare qualcosa. Nonostante io fossi disteso nel condotto a soli pochi metri da lui non riuscivo a capire cosa dicesse. Gli occhi gli sporgevano, aveva lo sguardo della paura.
“Non preoccuparti tesoro, sentirai soltanto un po’ di dolore, ma farò in modo di tenerti in vita fino a quando non ti avrò estratto il cuore.” disse Daniela.
“Per dannarti l’anima devo farti passare le pene dell’inferno da vivo.”
“Aiuto, cosa vuoi farmi?” farfugliò Marco con voce soffocata dal cerotto che aveva sulla bocca.
“Niente di particolare, faremo l’amore. Nulla in contrario però che se nella foga ti spello vivo, vero?” Dicendolo Daniela gli mostrò le affilatissime unghie di entrambe le mani. In quel momento avevo in corpo un drink colmo di paura e impotenza. Perché Daniela voleva far del male a Marco? Come lo avrei impedito? Ero disteso in un cunicolo, bloccato da una spessa grata di ferro.
Decisi di non far percepire la mia presenza, la cosa non sarebbe servita. Iniziai a retrocedere a carponi, non c’era spazio per rigirarmi, dovevo per forza di cose ripercorrere all’indietro lo stretto cunicolo. Una volta uscito avrei potuto dirigermi verso la strada presa da Stefy e magari raggiungerla. Dovevo trovare Stefy, era in pericolo, ma dovevo anche aiutare Marco, e in definitiva scoprire cosa stava accadendo in quello scantinato. Le cose da fare erano tante, ma non dovevo scoraggiarmi, farlo sarebbe equivalso a  morire.
Un urlo al limite dell’umano si fece strada con irruenza nel mio orecchio sinistro, per poi fuoriuscire con prepotenza da quello destro e proseguire la sua strada attraverso l’angusto passaggio. Non feci neanche in tempo a razionalizzare, che c’è ne fu un altro e un’altro e un altro ancora… Mi tappai le orecchie con entrambe le mani, ma le gelide urla battevano nella testa come un tamburo di un batterista hard rock.
Il mio primo pensiero fu quello di strisciare verso la grata e gridare “Puttana cosa gli stai facendo al mio amico.” Scartai l’ipotesi, sarebbe stato tutto inutile. Fra le urla agghiaccianti proseguivo il mio percorso all’indietro. Ero nervoso, allucinato, spaventato, sapevo della pericolosità delle unghie di Daniela che in varie occasioni avevo avuto la sfortuna, fortuna di assaporare. Non riuscivo a togliermi dalla mente la scena che immaginavo. Con tutta probabilità lo stava spolpando vivo.
Finito di percorrere il tunnel mi rialzai, avevo la schiena indolenzita ed ero un bagno di sudore; come doccia schiuma avevo usato: sforzo fisico e tensione. Ormai non pensavo più, agivo per istinto, quello della sopravvivenza. Accesi l’accendino e mi misi a correre. Percorsi il lungo corridoio, arrivato al punto dove mi ero diviso con Stefy avevo due possibilità. Continuare verso la direzione presa da Stefy o tornarmene a casa verso le scale. Non c’erano dubbi, ormai dovevo arrivare fino in fondo per vedere cosa avrei trovato.
La strada che aveva imboccato Stefy era un corridoio tondeggiante, fu come girare intorno a una torre, portava verso il basso. “L’inferno.” pensai.
Giunsi in una sorta di anticamera, in quel punto il corridoio si allargava per dare spazio a una grossa porta di legno. Le maniglie erano dei grossi anelli, uno per ognuna delle due ante della porta. Guardando il grosso portone e lo spazio adiacente ad esso capii che si sarebbe aperto tirandolo. Poggiai lo zippo acceso per terra, afferrai uno dei due anelli con entrambe le mani e tirai con tutta la forza che avevo. Le grosse ante dapprima scricchiolarono, poi si aprirono stridendo sul pavimento. La porta sembrava molto vecchia, medioevale. Pensai.
Lo scenario che si presentò ai miei occhi fu una panoramica completa dello stanzone che avevo visto pochi minuti prima dalla grata. La mia attenzione ricadde subito sulla vasca circolare al centro della stanza, anche perché era l’unico oggetto presente. L’ambiente era scarno, non vi era niente, a parte le fiaccole sulle pareti e la vasca. Nella stanza non vi era più nessuno, Daniela e Marco sembravano essersi volatilizzati. Non c’era ombra di essere vivente, ma questo mi terrorizzava più di ogni altra cosa. “Di vivente no, ma magari di non vivente, qualcosa di invisibile appollaiato all’interno della vasca c’è e come.” mi disse la solita e rassicurante vocina.
Il rumore dei miei passi echeggiava tutt’intorno. Percorrere i pochi passi che distavano dalla vasca, fu per me come percorrere una distanza chilometrica. L’aria era ferma e pesante, il riverbero delle fiaccole sulle pareti rendevano il tutto color bronzo sporco, sembrava tutto vecchio, inusuale, fuori moda. Sembrava di essere piombati in una caverna medioevale.
“Speriamo che sia solo un incubo, una sporca, paurosa e realistica distorsione della realtà.” pensai.
In prossimità della vasca notai che alla base vi erano due gradini. Mi avrebbero permesso di guardare all’interno della grossa conca. Mi alzai sulle punte dei piedi, per cercare di guardare nella vasca, ma non vedevo niente, era troppo alta, dovevo per forza di cose salire sui gradini. Per guardare all’interno avrei dovuto prima ordinare alle mie gambe di compier un ultimo sforzo. Non riuscivo a immaginare cosa potesse contenere la vasca, questo mi incuriosiva, ma allo stesso modo mi metteva in ansia.
Solcai il primo gradino con il piede destro, subito l’altro con il sinistro. Appoggiai le mani sul bordo freddo e immobile della vasca.
Era colma di sangue. D’istinto lasciai la presa dal bordo, avevo l’estremità delle dita intrise. Delle grosse bolle d’aria incresparono la densa superficie scarlatta. Qualcosa era lì sotto… e respirava.
Ero impietrito. Le bolle non sembravano aver fine, continuavano a riemergere in superficie, notai che piccole gocce del liquido rosso mi stavano imbrattando la maglietta.
Lo specchio di sangue ridivenne immobile. Potei vedere la mia immagine riflessa. Non mi ero mai visto così, avevo indossato la più spaventosa maschera di halloween che io abbia mai visto… quella del terrore. Gli occhi erano sgranati al limite, la bocca era spalancata fino allo spasmo. Il colorito era di sicuro bianco, ma il riflesso nel liquido rosso, lo rendeva cdel colore del sangue.
Dal fondo della vasca iniziarono a riemergere centinaia di bollicine d’aria. Ebbi l’impressione di trovarmi di fronte ad una grossa pentola di sugo in ebollizione… mancava un ingrediente… Io.
Per lo spavento, per la paura del macabro pensiero, oltre che per l’idea di qualcuno alle mie spalle mi gettasse nella pentola, caddi. La schiena mi faceva molto male, ero caduto senza possibilità di scelta, le mie gambe assomigliavano sempre più a legnetti, ed ero cascato a peso morto. Cercai di rialzarmi, ma il terrore mi incollò al pavimento.    Dalla vasca riemerse prima una mano, poi un’altra. Ero atterrito. Le mani, si posarono sul bordo, lasciando impronte di sangue. Dall’immenso calderone riemerse Marco. Era ricoperto da un velo trasparente intriso di sangue. Una sorta di seconda pelle, mi diede l’impressione di una placenta. Stavo vivendo un incubo ad occhi aperti.. Gocce di sangue ricadevano nella vasca, il rumore che emettevano era simile ad un rubinetto gocciolante che perde in un lavandino colmo d’acqua in piena notte.    Aveva gli occhi chiusi. Sapevo che li avrebbe aperti, appena lo fece, li vidi, erano bianchissimi, non aveva retina, pupilla, niente. Era come se al posto degli occhi avesse due uova sode. Qualcosa ringhiò alle mie spalle, girandomi vidi Demon.
Svenni.

Continua…

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