Gli occhi del male. Romanzo a puntate (ventunesima parte)


il-diarioMi ritrovai disteso su un letto, potei vedere il soffitto bianco. L’area era permeata da uno strano odore. Guardando verso destra vidi una flebo in cima a una lunga asta, d’impulso mi guardai il braccio, per fortuna non mi era toccata. Odiavo le punture, figuriamoci un ago pulsante nel braccio. La porta si spalancò, fece il suo ingresso nella stanza una donna grassoccia vestita di bianco, con una sorta di cappello da muratore sulla testa. Non riuscivo bene a distinguerla, vedevo sfocato. Quando l’ammasso di carne si avvicinò abbastanza, mi resi conto che si trattava di un’infermiera.
“Ma cos’è successo?” le chiesi.
“Stia calmo, ha bisogno di riposare non c’è tempo per le chiacchiere.”
Girò su se stessa con un’eleganza e una grazia degna di Gozzilla e se ne andò richiudendo la porta.
“Che gentile.” pensai divertito.
Il divertimento non durò molto, ricordavo tutto… ero svenuto?
“Ah, si ricordo, Marco era fuoriuscito da quella vasca di sangue… e poi cos’era successo?”
La porta si riaprì, qualcosa veloce e oscuro mi saltò addosso.
“Anto, sono Stefy, tutto bene?”
“Scusa, ma non vedo tanto bene, ho la vista offuscata.”
“Stefy ma come mai sono in ospedale?”
“Niente di particolare, sei caduto in una scarpata e hai perso i sensi.”
“Cosa? Una scarpata? Dai Stefy perché non me ne racconti una più convincente, eh?”
“Battendo la testa hai perso conoscenza, ricordi?”
“Ma cos’è una cospirazione, uno scherzo o cosa?”
“Ma io veramente…”
“Veramente un cazzo. Ricordo tutto. Ma tu sei mia amica o no?”
“Sì, ma…”
“Ancora ma, veramente, visto che ci sei mettici anche un se e siamo apposto.”
“Anto, non so, avrai fatto un brutto incubo.”
“Credi? Tu credi? Io non credo di essere ancora impazzito.”
Mi alzai dal letto per affacciarmi alla finestra, la vista fu quella del corso Italia di Sorrento. Con le mani unite dietro la schiena contemplai i passanti.
“Dimmi una cosa, come mai ci troviamo a Sorrento?”
“Ricordi, eravamo venuti per una gita e…”.
“Vorresti dirmi che sono cascato come un idiota da chissà quale scarpata?”
“In effetti è così.” mi rispose.
“Guarda Stefy, sono ancora abbastanza lucido da poter capire che mi stai raccontando un mare di stronzate.”
“Dai Anto, cerca di ragionare?”.
“Guarda Stefy, sono stato testimone di avvenimenti che con la ragione non c’entravano praticamente nulla. Stai mentendo, ma non so il perché.”
Girandomi la vidi seduta su una sedia, aveva la testa bassa, i lunghi capelli le ricoprivano il viso. Alzò il capo e con la mano si scoprì il viso facendo ricadere la chioma all’indietro.
“A volte ci si deve rassegnare ed accettare…”
“Accettare la realtà. Quale realtà? Quella di noi ragazzi che giocavamo ai detective del brivido, o quella degli adulti che sfidano le forze del male?” la interruppi.
“Dai, fammi finire, la cosa è difficile sia da spiegare che tanto meno da accettare, però almeno senti cosa ho da dirti”.
“Ok sentiamo.” Ero nervoso.
“A volte ci si deve rassegnare e accettare la sconfitta, anche se questo può far male. Hanno vinto e noi abbiamo perso. Fine della situazione.”
“Hanno vinto?” Fine della situazione?”
“Leggi questo e poi dimmi. Se non vuoi credere a me, almeno credi nel tuo amico Marco.”
“Certo che gli credo.”
“Anto questo l’ho trovato vicino quello scheletro dove abbiamo preso la torcia elettrica.”
Mi porse un diario sporco di sangue, lo aprii e iniziai a leggere:

IL DIARIO DI MARCO

“Marco ci siamo.” disse Ricky.
“Sì, il posto è proprio questo” gli risposi.
Il cielo era nuvoloso, dalla cima della collina si vedevano le vallate circostanti, era ben visibile anche il lungo sentiero percorso e un leggero vento si era alzato.
“Forza entriamo.” disse Dany.
Il mio sguardo si incrociò con quello di Ricky, poi accesi la torcia elettrica che avevo portato.
“Ragazzi questa volta entriamo tutti insieme.”
“Certo…” risposero in coro Ricky e Dany.
Il tono non mi piacque, era complice, pacato, paziente, davano l’impressione di non vedere l’ora di entrare lì dentro. Guardando la casa senza finestre e porta, ricoperta di rampicanti secchi, mi tornò in mente quando da bambini c’eravamo venuti.
Era la stessa scena di dodici anni prima. Allora avevo paura, e l’avevo anche adesso, ma questo valeva per me. Negli occhi di Ricky e Dany non vidi paura, solo determinazione. Mettendo la mano nella tasca del pantalone, toccai la biglia di vetro. Mi tornarono in mente le parole dette da quel prete in sonno: Il male è intorno a noi, il male è presente, il male ci osserva, il male è più vicino di quanto noi possiamo immaginare. Marco e Dany erano intorno a me, erano presenti e mi osservavano. Estrassi dalla tasca la biglia colorata e con aria sorridente la mostrai a Ricky.
“E allora? Ti sembra il momento di mettersi a giocare?”
“No, ti pare, volevo sapere se ti ricordavi di questa biglia, da piccoli tu e Anto volevate sempre rubarmela, perché non ne avevate una tutta vostra; ricordi?”
“Certo che ricordo, eravamo terribili, ti inseguivamo per ore pur di poterti portar via la stupida biglia di vetro.” mi disse dandomi una pacca sulla spalla.
Cercai di mantenere il sorriso stampato sul mio viso, anche se i muscoli avrebbero voluto far assumere alla mia faccia una smorfia di terrore. “Nè Ricky, nè Anto da piccoli volevano rubarmi la biglia, anche perché ne avevano una tutta loro. La biglia era il simbolo della nostra amicizia, della nostra unione, della nostra fede; come poteva essersene dimenticato?”
Il terrore cresceva in me, la persona con cui stavo parlando non era Ricky. Non dovevo entrare in quella casa.
“Ricky che ne dici se torniamo più tardi, non sono ancora pronto.”
“Cosa? Te la fai sotto? Siamo venuti fin qui e adesso entriamo.”
“Mai io vedi…”.
“Dodici anni fa ci sono entrato da solo, ed ero solo un bambino, adesso che ti prende?” mi disse.
“Hai ragione me la faccio addosso, ho paura, va bene?” gli urlai.
“Non se ne parla proprio, adesso entreremo come da accordi.”
“Da accordi? Quali accordi? Perché tanta fretta?” pensai.
Dovevo evitare di entrare. Presi dalla tasca posteriore del jeans il portafoglio.
“Ricky qui dentro ho una reliquia di padre Pio, un crocifisso benedetto e una preghiera da recitare. Entreremo leggendo la preghiera con il crocifisso alzato, a te darò la reliquia da tenere ben stretta.”
Ricky aveva sgranato gli occhi e aperto la bocca.
“Ok, forse è meglio se torniamo un’altra volta, non credo di sentirmi tanto bene.” mi disse.
“Sì, è meglio per tutti.” aggiunse Dany.
Li guardai con aria sospetta e rimisi il portafoglio al suo posto. Cominciammo a scendere dalla collina.
“Quello non era Ricky, ma allora chi era?”
“Qualcosa di malefico risiedeva in lui, non appena aveva sentito parlare di oggetti sacri e preghiere, si era convinto a non entrare. Perché?”

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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