Gli occhi del male. Romanzo a puntate (ventiseesima parte)


black-lips-teeth-tongue-vampire-Favim.com-244944_largePensai che continuando a percorrere quel corridoio non sarei sbucato da nessuna parte, era probabile che fosse infinito. Sarei riuscito soltanto a trovare altri resti umani di persone che, come Ricky, c’erano entrate per non riuscirne più. Decisi di ritornare sui mie passi. Tornato alla botola mi accorsi che era impossibile aprirla. Era bloccata, non sarei mai uscito vivo da quell’inferno. Decisi di tornare vicino il cadavere di Ricky.

In questo momento, sono seduto vicino al mio amico Ricky. Sto per scrivere le ultime parole del mio diario. Prego chiunque venisse in possesso di questo manoscritto di volerlo divulgare e far sapere la mia storia. Queste non sono parole di un folle. E’ la testimonianza, nei minimi particolari di cosa mi sia accaduto in questi ultimi giorni della mia breve vita terrena.
In fede
Marco Ferraris

“Dio santo, ma è pazzesco.” gridai ad alta voce, richiudendo il diario.
“Non è pazzesco, è la realtà, una parte di essa che non tutti riescono a vedere.” rispose Stefy.
“Ho visto Marco riemergere da una vasca piena di sangue. È ancora vivo, dobbiamo trovarlo.”
“Quello che hai visto è soltanto un clone.” replicò lei.
“Un clone? Vuoi dire una copia, un impostore?”
“Esatto.”
“Porca miseria, ma cos’è una puntata ai confini della realtà o cosa?”
“Qualcosa del genere.” replicò lei.
“Allora lo scheletro del bambino.”
“Anto ti devi rassegnare, Marco e Ricky sono andati. Quelli che adesso vedi sono squallide copie senza emozioni.”
“E adesso cosa facciamo?”
“Io direi di tornarcene alle nostre vite, dimentichiamo tutto e decidiamo di vivere.”
“Vivere? Quale vita ci aspetta? Quella fatta di rimorsi, incubi e deliri. Se è questa la vita che il fato ci ha riservato io ne faccio volentieri a meno.”
“Anto, intestardendoci sulla cosa, rischieremo di morire, questo lo sai vero?”
“Capisco, ma almeno potremmo dire d’averle provate tutte, non credi?”
“Non c’è tempo da perdere, per prima cosa chiamiamo la polizia. Gli diremo di controllare la casa sulla collina,” aggiunsi.
“La casa non esiste, come nemmeno il sotterraneo e tutto il resto.” tuonò Stefy.
“Cosa?”
“Dai vestiti ti farò vedere.”
Usciti dall’ospedale vidi la mia macchina parcheggiata.
“Stefy, ricordo che prima di svenire ho visto Demon, ma dove è finito?”
“Anto non lo so, non l’ho più visto.”
In venti minuti arrivammo fin dove la strada lo permetteva, poi proseguimmo come di consueto a piedi.
“Ma cosa accidenti? Dove è la casa?” gridai.
Sulla collina non c’era nulla che lasciava presupporre la presenza di una costruzione. Un grosso spiazzale pieno d’erba incolta era l’unica cosa che riuscivo a vedere.
“Stefy, ma com’è possibile? Stiamo impazzendo?”
“Non credo. Credo solo che il male si manifesti per prendere quello che vuole, per poi dissolversi e non lasciare traccia della sua presenza. Così è anche per il bene.”
“Allora cosa facciamo? Andiamo in giro per il mondo a cercare incarnazioni del male fuoriuscite da una vasca?” replicai.
“Non una vasca. Ma il ventre delle tenebre, l’organo riproduttore del male.” ribatté lei.
Mi accasciai al suolo. Mi sentivo un perdente, un povero illuso che credeva di cambiare il mondo. Credevo di potermi confrontare con qualcosa che in realtà non esisteva. Ricordai le parole di padre Alfonso:
“Sotto qualunque forma si manifesti il male, deve essere qualcosa che respiri e qualcosa che respira può essere sconfitto.”
“Sì, potevo distruggerlo.” pensai.
“Stefy possiamo farcela, non credi?” dissi, rialzandomi.
Stefy mi aveva letto nel pensiero.
“Sì, certo che può essere distrutto, ma a che prezzo?”
“Questo lo vedremo, torniamo a casa.”
Percorremmo tutto il viaggio senza emettere un fiato. Arrivati sotto casa di Stefy la diedi un bacio sulla guancia, lei sorrise. La guardai salire gli scalini di casa. Imboccato il vialetto di casa vidi dal display dell’auto che erano le 19:05. Nel giardino di casa le automobili dei miei genitori non c’erano. Anche lo scooter di mio fratello mancava all’appello. Rientrando in casa ripensai a tutti gli accadimenti dei giorni precedenti. Filai dritto in cucina dove vi era un silenzio immacolato.
Avevo un solo obbiettivo in quel momento, sbronzarmi, ubriacandomi pensavo di dimenticare, o almeno alleggerire gli orribili incubi che mi perseguitavano. Presi il ghiaccio dal frigo, riponendolo poi in un bicchiere. Versai del wischy. Mi sfilai le scarpe, sprofondando sul divano. Bevvi un po’ e mi accesi una sigaretta. Ero nervoso e avevo bisogno di un attimo di tranquillità.
Alzai di scatto il capo dal guanciale del divano.
“Cosa? Come?”
“Il frigorifero era spento, la spina era staccata, questo lo ricordavo. Come mai era acceso? Il ghiaccio non avrebbe dovuto esserci.”
Ritornai in posizione comoda.
“Che stupido. I miei genitori lo avevano rimesso in funzione, ero mancato per ben tre giorni da casa. Ma come mai non si erano messi in contatto con me? Si erano dimenticati di avere un figlio? Il cellulare fino all’episodio del pozzo funzionava.”
“Sto impazzendo? Forse, sì.” rispose una vocina piccola piccola.”
Udii la porta d’ingresso aprirsi per poi richiudersi. Un avvicinarsi di passi attirò la mia attenzione. Sulla soglia della cucina si materializzò la figura di Dany. Era bellissima.
Indossava reggiseno e slip di pizzo nero, che contrastavano con la sua carnagione bianco latte. Si sdraiò su di me. Volevo urlare, dimenarmi, sbatterla giù dal divano e picchiarla.
Non feci nulla di tutto ciò. Mi baciava sul collo accarezzandomi dappertutto. Il mio corpo era stanco, aveva bisogno di quelle coccole. Le sue gambe si dimenavano sulle mie, le sue mani esploravano ogni centimetro del mio corpo, la sua bocca sfiorava la mia, il suo bacino ondulava su di me. Volevo ribellarmi, ma l’eccitazione me lo impediva. Un seno mi scivolò in bocca, ero estasiato, confuso, appagato. Aprii gli occhi per guardarla. I lunghi capelli me lo impedivano.
Un ringhio, un digrignare di denti mi fece trasudare. Le spostai i capelli dal viso, dal lungo muso adornato di denti giallastri colava bava calda sul mio petto. Le cavità oculari non contenevano occhi, ma solo vermi che fuoriuscivano da esse. “Facevo l’amore con un lupo in decomposizione. Il suo alito era marcio, l’odore dei morti, di tutti quelli che aveva mangiato.” pensai.

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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