Archivi del giorno: 11 febbraio 2013

Gli occhi del male. Romanzo a puntate (ventisettesima parte)


ghost_in_the_window_by_durka1Ero sudato, nel silenzio della cucina potevo udire il mio battito cardiaco, alternato a quello meccanico dell’orologio sulla parete.
Avevo la camicia intrisa di un liquido. Dovevo essermi addormentato. Ero un misto di sudore e alcol. Mi alzai a fatica dirigendomi in bagno. Rimasi a lungo a fissare la mia immagine riflessa nello specchio, facevo pena, e puzzavo. Decisi che era l’ora di una doccia. Avevo sempre associato la doccia a un gesto purificatore. “Mi purificherò.” pensai.
Funzionò, l’acqua si portò via tutti i miei incubi, stavo bene. Uscendo presi da un cassetto un boxer e una t-shirt. Entrando in cucina presi il pacchetto di sigarette dal divano e ne accesi una. Dal balcone riuscivo a vedere l’oscurità del giardino. Mi diressi verso la tavola, dovevo buttare la cenere.
“Ma com’è possibile? Che succede?”
All’interno del posacenere vi erano tre biglie colorate che si rincorrevano l’un l’altra.
In casa non ero solo, Marco, Richy e Daniela potevano essermi intorno. Il terrore raggiunse la punta estrema dei miei capelli. Mentre le biglie continuavano a ruotare nel posacenere, fui assalito da nausea, subito seguita da vomito. Cercai di trattenermi. Riguardando il centro del tavolo, il nulla. La sigaretta ardeva sul pavimento, il posacenere era vuoto. Un rumore sordo squarciò il profondo silenzio della cucina. Qualcuno era entrato in casa. Estrassi da un cassetto un coltello.
“Ehi, Anto cosa fai?” disse Stefy entrando in cucina.
“Io… Nient… Niente, volevo tagliare un po’ di pane.”
Guardai la lama che avevo fra le mani, scoppiai in una fragorosa risata. Ne ebbi paura.
“Anto, io…”
“Ho capito, vorresti passare la serata con me?” gli risposi.
“Sì, mi farebbe piacere.”
“Anche a me, vedi Stefy io continuo a vedere cose che non dovrei, cose non reali e allo stesso tempo così maledettamente reali.”
Lei non rispose, ma la situazione era evidente. “Non era ancora finita, forse eravamo solo all’inizio.”
Avevamo visto troppo e sentito troppo. Per qualche oscuro presentimento proveniente dal profondo del mio subconscio mi resi conto che eravamo in gioco, un gioco funesto.
“Una Coca?”
“Sì, grazie”
Presi dal frigo un paio di lattine e le versai in due bicchieri.
“Ecco la tua Stefy.”
Stefy si mise una mano davanti la bocca. Aveva gli occhi sgranati, sembrava che volesse vomitare. Lo fece nella mano. Erano le tre biglie di vetro. Non credevo ai miei occhi. Stefy gettò le tre biglie per aria. Non ci fu rumore, non caddero sul pavimento. Era come si fossero smaterializzate nel nulla.
“Anto hai visto?”
“Purtroppo sì. Ma cos’era una sorta di allucinazione?”
“Non credo, si stanno prendendo gioco di noi, sono qui, sono vicini.” mi rispose.
“Uscite fuori bastardi, facciamola finita una volta per tutte.” urlai.
Le mie parole echeggiarono nell’aria, ma non ci fu nessuna risposta.
“Anto, la tua macchina ha il bagagliaio aperto.”
“Cosa? Sei sicura?”
Certo, entrando ho notato che era aperto.”
Uscimmo fuori in giardino, il portabagagli dell’auto era aperto, All’interno non vi era niente. Quando eravamo partiti da Scario avevamo messo le valigie sui sedili posteriori ed erano ancora lì. Chiusi, dando poca importanza alla cosa. Eravamo stati gli attori del miglior film di Dario Argento, figuriamoci se mi sarei spaventato per un bagagliaio aperto. Rientrando in casa notai qualcosa di strano, sul pavimento vi erano delle impronte, ero più che sicuro che un attimo prima non ci fossero. Guardandole da vicino mi resi conto che si trattava di fanghiglia. Il giardino era asciutto, non aveva piovuto, eppure le impronte c’erano.
“Anto che c’è?”.
“Stefy le vedi queste? Prima non c’erano.”
“Cosa? Ma davvero dici?”
Decisi di seguire le impronte, portavano al piano di sopra. Salite le scale vidi che le impronte proseguivano in direzione della mia stanza. Non erano più chiare come all’ingresso, man mano che proseguivo erano sempre più sbiadite. Aprii la porta. La luce del corridoio illuminò la stanza, ma non c’era nessuno. Le maschere dell’orrore erano al loro posto, così come tutto il resto.
“Stefy che strano, le orme portano qui dentro, eppure non c’è nessuno.”
“Hai ragione, ma può darsi che siano impronte lasciate da tuo fratello o dai tuoi genitori, solo che non eri riuscito a notarle prima.”
“Ok, scendiamo.”
Richiusi la porta e scendemmo le scale. La porta d’ingresso era aperta.
“Eppur ricordavo di averla chiusa.” pensai.
Un rumore di passi mi fece trasalire. Qualcuno era al piano di sopra.
“Stefy hai sentito?”
“Purtroppo, sì.”
Qualcos’altro grattò fuori dalla porta d’ingresso, che nel frattempo avevo chiuso. Grattava, grattava.
“Anto io ho paura.”
“A chi lo dici” le risposi con il cuore in gola.”
“Che facciamo?”
“Stiamo calmi, non apriamo la porta e…”
Ero confuso, non sapevo cosa fare, non potevamo uscire di casa per via dell’essere appollaiato fuori la porta e pensai che si trattasse di quel dannato lupo. Al piano superiore c’era qualcuno… Marco?… Daniela?… Ricky?
“Stefy, chiudiamoci in cucina ed escogitiamo qualcosa.”
Ci guardammo negli occhi, con uno scatto ci catapultammo  in cucina chiudendo la porta a chiave.
“Qui dovremmo essere al sicuro.” le dissi abbracciandola.
“Lo spero.”
Poi un’ombra, qualcosa, passo veloce fuori dal balconcino che dava in giardino.
“Stefy presto dobbiamo chiudere le persiane.”
Mi avvicinai al balcone, fuori era buio, decisi che prima di uscire era meglio se avessi acceso le luci. Alzai l’interruttore che avrebbe dato elettricità ai lampioni del giardino… Ma…

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

 


Perché scrivere horror? Perché leggerlo?


Strictly Jason Friday the 13thCercherò di sfatare quelli che secondo me sono alcuni luoghi comuni. Chi scrive horror non è uno psicopatico, un prete e neanche un membro di una setta satanica. Chi si cimenta in questo genere non lo fa perché in quel dato momento va di moda o per scrivere qualcosa di diverso. Chi scrive horror lo fa esclusivamente (odio gli avverbi, specie quelli che terminano in -mente) per un’unica ragione: la passione. Chi sente il bisogno di imbrattare la pagina di un taccuino, lo schermo elettronico di un computer di storie al limite del verosimile, lo fa perché sin da piccolo si è interessato a capire cose lette, viste e sentite, senza mai avere la certezza di quello che aveva intuito. Chi si occupa di narrativa del genere cerca nel suo piccolo di enfatizzare ed esteriorizzare paure, angosce e sentimenti nel tempo in cui vive, generando mondi paralleli irreali, ma allo stesso tempo così maledettamente reali. Lo scrittore pone i propri personaggi al centro della storia e cerca di farli uscire indenni. Certo non sempre ci riesce, ma il vero messaggio spesso è celato tra le righe. Una storia appassionante porta a una lettura veloce e piacevole da parte del lettore, ma questo non basta. Un romanzo horror ha sempre messaggi nascosti e spetta alla sensibilità di chi legge, in base al feeling che quest’ultimo ha con lo scrittore o con quel determinato romanzo, il compito di decifrare certi segnali.

A differenza di come molti “benpensanti” pensano, chi scrive horror o comunque il fantastico in generale, non lo fa per sfuggire alla realtà o per isolarsi da essa, bensì per osservare e comprendere la realtà che lo circonda, gettando lo sguardo nell’abisso di un pozzo di campagna. Un posto dove nessuno andrebbe mai a guardare. Nessuno tranne uno scrittore horror.

Questo non vuol dire che lo scrittore (qualsiasi cosa esso scriva) non sia al di fuori della realtà, ma è una conseguenza, dal momento che lui osserva e coglie particolari che gli altri non colgono e ci ricama attorno una storia che è la conseguenza della contrapposizione e unione dei due mondi (quello reale di tutti i giorni e quello dentro di se). Io lo chiamo il mondo nel mondo (il mio prossimo romanzo tratterà di questo argomento).

Perché leggere horror? Perché non leggerlo? potrei rispondere se fossi in un talk show televisivo, ma non mi sembra il caso di liquidare l’argomento con tre parole e un punto interrogativo (20 caratteri spazi inclusi).

Tra le persone che leggono horror ci sono in primis le schiere di appassionati (me compreso, lo scrittore è prima lettore). Gli appassionati divorano libri horror, ma sono anche i più difficili da saziare. Sono molto esigenti e se sentono puzza di roba andata a male, abbandonano immediatamente (secondo avverbio in -mente) per dedicarsi ad altro. Il giudizio di un lettore forte di questo genere di narrativa vale più di mille consigli dati da altri, ma non occorre commettere l’errore di voler far felice gli appassionati, altrimenti sai che macelli. Lo scrittore deve scrivere la sua storia, quella che ha dentro e se poi piace o meno lo giudicheranno gli altri. Il vero problema, ma anche quello che appaga, è che il lettore forte sa benissimo di cosa stiamo parlando e se a metà di un libro di fantasmi facciamo apparire Garibaldi con la carica dei mille che va in soccorso all’eroe di turno per liberarlo dal male, state certi che il lettore forte si farà sentire e anche ad alta voce. Quando io leggo un libro di genere, è come se mi trovassi a casa mia. Le storie, i luoghi, i personaggi, hanno sempre qualcosa di familiare per me e se nel cammin di nostra vita mi arrivasse Garibaldi mi incavolerei pure io, per non dire un’altra cosa.

Anche se sembrerà strano ai lettori non abituati a questo genere letterario, anche l’horror (per essere credibile) deve rispettare certi canoni. Una storia di vampiri non può non prevedere la notte. Quasi tutti sanno che il metodo per uccidere un licantropo è una pallottola di argento al cuore. Non si può non tenerne conto, Ci sono “regole” dettate sin dalla notte dei tempi. Certo ci sono le sperimentazioni, le contaminazioni tra i generi, chi sovverte tali regole a piacimento, ma il tutto deve essere comunque plausibile per evitare di essere presi a pummarulate (pomodori gettati dalla folla a colui che è al centro del palco. In questo caso specifico: lo scrittore). Non posso scrivere che Vlad il vampiro prendeva il sole sulla spiaggia di Terracina sorseggiando thè freddo alla pesca o che il licantropo stramazzò al suolo dopo essere stato preso a schiaffi. Certo per una parodia comica-demenziale andrebbero benissimo, ma non in un romanzo horror (serio o quasi).

Finita la lunga parentesi (scusate) sul “lettore fedele” possiamo parlare del lettore occasionale, colui che divora qualsiasi genere di testo e, che si tratti di horror, romance, o giallo poco gli importa. Lui legge tutto perché è aperto a qualsiasi tipo di storia, ma anche qui attenzione. A Napoli si dice “cà nisciun è fess” (qui nessuno è fesso).

Ma siamo andati fuori tema? Credo proprio di sì, ma tralasciamo per un attimo le categorie di lettori e le varie differenze.

Secondo me devono leggere horror e possono apprezzarlo coloro cha amano un’atmosfera abilmente (terzo avverbio in -mente) consona all’immagine mentale di un’irrealtà al di là dello spazio e del tempo, in cui tutto può accadere perché in pieno accordo con certi tipi di immaginazione e illusioni normali per il cervello umano sensibile. Un tempo in cui si sogna e si ascolta, dal quale tuttavia, giunge l’eco dei più reali suoni della vita.

Antonio Ferrara

P.S. Per coloro interessati al fenomeno della scrittura. Provate a leggere il testo in corrispondenza degli avverbi scritti in rosso. Toglieteli, leggete come se non ci fossero. Non è meglio?