Gli occhi del male. Romanzo a puntate (ventinovesima parte)


alfiere neroDovevamo fare la nostra mossa, mi ricordai della scacchiera e dei vari alfieri del bene, del male, i pedoni.
“Le pedine nere avevano fatto la loro mossa, togliendo l’energia elettrica. Ora toccava a noi pedoni bianchi fare la nostra mossa.”
Rigirai la chiave nella serratura ed aprii la porta. Sapevo che pochi passi ci dividevano dal pannello elettrico.
Rimasi per un attimo sull’uscio.
“Noi non eravamo stupidi, ma neanche loro.” pensai.
“Con tutta probabilità loro avevano calcolato una nostra scontata contropartita. Il fatto che saremmo andati a ripristinare l’energia elettrica era prevedibile. Avrebbero potuto nascondersi nel buio dell’entrata, nei pressi del pannello ed aspettarci con quei loro occhi bianchi.”
Richiusi la porta, e rigirai la chiave.
“Anto, ma cosa fai?”
“Stefy parla a bassa voce.”
“Sì, ok, ma allora niente luce?”
“Si aspettano una cosa del genere. Se andando di là ci ritroviamo al cospetto di una di quelle cose? Con il buio sono avvantaggiati, loro ci vedono, ma noi non vediamo loro.”
“Mi sa che hai ragione, ma allora?”
“Escogitiamo una contromossa costruttiva. Facciamo qualcosa di folle, qualcosa che non si aspettano.” le sussurrai in un orecchio.
Presi da uno dei cassetti della cucina un grosso coltello e una mannaia.
“Stefy, quale preferisci?” gli chiesi mostrandole gli utensili.
“Prendo la mannaia.”
Notai la sua determinazione, mi resi conto che potevamo uscirne vincenti.
“Facciamo in questo modo: Tu e Demon uscirete dalla porta della cucina e vi dirigerete verso il pannello; si trova vicino la porta d’ingrsso. Nel frattempo io farò il giro del giardino per recarmi fuori.”
“Poi? Che facciamo?” interruppe lei incuriosita.
“Loro si aspetteranno che siamo insieme, invece come ti ho detto non lo saremo. Una volta che sarai uscita dalla cucina la loro attenzione verrà attirata da te, mentre io potrò sorprenderli alle spalle.”
“Anto, qui c’è qualcosa che non quadra. A parte che si è capito che devo fare l’esca, eh? Ma la cosa più assurda è che se mi uccidono prima che tu arrivi?”
“Ed è qui che entra in gioco Demon. Il cane sarà con te, sono sicuro che se nell’entrata c’è qualcuno lui non si lascerà pregare per azzannarlo.” gli dissi a bassa voce.
“E con il buio come la mettiamo?” replicò lei.
“Appena entrato dalla porta, non ci metterò niente a sollevare l’interruttore della luce. Comunque vada, appena senti qualcosa di sospetto, ritornatene in cucina e chiuditi dentro.”
“Anto, mi sembra così pazzesca questa situazione. Io non credo di farce…”
“Dai.” la interruppi mettendole una mano davanti la bocca.
Lei sorrise.
“A partire da adesso conta un minuto sul tuo orologio, quando scadrà esci dalla cucina. Ma fa attenzione mi raccomando.”
“Sì, sono pronta.”
Uscii dal balcone della cucina e riversa sul pavimento intravidi la sagoma di Stella.
Con me avevo il grosso coltello e lo zippo. Pochi secondi, il tempo di girare intorno all’angolo della casa e fui davanti all’ingresso principale. La luna coperta da nuvole illuminava il giardino. C’era un silenzio… spettrale. Sul mio orologio mancavano una manciata di secondi al fatidico minuto. Ricordo che feci il segno della croce prima di entrare. La chiave era nella serratura.
“Ringraziai il buon Dio per quello. Non volevo neanche pensare se la chiave fosse stata all’interno. Come avrei fatto a entrare e aiutare Stefy? Sarei dovuto ritornare sui miei passi, sperando per il meglio.”
Girai la chiave ed entrai  nelle tenebre dell’ingresso.
Un urlo, quello di Stefy, mi gelò il sangue.
Il coltello mi cadde, con la mano cercai l’interruttore dell’energia e lo trovai.
Fu luce, ma nient’altro.
Stefy era a pochi passi da me, con la candela e la mannaia fra le mani. Demon era al suo fianco. Chiusi lo zippo e lo infilai in tasca, mi passai una mano fra i capelli.
Stavamo impazzendo mi accorsi che avevamo sorpassato la sottile linea che separa la ragione dalla follia.
Stefy iniziò a ridere, ma nello stesso tempo piangeva. Era in preda a un attacco di panico. Raccolsi il coltello e la raggiunsi per abbracciarla. Notai che aveva le mani ricoperte di cera. La feci accomodare sul divano, aveva bisogno di riposare. Pochi minuti e cadde in un sonno profondo. Io ero vicino a lei. Con una mano tenevo la sigaretta appena accesa, con l’altra serravo il manico in legno del coltello. Lei doveva riposare, ma non potevamo farlo entrambi. Dovevo stare di guardia. Il cinguettio dell’orologio attirò il mio sguardo. Erano le 2:00.
Un odore di bruciato si insinuò con prepotenza all’interno delle mie narici. Quando riaprii gli occhi notai che erano le 7:05.
Guardai il divano, ma Stefy non c’era.
“Stefy… Stefania.” urlai.
“Ehi, Anto sono qui, non sono mica sorda.”
Voltandomi la vidi dietro il tinello, vicino la caffettiera.
“Stefy, ma che stai facendo?”
“Preparo un caffè.”
Mi alzai dalla poltrona e mi diressi vicino al balcone.
“Stefy dobbiamo far sparire quel cadavere… Ma cosa accid….”
Dal pavimento del balcone era sparito sia il cadavere che il sangue. Voltandomi verso il caminetto, notai che l’attizza camino era al suo posto. Specchiandomi sulla superficie lucente del vetro della porta del balconcino, notai che non ero sporco di sangue.
“Come è possibile? Ricordo che il vetro era stato infranto? Ricordo tanto sangue. Ricordo…”
“Anto non ti preoccupare la mia tesi è esatta.”
“A quale tesi ti riferisci?”
“Il male come il bene si manifestano, per poi sparire per non lasciare traccia della loro presenza.”
Stefy aveva ragione, era tutto sparito. L’ipotesi dell’incubo non reggeva, avevamo davvero combattuto con il maligno la sera precedente, e per fortuna eravamo ancora in quella cucina a poterlo raccontare. Bevvi una tazza di caffè. Ne avevo bisogno. Squillò il telefono, Stefy mi guardò quasi per dirmi: “Che fai non rispondi?”. Mi avvicinai all’apparecchio che emetteva lo squillo e alzai la cornetta.
“Pronto?”
“Ciao Anto, sono mamma.”
“Ciao mamma, siete spariti ?”
“Siamo ancora a Sorrento, credo che rimarremo qui dalla nonna un bel po’, tu che mi racconti?”
Ne avevo di cose da raccontare, ma non mi sembrava il caso.
“Niente di particolare, sto bene.”
“Ok questo è l’importante, ci sentiamo un bacione”.
“Un bacio anche a te mamma, salutami tutti.”
Riagganciai la cornetta. Era stata una telefonata veloce. In quel momento non avevo voglia di parlare con i miei, ero troppo preso dall’incubo a occhi aperti che stavamo vivendo.
L’intera situazione era grottesca: Eravamo partiti in sei, adesso rimanevamo solo Io, Stefy e Demon.
“Anto, che pensi di fare adesso?”
“Non lo so, ma una cosa è certa, la partita non si è ancora chiusa.”
“Io lascerei perdere il tutto, abbiamo dato il nostro contributo, adesso ci converrebbe metterci da parte, no?” replico lei.
“E come facciamo? Quando si presenteranno Ricky, Marco e Daniela, che gli diremo? Scusate ragazzi, ma noi adesso siamo fuori, ciao, andatevi a trovare qualcun’altro per combattere la vostra guerra santa?”

Continua…

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