Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentesima parte)


hand tombstone zombie“Sì, hai ragione, non si fermeranno.”
“Stefy sono sconvolto, perché proprio noi per questo casino? Mettiamo caso che riuscissimo a fermare quegli esseri, ma a cosa sarà servito? Nel mondo saranno a migliaia, se non milioni. Alfieri del male che se ne vanno in giro sulla scacchiera della vita con il solo scopo di prendere anime.”
“Questo è vero, ma a te è stato richiesto di combattere questa battaglia, non tutte. È lo stesso principio di educazione che coinvolge il mondo civilizzato: Se tu non butti le carte per terra, questo non vuol dire che tutti faranno lo stesso, e neanche che avremo un mondo più pulito. Ma il tuo gesto, insieme a quello di tanti altri, darà il suo prezioso contributo, non credi?” rispose lei.
“Aveva ragione, era anche il principio di tante gocce d’acqua, che insieme formano il mare.” pensai.
“Stefy, mi hai convinto, combatteremo questa battaglia, cercando di vincerla.”
Lei sorrise ed annuì.
Stefy aveva sempre la risposta pronta per ogni evenienza. Fui contento di trovarmela al mio fianco.
Adesso dovevamo organizzarci per affrontare le ultime tre pedine nere: Marco, Daniela e Riccardo.
“Stefy, non possiamo aspettare che facciano la loro mossa, dovremo sorprenderli. Andiamo noi da loro.”
“Cosa? Andare da loro,  ma dove li troviamo?”
“Dove sono morti.”
“Ah? In che senso?” rispose lei.
“Quelli che abbiamo di fronte non sono più i nostri amici, ma dei cloni.”
“E con questo?” rispose lei stupita.
“Se facciamo venire a galla i loro cadaveri, non potranno più andarsene in giro no?”
“Anto, ma è geniale.”
“Una volta che le autorità avranno stabilito, con rigorosi esami scientifici le loro identità, quegli esseri saranno costretti a svanire. Il male prende quello che vuole per poi sparire e non lasciare traccia di se… in questo caso, non prenderà un bel niente e dovrà battere in ritirata, per loro sarà scacco matto.
“Anto, che idea, ma ci sono due problemi. In primis, loro non se ne staranno con le mani in mano ad aspettare il nostro operato, in secondo luogo non sappiamo dove sono i cadaveri.”
“Non preoccuparti, io so dove sono i cadaveri, almeno credo.”
“Ok, Anto mi fido, anche perché mi sembra l’unica mossa da fare in questo momento.”
“Stefy saresti pronta a partire adesso?”
“Sì, sono pronta, la mia valigia è ancora in macchina tua.”
Ci mettemmo in macchina e partimmo, con noi portai anche Demon, ci era stato d’aiuto, non volevo privarmi del jolly della squadra.
“Anto dove si và?”
“Si ritorna a Sorrento. Lì troveremo i cadaveri di Marco e Ricky.”
“Anto è Daniela?”
“Non credo che la troveremo lì, ma dobbiamo iniziare da qualche parte, no?”
“Sì, ma come ti ho fatto vedere, la casa sulla collina era sparita, come faremo a trovare i cadaveri. Quello di Ricky era nel corridoio nello scantinato.”
“Hai ragione, ma se è come penso, ovvero la casa non è mai esistita, come neanche lo scantinato, troveremo comunque un posto reale dove saranno deposti i resti dei miei amici.” risposi con voce rauca.
Avevo un groppo in gola, ero disperato e affranto per la morte dei miei compagni, non volevo perderli. Mi sentivo colpevole di non aver potuto evitare il peggio. Stefy se ne accorse e mi passo una mano tra i capelli.
Imboccammo l’autostrada diretti verso sud.
Dopo un’ora di viaggio tutto sembrava tranquillo, Demon era appisolato tra le valigie sul sedile posteriore e Stefy aveva lo sguardo dritto sulla strada, sembrava pensierosa.
“Anto, che ne dici se facciamo una sosta in Autogrill?”
“Per me va benissimo, così potrò fumarmi una sigaretta senza affumicarti.”
Parcheggiai l’automobile. L’aria di servizio era abbastanza affollata e alcuni autobus sostavano nel parcheggio, file di auto erano in attesa del loro turno ai distributori e l’ingresso del bar era trafficato da un via vai di persone.
“Mi sentii al sicuro. Cosa poteva accaderci in un posto così pieno di gente?” pensai.
“Anto, io vado in bagno.”
“Ok, fai pure, io faccio fare due passi a Demon e poi entro.”
I cani non erano ben accetti nei luoghi pubblici, questo lo sapevo, in più il mio fido amico era un Dobermann e figuriamoci se mi avrebbero permesso di entrare. Feci scendere Demon, gli infilai guinzaglio e museruola. Lo feci passeggiare un po’ intorno allo stabile. Annusava di tutto, poi decise di farla vicino un arbusto secco in mezzo all’erba.
“Ehi, ma che carino questo cucciolo.”
Voltandomi vidi un uomo sulla sessantina che con fare garbato si chinò su Demon per accarezzarlo.
“Non ha paura?” gli chiesi.
“Ma quale paura” farfuglio l’uomo.
“Degli animali non si deve aver paura, quelli che sono davvero pericolosi sono gli essere umani.”
“Sì, credo che abbia ragione.”
“Certo che ho ragione. Mentre uscivo dal bagno ho visto una ragazza che è stata presa per i capelli e trascinata via, il ragazzo la stava menando. Mi ha detto di filare via e farmi i fatti miei.”
“Cosa? E lei?”
“Io sono un povero vecchio che posso fare?”
Lasciai il guinzaglio e iniziai a correre.
“Ehi. Ma dove va?” gridò l’uomo.
Stefy era in pericolo, ero sicuro, dovevo muovermi.
Arrivato nell’Autogrill cercai con l’occhio quello che avrei voluto vedere. Stefy. Niente, notai un insegna luminosa che mi indicava i bagni e così scesi le scale.
La porta del bagno delle donne era chiusa, una donna era riversa sul pavimento insieme ad un cestino e delle monetine sparse un po’ ovunque. La toccai il collo, respirava, era ancora viva. Cercai di girare la maniglia della porta, ma era come chiusa a chiave. Diedi un paio di spallate nella porta, ma niente. Decisi che era arrivato il momento di passare alle maniere forti. Presi un estintore dalla parete, con tutta la forza che avevo lo tirai sulla maniglia della porta. Il pomello in alluminio cedette e la porta si aprì. Stefy era riversa sul pavimento, era piena di lividi in viso. Guardandola pensai solo una cosa. “È morta.”
Avvicinai il mio orecchio al suo cuore, batteva, con la mano tastai il polso, qualcosa si muoveva, non era morta, non ancora almeno. Aprii un rubinetto, con l’aiuto delle mani unite gettai un po’ d’acqua sul suo viso, ma niente, non riuscivo a farle riprendere i sensi. Le gettai altra acqua in viso. Le diedi degli schiaffi sulla guancia. Inizio a riprendersi, balbettando parole senza senso.
“No.… Non ho…”.
“Non volevo…”.
“Le regole…”.
“Infranto…”.
“Chi è che bara?”
“Stefy, Stefy, sono Antonio, ti prego riprenditi.” le sussurrai in un orecchio.
“Anto, aiutami, mi hanno picchiata… non volevo… ma loro…”.
“Non ti preoccupare, adesso ci sono io, alziamoci da questo pavimento è andiamo via.” la interruppi.

Continua…

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