Gli occhi del male. Romanzo a puntate (ventiquattresima parte)


lupo mannaro horror“Sì, ne riparliamo eh?” gli risposi.
“Ma si sente bene, ha un colorito pallido, le prendo un po’ d’acqua?”
“No, non si preoccupi, grazie.”
Appena l’uomo girò la rampa di scale, uscendo dal mio campo visivo, mi accascia sulle scale e vomitai. Dovevo uscire da quell’incubo così maledettamente reale.
“Ehi, non stai bene?” disse una voce alle mie spalle.
“È solo mal di stomaco.” risposi.
Alzandomi vidi Ricky, non sapevo se urlare, scappare o fare entrambe le cose. Lo guardai, poi distolsi lo sguardo.
“Marco sei pronto ad andare sulla collina?”
“No, non mi sembra il caso, sto male, voglio riprendermi un pochino prima di salire sulla vecchia casa.”
“Non possiamo più aspettare.”
“Invece credo proprio di sì.”
Salii le scale, lasciandolo lì come una statua di marmo. Rientrato in camera mi assicurai di essere solo. Chiusi la porta a chiave. Andai in bagno per una sciacquata di faccia e un dentifricio. Alzando il capo di fronte allo specchio del lavandino vidi un bambino. Mi girai di scatto, dietro di me il nulla. Il volto del bambino era ancora stampato sulla superficie lucente, mi girai ancora… ma niente.
“Aiutami… Aiutami…” disse.
Ero terrorizzato, continuavo a volgere lo sguardo allo specchio e alla stanza vuota dietro di me.
“Aiutami… Aiutami…”
“Volevo parlargli, ma le mie labbra serrate me lo impedivano, credevo di impazzire, poi la figura del bambino svanì. Mi passai una mano sulla fronte, presi l’asciugamano ripiegata sullo scaffale e mi asciugai il viso. Avevo le allucinazioni. Guardai lo specchio, ma niente. Mi rigirai per uscire dal bagno, le mie ginocchia urtarono qualcosa, era il bambino col berretto attaccato vicino ai miei jeans.
“Aiutami… Aiutami…”
Non riuscivo a muovermi, il mio sguardo era sgranato sul bambino ed ebbi l’impressione che gli occhi potessero uscirmi dalle orbite.
“Aiutami… Aiutami…” la voce del bambino diventava sempre più cupa. Poi sentii un grugnito, o qualcosa del genere provenire dalla doccia. Attraverso le tende opache s’intravedeva qualcosa. Qualcuno era nella doccia. Il bambino continuava a strattonarmi, mentre con un braccio mi indicava la doccia. L’ombra amorfa all’interno della bagno cominciò a ringhiare, ebbi l’impressione che si trattasse di una sorta di canide.
Ogni tentativo di tenere sotto controllo la situazione era vano. Avevo un bambino uscito da chissà dove aggrappato alle caviglie, mentre qualcosa d’orribile e ringhiante stava materializzandosi a due passi da noi. Chiusi gli occhi e con quel poco di lucidità che mi rimaneva, spinsi il bambino lontano. Uscii dal bagno e chiusi la porta. Giusto in tempo pensai. Mentre richiudevo la porta vidi la tenda della doccia gonfiarsi spinta da un ammasso d’ombre. Il ragazzo era accasciato per terra. Qualcosa sbraitava dietro la porta, ne ero sicuro… in bagno c’era un mostro.
“È il lupo.” gridò il bambino.
“Il lupo? Ma quale lupo?” risposi, mentre restavo attaccato alla porta.
L’essere spingeva con una forza sovrumana, i colpi erano pesantissimi, come se dati da un grosso martello. La porta cominciò a creparsi. Pensai che era la fine, una creatura era rinchiusa nel mio bagno, e io lì a cercare di ritardare il più possibile la mia morte. Dalla porta volarono via pezzi di legno e dall’apertura sbucò una testa di lupo, era nera, aveva denti giallastri e occhi bianchi, anzi non li aveva, al loro posto una luce bianca. La testa del lupo era a pochi centimetri dalla mia. Ringhiava, sbraitava, sbavava.
Un liquido denso e verdastro colava dalle sue fauci spalancate, come colla da un barattolo rovesciato. Non aveva labbra, solo denti. L’odore che proveniva dalla sua cavità orale era a dir poco nauseabondo. Ebbi l’impressione di trovarmi al cospetto di una fogna a cielo aperto.
Mantenevo la porta con le mani appoggiate all’estremità della testa del lupo… o quello che era. Avevo il capo girato su un lato, mentre la bestia cercava di azzannarmi il viso. Trattenevo il respiro per non vomitare, mi sentivo male. La porta d’ingresso si spalancò.
“Adesso basta.” gridò una voce.
Tutto il frastuono era finito, mi ritrovai appoggiato alla porta del bagno, il lupo era sparito come anche l’apertura da cui era fuoriuscito. Il bambino era scomparso. Ricky si avvicinò.
“Marco sei troppo stanco, cosa stavi facendo?
“Vedi… Io… insomma…”
“Devi riposarti, guarda sei un bagno di sudore.” disse Daniela entrando nella stanza.
Li guardavo sconvolto, erano come due alieni piombati in camera mia.
“Ragazzi ma…”.
“Niente ma, ne se; gli incubi ci perseguiteranno, fino a quando non risolveremo il mistero della casa non avremo tregua.” disse Ricky.
“Basta, avete ragione dobbiamo finirla con questa storia. Ragazzi datemi un paio di minuti e sono da voi, mettiamo una volta per tutte la parola fine a tutta questa merda.”
“Ok ti aspettiamo nella hall, fai presto.” disse Daniela.
Uscirono dalla stanza richiudendosi la porta alle spalle. Seduto sul letto pensai all’episodio… Perché Ricky aveva spalancato la porta gridando: Basta. Se era un incubo a occhi aperti, lui come avrebbe potuto vederlo? Cosa… Come… e la porta chiusa a chiave… Mi accorsi di essere in uno stato confusionale degno di manicomio. Scesi nella hall e ad aspettarmi vi erano al centro della grande sala, come da copione, Ricky e Daniela.
Appena sentirono i miei passi si voltarono sorridendomi. La scena venne vista dai miei occhi e poi mandata al cervello in maniera negativa. Mi sentivo un condannato a morte in procinto di percorrere gli ultimi passi di un corridoio che lo avrebbe condotto alla sala dell’esecuzione. Appena arrivato vicino ai ragazzi, fui preso sotto braccio. La scena dell’esecuzione mi sembrava ancor più veritiera. Erano le guardie che mi avrebbero accompagnato nel mio ultimo viaggio verso  miglior vita.
Durante il breve tragitto in macchina restammo in silenzio. Una volta lasciata l’auto di Ricky, procedemmo a piedi per il lungo sentiero.  Poi la casa si stampò nei miei occhi.

Continua…

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