Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentunesima parte)


cespuglio-con-bacche-rosse_19-116608La porta del bagno delle donne era chiusa, una donna era riversa sul pavimento insieme ad un cestino e delle monetine sparse un po’ ovunque. Le toccai il collo, respirava, era ancora viva. Cercai di girare la maniglia della porta, ma era come chiusa a chiave. Diedi un paio di spallate nella porta, ma niente. Decisi che era arrivato il momento di passare alle maniere forti. Presi un estintore dalla parete, con tutta la forza che avevo lo tirai sulla maniglia della porta. Il pomello in alluminio cedette e la porta si aprì. Stefy era riversa sul pavimento, era piena di lividi in viso. Guardandola pensai solo una cosa. “È morta.”
Avvicinai il mio orecchio al suo cuore, batteva, con la mano tastai il polso, qualcosa si muoveva, non era morta, non ancora almeno. Aprii un rubinetto, con l’aiuto delle mani unite gettai un po’ d’acqua sul suo viso, ma niente, non riuscivo a farle riprendere i sensi. Le gettai altra acqua in viso. Le diedi degli schiaffi sulla guancia. Inizio a riprendersi, balbettando parole senza senso.
“No.… Non ho…”.
“Non volevo…”.
“Le regole…”.
“Infranto…”.
“Chi è che bara?”
“Stefy, Stefy, sono Antonio, ti prego riprenditi.” le sussurrai in un orecchio.
“Anto, aiutami, mi hanno picchiata… non volevo… ma loro…”.
“Non ti preoccupare, adesso ci sono io, alziamoci da questo pavimento è andiamo via.” la interruppi.
“Mamma mia sono un mostro” disse guardandosi allo specchio.
“Non è vero, anzi sei carina, sembri un panda” gli dissi cercando di attenuare la tensione.
Lei accennò un sorriso. Aveva due grossi lividi intorno agli occhi, alzando la manica della maglietta notai che ne aveva di svariati anche sulle braccia.
“Che villano, guarda che cosa gli hai fatto animale.” gridò una voce alle nostre spalle.
“Qualcosa mi colpì alla testa, poi su un braccio, e ancora sulla spalla.”
“Signora ma è impazzita?”
Un vecchietta con vestito lungo a fiori, capellino di paglia e bastone mi stava picchiando.
“Signora lasci stare la prego. Questo è un mio amico, mi ha aiutato.” disse Stefy.
“Tutti uguali i giovani d’oggi, prima si picchiano e poi fanno la pace…” farfuglio la donna mentre si chiudeva in uno dei bagni.
“Stefy, ma cos’è successo? Chi ti ha picchiato?”
“Anto, non lo so, sono entrata qui dentro e non ho capito più niente, volavano calci, pugni e non so cos’altro.”
“Ok, non fa niente, andiamo adesso”
La presi sotto il braccio, non credevo che si fosse trattato di aggressori occasionali, non potevo crederlo dopo tutto quello che era successo e non ci credeva nemmeno lei.
“Che porco. Un maiale pervertito è nel bagno delle donne.” urlò una donna sull’uscio della porta.
“Signora, non si preoccupi, sono frocio, va bene.” le dissi tappandole con una mano la bocca.
Lei rimase appoggiata a una parete. La signora delle pulizie che avevo visto riversa sul pavimento si era rialzata, barcollava mentre si toccava la testa con la mano.
“Signora ha visto niente?” chiesi.
“Cosa? Chi? Io?”
“Sì, ok… buonanotte signora.”
“Anche a voi ragazzi, notte.” rispose.
Non avrei saputo dire se la signora si era rincoglionita dopo il colpo ricevuto, o se era così anche prima. Risalite le scale, ci ritrovammo davanti al bancone del bar. Mi accesi una sigaretta, mentre continuavo a tenere Stefy sotto il braccio.
“Signore qui è vietato fumare.” disse un uomo vestito di rosso con un cappellino a punta. Sulla giacca aveva ricamato: Autogrill.
“Che ansia terribile, qui non si può nemmeno morire.” pensai.
“Si la spengo subito.” gli dissi con sorriso acido.
Usciti da quell’inferno vidi in lontananza Demon che trascinava un uomo.
“Ehi, giovanotto, questo cane è terribile, voleva per forza seguirla.”
“Mi scusi se prima sono corso via ma…”
“Ma state attenti ragazzi.” interruppe l’uomo.
Rimasi allibito. Guardandolo, annuii con la testa. L’uomo si allontanò, e noi risalimmo in macchina.
“Stefy tutto bene?”
“Sì, mi gira solo un po’ la testa, ma niente di grave.”
Arrivati a Sorrento, decidemmo di recarci sulla collina. Parcheggiamo l’auto e proseguimmo a piedi.
Portammo anche Demon, l’ultima volta si era perso.
Era una giornata senza sole, le nuvole lo ricoprivano del tutto. Faceva anche freddo, ma era l’ultima cosa che in quel momento poteva impensierirci.
Qualcosa si mosse.
“Anto ha sentito?”
“Peggio, ho visto.”
Con la coda dell’occhio intravidi qualcosa muoversi dietro un grosso albero.
“Stefy, resta ferma, vado a controllare.”
In silenzio e con una lentezza di una lumaca mi avvicinavo al grosso pino che costeggiava la strada scoscesa. Qualcosa si mosse, un rumore pesanti passi si allontanava dal pino e un’ombra, prima chiara ai miei occhi, scomparve.
“Ehi, fermati.” urlai.
Iniziai a correre, prima raggiungendo il pino, poi sorpassandolo per discendere attraverso il bosco.
“Anto, ma dove vai.” urlò Stefy.
Demon inizio ad abbaiare. Correvo come un ossesso giù dalla collina, udivo passi sia alle mie spalle che davanti a me. Io Stefy e Demon stavamo rincorrendo qualcuno. Vedevo un ombra a pochi passi da me, ma non riuscivo a focalizzare. La nera figura, appariva e spariva dietro i grossi alberi, evitandoli con cura. Mi resi conto mentre correvo di dover stare attento, la discesa era molto ripida, e la velocità raggiunta, avrebbe potuto farmi schiantare contro uno di quei grossi legni.
La botta fu tremenda, presi un albero in pieno, e volai su un tappeto fatto di aghi di pino. La mia vista si era annebbiata, sapevo di avere gli occhi aperti, ma la cosa più spaventosa è che non vedevo, anzi vedevo bianco. Qualcosa mi tocco la spalla, iniziai a dimenarmi fra il fogliame in cerca di un appiglio.
“NO. NO. Non toccatemi, andate via… NO.”
“Anto stai calmo, sono Stefy.”
“NO. Vai via non vedo nessuno, vai via.”
“L’abbaiare di Demon mi fece ritornare in me, anche la vista cominciava a schiarirsi. La nebbia nei miei occhi stava disperdendosi, in tempo per vedere la gigantesca lingua del mio cane sbavarmi in viso.
Lo guardai perplesso e alzai lo sguardo vedendo Stefy. Mi sentivo frastornato, poi guardai l’immenso albero che mi aveva stretto nel suo… caloroso abbraccio. Un altro rumore poco distante destò la mia attenzione.
“Anto, qualcuno ci osserva, si prende gioco di noi.” bisbiglio Stefy.
Quello che disse fu per me, come il sereno dopo la tempesta.
“Stefy, come siamo imbecilli…”
“Perché Anto?”
“Qual è il motivo per il quale siamo venuti a Sorrento?”
“Per cercare i cadaveri di Marco e Ricky.” rispose.
“Bene… capisci, ci stanno distraendo… non vogliono… Una volta che saranno calate le tenebre, come faremo a trovare dei resti con il buio?”
“Anto, che bastardi… e adesso?”
“Adesso muoviamoci.” risposi, alzandomi alla svelta.
Arrivarti sulla sommità della collina, non vedemmo la casa, ma era ovvio. Per la prima volta feci caso che eravamo davvero molto in alto, i palazzi della città erano lontani. L’aria era molto più fredda e umida, rispetto ai piedi della collina dove avevamo lasciato l’auto.
Dovevamo trovare i resti dei miei amici, ma sulla collina dove prima avevamo creduto di vedere la vecchia casa, non c’era nulla. Decidemmo di scendere dal lato opposto da quello da cui eravamo venuti. L’erba alta e cespugli non è che ci erano di grande aiuto, la scarpata era molto scoscesa. Bisognava stare attenti, e non cadere. Dovevamo perlustrare la zona circostante in cerca di ogni minimo particolare. Girovagando per la scarpata non riuscivo a scorgere niente.
“Demon che c’è?” urlai.
Il mio cane stava abbaiando in prossimità di un folto cespuglio. Avvicinandomi, notai con stupore che stava abbaiando alle bacche.
“Demon basta. Ma sei impazzito?”
Il cane non smetteva di abbaiare, eppure io non riuscivo a vedere niente.
“Stefy, vedi qualcosa?”
“No, io niente, solo un grosso cespuglio di bacche.”
Cercai di guadare tra la folta capigliatura della pianta, ma niente. In quel cespuglio vi era il nulla. Demon continuava ad abbaiare. Lo tranquillizzai accarezzandolo, anche se smise, continuava a puntare il grosso ammasso di rametti e foglie.
Decisi di andare in fondo, iniziai a spezzare i rami più piccoli della pianta, Stefy fece lo stesso. Quando riuscii ad afferrare il tronco principale, cercai ti tirare, ma niente. La pianta era come incollata alla terra.
“Anto, ma che vuoi fare?”
“Sradicare questa pianta. Dai aiutami.”
Afferrammo insieme lo spesso tronchetto e tirammo. Finimmo per terra seguiti da una pioggia di foglie e terriccio. Le radici avevano ceduto. Demon scavava dove prima vi era il cespuglio. Vidi che c’era qualcosa di solido. Una tavola di legno… Una grossa tavola di legno… una bara. Era molto simile a quella trovata a Scario. Lì dentro c’era un cadavere, n’ero certo. Cercammo alla meglio di ripulire la decadente superficie di legno dal terriccio umido. Un urlo mi ghiaccio il sangue nelle vene ed ebbi l’impressione che il mio battito cardiaco si fosse fermato per pochi ma interminabili istanti. Voltandomi mi resi conto che era stata Stefy ad emettere l’urlo. Per un istante avevo creduto che il gridare fosse stato emesso dall’ospite della bara…
“Stefy, ma vuoi che mi venga un infarto?”
“No, Anto guarda” dicendolo mi mostro il palmo.
Aveva qualcosa di verde e pulsante che si dimenava in mezzo alla mano.
Stefy, è un bruco, lo avrai schiacciato senza accorgertene.”
“Si, ma mi fa schifo.”
La guardai incredulo.

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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