Gli occhi del male. Romanzo a puntate (ventiduesima parte)


OLYMPUS DIGITAL CAMERAMentre continuavamo a scendere dalla collina pensai di essere stato fortunato, con me non avevo nessuna preghiera, nessun crocifisso e neanche una reliquia. Ma la cosa aveva funzionato.
Arrivati all’auto di Ricky, un Alfa nera, ci dirigemmo verso l’albergo. Avevamo tre camere singole; arrivati sul pianerottolo, salutai Ricky e Dany con uno sorriso appena accennato ed entrai in camera mia.
Non c’era bisogno di sorridere, anzi… ma dovevo comunque fingere e mantenere la calma. La camera era molto essenziale, c’era un letto, un comodino, un armadio e un piccolo scrittoio. Una porta di legno separava la camera da un piccolo bagno. L’unica finestra affacciava sul mare della penisola sorrentina. Guardando vidi in lontananza una densa nuvola, pensai che da lì a poco sarebbe arrivato un temporale. La prima cosa che mi venne in mente fu quella di chiamare Antonio, ma il cellulare era irraggiungibile, l’odiosa voce registrata mi riferiva di riprovare più tardi.
Qualcosa di terribile stava accadendo, non sapevo cosa fare, avrei voluto parlarne con qualcuno, ma con chi? Uscii dalla stanza e bussai alla porta di Dany.
“Che c’è Marco?”
“Posso entrare?”
Avevo bisogno di sfogare, e poi volevo mettere al corrente della situazione anche Dany. Mi adagiai sulla sedia dello scrittoio, e notai che la sua camera era identica alla mia.
“Dany qui c’è qualcosa che non quadra, Ricky in realtà è… o meglio non è…”.
Mi interruppi, quasi fermato da una mano divina. Dany era seduta sul letto intenta a limarsi le lunghissime e affilatissime unghie. Quello sguardo, quelle unghie mi ricordavano qualcosa di inquietante.
“Insomma volevo dirti che Ricky lo vedo molto stanco e confuso, c’è la farà ad entrare in quella casa?”
“Certo che c’è la farà. Te lo garantisco.”
“Ok Daniela, se permetti io vado.”
“Già te ne vai?” rispose lei alzando lo sguardo.
“Vedi vorrei riposarmi, sono un po’ stanco.”
Alzandosi dal letto si avvicinò, passandomi le mani fra i capelli e baciandomi sulla fronte mi disse:
“Dai rimani ancora un po’, mi sento sola.”
“No. Daniela. Sono esausto, vado.”
Uscii a passo veloce dalla stanza richiudendo la porta alle mie spalle. Tornato in camera, mi sdraiai sul letto.
“Ricky in realtà non è Ricky? Chissà…”
Le paranoie cominciarono ad assalirmi come un reggimento di formiche marcia su una fetta di pane.
“Come era possibile che Ricky avesse dimenticato la biglia? Perché mentre era deciso a entrare nella casa, aveva cambiato idea appena avevo parlato di cose sante? Daniela assomigliava tanto alla donna dell’incubo di Ricky, com’era possibile?
Quando mi risvegliai erano le 19:30. Balzai dal letto e accesi la luce sul comodino. Presi il telefono e provai a chiamare Antonio. Niente, ancora non raggiungibile. Guardando dalla finestra vidi l’intera costiera sorrentina, illuminata. Guardata da lì sembrava un presepe. La mia attenzione fu distolta da un rumore secco, un tonfo proveniente dalla stanza di fianco, quella di Daniela. Uscii sul corridoio. M’avvicinai alla porta per origliare. Potei sentire un respiro pesante, era come se qualcuno all’interno respirasse con difficoltà. In un altro momento sarei entrato nella camera per vedere se Daniela stava bene, ma qualcosa di soprannaturale, o anche solo uno spruzzo di sesto senso mi impedì di farlo. Guardando dalla serratura potei vedere la finestra chiusa, La luce della luna filtrava attraverso la persiana. Non riuscivo a vedere nient’altro, era tutto buio. Il respiro affannoso si sentiva sempre, si aggiunse anche un cigolio metallico. Ogni tanto si sentivano dei sospiri poco più che umani, sembrava che lì dentro ci fosse una bestia ferita in punto di morte. La curiosità di entrare e vedere cosa stesse accadendo era un’ammiccante tentazione, ma la paura di vedere chissà quale mostruosità mi impediva di andare oltre. Toccandomi la fronte, mi resi conto che stavo sudando freddo, ero gelido, eppur trasudavo. Ritornai nella camera e pensai che l’unico modo di vedere cosa stava accadendo senza essere visto era la finestra.
Affacciandomi alla finestra potei vedere la persiana della camera di Daniela, ma non c’era niente a cui appigliarsi, non potevo raggiungerla.
Ero in ansia, volevo vedere, ma non essere scoperto, uscii di nuovo sul corridoio
“Cosa?”
La chiave della porta di Ricky era nella serratura, pensai che se la chiave era fuori, lui non era in camera. Appena entrato non ebbi neanche il tempo di accendere la luce che udii la porta della stanza affianco aprirsi per poi richiudersi, dei passi avanzavano nella mia direzione. Non pensai; anche perché non ne avrei avuto il tempo e mi infilai sotto il letto. La porta si aprì, il pavimento, prima buio, fu inondato dalla luce proveniente dal corridoio. Per terra si stampò un’ombra amorfa, non umana. Chiusi gli occhi non volevo guardare, ma l’altra parte di me lo voleva. Sentii la porta chiudersi, e i passi avvicinarsi sempre più, per poi allontanarsi in direzione del bagno. Riaprendo gli occhi e sporgendomi verso l’estremità del letto vidi Ricky chinato sul lavandino davanti allo specchio. Era a dorso nudo e boxer. Aveva la schiena martoriata, dei grossi solchi sanguinanti deturpavano la sua schiena.
“Neanche una tigre avrebbe potuto conciarlo in quel modo” pensai. Il suo sguardo riflesso nello specchio era assente, o meglio non aveva sguardo, le sue pupille erano bianche e sporgenti, non trasmetteva nessuna emozione, nessun dolore, solo il nulla.
Stavo per svenire, ma mi sforzai di non farlo, non potevo, almeno non ora. Cercai di recitare a mente il Padre Nostro, ma non ricordavo le parole, ero troppo in tensione per riuscire a concentrarmi. Delle frasi di una lingua incomprensibile raggiunsero le mie orecchie, lo guardai, le parole che echeggiavano nella stanza provenivano da Ricky, o da almeno quello che ne rimaneva, ma lui non muoveva le labbra.
Le profonde ferite alla schiena iniziarono a richiudersi, il sangue che nel frattempo era colato sul pavimento, prima bolle, poi evaporò. Nausea, paura e terrore erano le uniche emozioni che provavo in quel momento. L’essere chiuse la porta del bagno facendo ricadere la stanza nel buio più completo. Fu la mia salvezza, l’occasione per salvarmi la pelle; sgusciai da sotto il letto e uscii dalla stanza, socchiudendo la porta.
Tornato in camera mia, corsi in bagno per buttarmi acqua in faccia. Non credevo a quello che avevo visto, volevo capire se stavo sognando. Mi accorsi con orrore che era tutto fin troppo reale, anche l’acqua gelata. Avevo bisogno d’aiuto, non potevo farcela da solo, non avrei potuto farcela. Dovevo capire cos’era successo a Ricky in quella casa sulla collina, ma non potevo andarci da solo. Dovevo mettermi in contatto con Antonio e Stefania, anche se dentro me prendeva sempre più piede l’idea che gli fosse successo qualcosa di terribile.
Bussò la porta. Con il cuore in gola e le gambe che mi tremavano aprii.
“Ciao Marco posso entrare?”.
Era Dany, aveva i capelli sciolti e indossava una veste rossa.
“S… Sì. Certo entra pure.” farfugliai confuso.
“Ti voglio.” mi disse

Continua…

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