Gli occhi del male. Romanzo a puntate (ventottesima parte)


candelaNon appena le luci si accesero, vidi Stella, era di fronte a me, a dividerci solo il vetro e il legno degli infissi.
“Ciao Anto, tutto bene?”
Ero allibito, come avrei potuto reagire?
“Antooo… Vieni via di lì.” urlo Stefy.
Troppo tardi, mi sentivo soffocare, Stella aveva infranto il vetro e mi stava strangolando.
“Ti avevo detto che eri mio. È così sarà. Ahahaha.”
Non avevo la forza di reagire, il terrore derivante dalla sua risata isterica m’impediva di contrastarla. La sua espressione era maligna, non l’avevo mai vista così prima di allora. Un abbaiare irruppe intorno a noi. Stella mollo la presa. Demon, il mio fedele amico l’aveva azzannata ad una gamba.
“Maledetto cane rognoso” urlò lei o quell’essere che credevo si chiamasse Stella. Demon non lasciava la presa, mentre lei lo colpiva sulla testa. Decisi che era arrivato il momento di abbatterla.
“Il male è intorno a noi, deve essere qualcosa di vivo, qualcosa che respira può essere sconfitto.” Le parole del padre annebbiarono la mia mente. Presi la prima cosa che trovai a portata di mano. Un grosso ferro usato per attizzare il camino. Aprii quello che rimaneva della porta e la colpii alla testa. Cadde, fu un attimo. Sotto il suo capo si andò formando una pozza di sangue, sull’estremità del ferro che avevo fra le mani notai del sangue e una ciocca di capelli.
Urlai, facendo cadere l’asta sul pavimento del balcone. Demon era vicino al cadavere di Stella e mi guardava. Dietro di me Stefy aveva la bocca coperta da due mani… le sue.
“Grazie per l’aiuto Stefy.”
“Anto ma io…”.
“Non preoccuparti, è finita.” le dissi interrompendola.
“Tu credi.” La voce dava l’impressione di provenire da una grotta, era cupa, roca.
Abbassando lo sguardo vidi Stella che sorrideva. Si alzò di scatto. Me la ritrovai ad un palmo di naso. Dalla ferita alla testa continuava a sgorgare sangue. Il suo viso era una maschera demoniaca. Gli occhi erano bianchi, il sorriso gli arrivava fin dietro le orecchie. Il sangue che fuoriusciva dalla ferita sporcava il suo volto. Era orribile.
“Dai Antonio, baciami.” disse con voce cupa.
Quella non era la sua voce, non era una voce femminile, né tanto meno umana. I grugniti che emetteva sembravano provenire dritto dall’inferno.
La spinsi lontano, lei prima barcollò poi mi disse:
“Dai vieni con noi, sari felice. Ahahaha…”
La sua risata era la cosa che più odiavo in quel momento. Era satanica, proveniva da chissà dove. Mentre prendevo il ferro dal pavimento alzai lo sguardo e la vidi correre verso di me. Demon si lanciò verso di lei, ma fu respinto con un poderoso calcio. Ero accovacciato sul pavimento con il ferro fra le mani. Appena mi fu vicina, glielo infilai nello stomaco. Del sangue caldo mi schizzo in faccia. L’urlo che emise non lo dimenticherò mai. Era qualcosa di molto simile ad un lamentarsi di un orso ferito a morte. Cadde riversa sul pavimento. La scena era agghiacciante, vi era sangue ovunque. Lo avevo anche fra i capelli. Lei giaceva per terra con l’asta di ferro conficcata nello stomaco. Demon era accucciato a pochi metri.
“Anto cosa hai fatto?” disse Stefy.
“Non lo vedi, abbiamo vinto, il male è sparito.”
“Adesso dovremo sotterrarla.”
“Cosa?” replicò lei.
“Stefy non posso lasciare un cadavere sul balcone di casa.”
“Ma come possiamo fare una cosa del genere, sono sconvolta.”
“Anche io, ma non posso lasciarla qui. Cosa gli racconto ai miei genitori quando tornano? Scusa mamma, non dirmi niente, sul balcone c’è un cadavere in una pozza di sangue, ma non ti preoccupare era posseduta da una presenza maligna. Così ho deciso di terminarla?”
Scoppiai in una risata isterica.
“Hai ragione sotterriamola.”
“Sì, ma dopo, ricordi il rumore al piano di sopra?”
“Sì, lo ricordo.”
“Non siamo soli in casa.”
“Anto e adesso?”
“Non lo so, aspetta che chiudo le luci sul balcone.”
Rientrando lasciai impronte di sangue sul pavimento. Ero sconvolto, ma allo stesso tempo determinato a chiudere il discorso una volta per sempre.
“Accarezzai Demon, il mio amico mi aveva salvato la pelle, notai con orrore che aveva il capo ricoperto di sangue. Guardandomi le mani capii che lo avevo sporcato io. Mi lavai le mani sotto il lavandino.
“Anto, sei tutto sporco di sangue.” borbottò Stefy.
“Sì, lo so, ma non mi sembra il momento di farsi una doccia.”
Il rumore sulle nostre teste si fece acuto. A intervalli regolari qualcuno si faceva una bella corsetta lungo il corridoio al piano di sopra. La cosa mi agghiacciava.
Non sapevo più a cosa pensare, l’intera situazione mi sembrava grottesca e surreale. Avevo ucciso Stella o quello che era. Il male? Demon era riapparso dal nulla. Sapevo che i cani sono famosi per ritrovare la strada di casa, ma non credevo che avrebbe fatto così in fretta. Qualcuno era al piano di sopra. Chi poteva essere? Cosa avrebbe voluto da noi?
“Stefy chiamiamo la polizia.”
“E che gli racconti di aver ucciso un demonio sul balcone di casa tua? Loro vedranno solo una ragazza. Prenderemo l’ergastolo per una cosa del genere.”
Stefy aveva ragione: “Chi ci avrebbe creduto?”
Ero confuso, non sapevo cosa fare, prima volevo sotterrare Stella, e poi chiamare la Polizia. I miei pensieri erano contraddittori, annebbiati. Non avevo mai ucciso nessuno, la cosa mi aveva sconvolto. L’unico conforto proveniva dall’essere sicuro di aver ucciso qualcosa di non più umano. La conferma erano quei maledetti occhi bianchi, inespressivi, vuoti.
Andò via la luce. La cucina cadde nel buio più completo.
“Adesso siamo proprio apposto.” pensai.
“Stefy, avvicinati, ma mentre lo fai parlami, ne ho abbastanza di sorprese.”
“Anto sono qui vicino a te.”
Sentii un fruscio vicino alla gamba, tastando toccai qualcosa di peloso. “Il lupo.” sbraitò una voce.
Dalla tasca del pantalone presi l’accendino e le sigarette. Ne accesi una. La luce emanata dal mozzicone ardente mi permise di vedere la sagoma di Stefy. Calai l’accendino, e vidi il muso di Demon. Furono attimi in cui non emisi un fiato. La paura di poter aver accarezzato il lupo, che con tutta tranquillità se ne stava appollaiato vicino le mie gambe mi gelò il sangue.
“Aspetta un attimo prendo delle candele.”
Rovistai nel mobile della cucina, ricordavo di aver visto delle candele. Ne accesi una, feci cadere un po’ di cera sul tavolo. Posizionai poi la candela sulla cera ancora calda. Ne accesi un’altra.
“Stefy stai attenta che la cera potrebbe scottarti.”
“Grazie.” rispose prendendo la candela.
Eravamo nella semioscurità, la cosa mi insospettiva, guarda caso era mancata l’energia elettrica. Non mi convinceva. Le cose che ci capitavano, sembravano uscite da una dannata fiction.
“Anto dov’è il contatore?”
“È nell’ingresso, dietro un pannello a muro.”
“Andiamo a ripristinare l’energia.”
Il suo tono di voce era timido, non voleva uscire da quella cucina, ma sapeva che dovevamo. Non potevamo rimanere e aspettare chissà cosa.

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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