Gli occhi del male. Romanzo a puntate (ventitreesima parte)


eros and thanatosNon ebbi neanche il tempo di razionalizzare su quello che stava accadendo che mi piombò addosso, baciandomi. Ero frastornato, intontito, e terrorizzato. Per alcuni secondi non riuscii a respirare, il suo bacio era una morsa, mi tirava via l’aria dai polmoni, ogni mia possibilità di movimento era vana, con entrambe le mani mi serrava la gola, credevo che volesse uccidermi. Invece con una poderosa spinta mi scaraventò sul letto, seguendomi a ruota, neanche fosse stata la mia ombra. Continuava a baciarmi, mordicchiarmi e pizzicarmi. Ero in una sorta di trance, volevo reagire, ma il piacere era sublime per sottrarmi.
Quando mi risvegliai avevo il petto che bruciava, Daniela era distesa al mio fianco, dormiva. Andai in bagno, Il mio torace era tutto arrossato, ma nessuna ferita sanguinante in vista. Ero confuso, fare l’amore con Daniela mi era piaciuto, ma mi sentivo un bastardo, ero stato a letto con la ragazza di Antonio, un amico, un vero amico.
“Sei un verme.” Sei un verme.” Urlava la mia coscienza.
Avevo un’altra strana sensazione che mi frullava per la testa, ero stato assaggiato, Daniela mi aveva dato l’impressione di assaggiarmi.
“Quanti problemi, paranoie; i mostri non esistono.” Dovevo convincermi che si fosse trattato solo di un incubo.
Mi ritrovai le braccia al collo di Daniela che mi sussurrò:
“Amore non preoccuparti è stato solo un brutto incubo, dicevi che io ho fatto l’amore con Ricky e che lui era un mostro.”
“Sì, è vero.” gli risposi.
“No. Ti sbagli. Io non ho mai fatto l’amore con Ricky, l’ho fatto con te, e come vedi sei ancora intero; non ti ho sbudellato mica?”
“Sì, hai ragione, che incubo di merda.”
Lei sorrise, poi ci baciammo.
Il mio orologio segnava le 3:05. Non avevo sonno, Dany se n’era tornata in camera sua. Io guardavo fuori dalla finestra.
Ero confuso, ma dovevo sapere, “basta.” dissi a me stesso. Non c’era più tempo da perdere, dovevo entrare in quella casa, ma da solo, m’ero reso conto che stavo farneticando, non riuscivo più a distinguere l’incubo dalla realtà. Ma una cosa la sapevo di certo, Ricky non era un mostro come avevo pensato, e Daniela non era poi così male. Non volevo mettere a repentaglio le loro vite, decisi che sarei andato da solo su quella maledetta casa.
Indossai il mio bomber preferito, quello Miami Dolphin. Presi dal comodino la torcia elettrica e la infilai nel taschino interno del giubbotto. Uscii dalla stanza socchiudendo la porta e scesi le scale che portavano nella hall. All’interno della sala vidi il banco della reception.
“Scusi, posso disturbarla?” chiesi all’uomo dietro il banco.
“Si, mi dica?”.
“Potrei accomodarmi in cucina, ho bisogno di un bicchiere d’acqua”.
L’uomo alto e magro, con folti baffi, annuì col capo, ebbi l’impressione di averlo svegliato, i suoi occhi erano lucidi e semichiusi.
Passando per una sorta di entrata di servizio mi ritrovai all’interno della cucina, mi diressi verso un set di coltelli messi in bella vista su una credenza. Presi il più grande, ma non entrava nella tasca interna del giubbotto. Optai per un paio di lame più piccole, perfetto, dal taschino sbucavano solo i manici, pensai che tenendo chiusa la giacca, nessuno se ne sarebbe accorto. Uscito dalla cucina mi diressi nella hall, ringraziai l’uomo con un cenno della mano e uscii in strada. Faceva freddo.
M’incamminai a piedi, pensai che ci avrei messo circa un ora per arrivare alla casa, lo sapevo bene, da piccoli salivamo spesso su quelle colline. L’albergo era ai piedi della salita che mi avrebbe condotto al vecchio rudere. Mentre risalivo la strada sterrata, illuminata dal chiaro di luna, sentii qualcosa muoversi nei cespugli posti sul ciglio della strada. Un rumore secco di rami spezzati. Mi fermai, con la torcia feci luce in direzione del rumore sospetto. Niente. Pochi passi dopo, ancora il rumore di rametti e pietrisco. Mi fermai e riaccesi la torcia… Niente.
Mentre continuavo a salire sentivo sempre più nella boscaglia dei rumori, ma appena mi fermavo il nulla tornava padrone di quel posto.
Qualcuno mi stava seguendo, io non potevo vederlo, ma qualcuno nascosto nella folta vegetazione mi seguiva. Mi sentivo osservato, qualcosa mi scrutava attraverso gli arbusti. Allungai il passo, fino ad arrivare a correre.
Oltre il rumore dei miei passi sul terriccio riuscivo a percepire il fruscio dell’erba alta, qualcuno mi stava inseguendo. Sentii poi, un tonfo, non più rumori d’erba e rametti, bensì pesanti passi sul terreno pietroso della strada. Quella cosa che mi stava inseguendo, era fuoriuscita dall’oscurità del bosco… ed ora era dietro di me. Adesso girandomi avrei potuto vedere cos’era, ma la paura era troppa e il coraggio mi mancava, pensavo solo a correre. I pesanti tonfi si avvicinavano sempre più, poi si aggiunse un respiro affannoso, potevo sentirlo mentre si soprapponeva al mio. Le gambe si muovevano in automatico, non vi era possibilità di fermarle. Una vocina vicina mi diceva “Corri… Corri… Non ti fermare… Non ti girare…”.
Ero stanco la salita era sempre più ripida, passi e fiato alle mie spalle non davano tregua. Il mio inseguitore stava guadagnando terreno. Ci fu un istante in cui potei sentire un alito caldo dietro la nuca. D’istinto saltai dal ciglio della strada giù per la collina. Caddi, rotolai giù fra arbusti, cespugli e chissà che cosa. La mia corsa si arrestò contro un albero. Avevo dolore dappertutto. Aprendo gli occhi potei vedere la surreale oscurità del bosco. Ancora passi, ancora verso di me, ancora rumore di rametti e cespugli. Era la mia fine, ne ero certo. L’unica soddisfazione per me sarebbe stata quella di guardare negli occhi il mio carnefice, e potendo, fargli del male. Estrassi dalla tasca il coltello, presi anche la torcia elettrica. Cercai di rispolverare un po’ di lucidità e  aspettai che il rumore dei passi fosse vicino. Accesi la torcia in direzione del rumore.
“Marco ma che fai?” disse una voce.
“Sono Daniela, ma che ci fai qui?”
“Cosa? Cosa ci faccio qui? Cosa ci fai tu nel ben mezzo di un bosco.”
“Dai mi prenderò io cura di te” disse lei.
“Non avvicinarti.” le gridai.
Le puntai il fascio di luce negli occhi, brandendo il coltello.
“Non avvicinarti. Non farlo.”
Lei si avvicinò senza esitare, chinandosi vicino, mi disarmò. Con un movimento fulmineo si prese sia il coltello che la torcia.
“Guarda, sei pieno di graffi.”
Mi leccò le ferite che avevo in viso e disse:
“Sei troppo importante, devo accudirti e curarti.”
“Adoro l’odore del tuo sangue” aggiunse.
Svenni.
Aperti gli occhi, fui investito da un fastidioso fascio di luce. Alzandomi mi resi conto d’essere nella mia camera d’albergo, ero frastornato. Dal bagno uscì Daniela.
“Ciao tesoro, hai avuto gli incubi stanotte eh?”
La guardai con sospetto, toccandomi il viso le dissi:
“Incubi? E questi li chiami incubi?”
Balzai dal letto per andare a far visita allo specchio delle verità, quello del bagno. Guardandomi notai che avevo il viso pulito, non avevo graffi, ferite, escoriazioni.
“Ma com’è possibile?”
“Tesoro si è trattato solo di un brutto sogno, stai tranquillo.”
“Forse hai ragione, o forse no… Dov’è il giubbotto? Il mio bomber?”
“Cosa stai farneticando?”
“Parlo del mio bomber, quello dei Miami Dolphin. Blu, con le maniche color arancione e la scritta sul retro.”
“Guarda che quando siamo venuti qui non avevi nessun giubbotto del genere.”
La testa mi faceva un male pazzesco, avevo tanta voglia di farla finita con le farneticazioni.
“Scusa Daniela, non riesco più a distinguere il sogno dalla realtà. Credi che stia impazzendo?”
Mi diede un bacio sulla guancia “Io sto impazzendo, ma di te” rispose.
Le sorrisi, guardando l’orologio mi resi conto che erano le 12:00.
“Caspita ho dormito parecchio, eh?”
Lei sorrise ed annuì.
“Dov’è Ricky?”.
“Non saprei, credo sia uscito un attimo.”
“Dany, aspettami qui, vado giù a prendere qualcosa per quest’emicrania.”
“No, aspetta tesoro… vado io.”
Le misi una mano fra i capelli e la baciai.
“Ehi, non sono mica invalido?”
Indossai il jeans piegato sulla sedia, presi una maglietta dalla valigia e mi recai verso la hall.
Dietro il bancone vi era un uomo basso e pelato.
“Buongiorno signore”.
“Salve” gli risposi.
Entrai nella sala da pranzo, tutti i tavoli erano apparecchiati, qualche cameriere dava gli ultimi ritocchi alla disposizione delle posate. Puntai dritto in cucina, lo scaffale dei coltelli era sempre lì. Il set era completo, erano allineati dal più piccolo al più grande. Tutto era in ordine. Aveva ragione Daniela, stavo diventando paranoico, vedevo e credevo di vivere quello che in realtà non esisteva. Mentre risalivo le scale per tornare in camera incrociai un uomo che scendeva.
“Buongiorno signore, nottataccia eh?”
“Cosa?” risposi.
Alzando lo sguardo vidi l’uomo alto e magro con folti baffi della notte appena trascorsa, colui che nel sogno mi aveva indicato la cucina.
“Mi scusi non volevo spaventarla.”
“No, non si preoccupi, mi dica, perché ha detto nottataccia?”
“Stanotte lei e sceso nella hall e mi ha chiesto se poteva avere un bicchiere d’acqua.”
“Sì, ricordo, e poi cosa ho fatto, me lo dica per favore.”
L’uomo mi guardò incredulo.
“Niente è andato in cucina; dopo poco è uscito dirigendosi verso l’esterno dell’albergo.”
“Ha visto quando sono rientrato?”
“Sono stato fino alle 8:00 di turno, ma lei non è più rientrato. È tornato in tarda mattinata?”
Ero incredulo, realtà e incubo si fondevano alla perfezione.
“Scusi signore, potrei sapere dove ha comprato quel giubbotto che indossava stanotte?”
“Cosa? Quale giubbotto?” replicai.
“Quello dei Miami Dolphin, signore. Vede ho un figlio che và matto per l’abbigliamento americano, vorrei acquistarlo.”

Continua…

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