Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentaduesima parte)


hands crush“Ma ti rendi conto che stiamo per aprire una bara, e dici che un verme ti fa schifo? Pensiamo a quello che proveremo quando avremo aperto questa.” le dissi indicandole la cassa sotto di noi. Lei arrossì, guardando l’animaletto agitarsi nel palmo della sua mano. Chiuse il pugno mettendo fine alla sua vita.
“Stefy, ma che fai? lo hai ucciso?”
“Era ferito, meglio metter fine alle sue pene.”
La risposta mi sconvolse non poco, prima di allora non avevo mai notato in lei tanto cinismo.
Cercai di aprire la bara. Era fatta con listelli di legno inchiodati. Nonostante il legno fosse fradicio, non riuscivo ad aprirla. Decisi che c’era solo una soluzione, prenderla a calci. Se qualcuno ci avesse visto in quel momento ci avrebbe rinchiuso in un manicomio. Eravamo su una scarpata di una collina a prendere a calci una bara. Un asse inizio a cedere, concentrai i colpi su quella. Il listello di legno cedette. Subito mi abbassai per guardarci dentro. Un tanfo irrespirabile si insinuò a forza dentro di me. Vomitai.
Abbassandomi sulla bara semiaperta avevo respirato a pieni polmoni, aspirando buona parte dell’aria rivoltante fuoriuscita.
“Anto, stai bene?”
“Che puzza, che schifo.”
Riuscii a riprendermi. Dovevo scoprire cosa contenesse quella bara.
“Avevo una mezza idea. Era con tutta probabilità Ricky. La cassa da morto era molto vecchia. La pianta che vi era cresciuta sopra era abbastanza grande, da farmi dedurre che non si trattava di un cadavere messo in quel posto da poco.
Con l’aiuto delle mani, tirai via un’altro paio di assi inchiodate, la luce del giorno mi aiutò a vedere quello che già sapevo. Disteso sul fondo della bara vi era un piccolo scheletro umano.
“Anto, chi è?”
“È Ricky, lo scheletro è quello di un bambino. Ci sono solo ossa e terriccio.”
Un rumore proveniente dall’interno della bara diede vita al mio incubo.
“Ecco adesso lo scheletro mi afferra per uccidermi.” pensai.
Un grosso topo fuoriuscì dal tugurio buio della bara. Mi misi una mano sulla fronte. Stefy sbuffò. La paura l’avevamo fatta.
“Ok, Stefy, lasciamolo qui. Informeremo Polizia e Carabinieri più tardi.”
“Come più tardi?”
“Dobbiamo ancora trovare gli altri, se li avvisiamo adesso, questo posto nel giro di pochi minuti sarà pieno di agenti, curiosi e giornalisti.” le risposi.
“Sì, hai ragione.”
“Gli agenti li chiameremo noi, dopo che vi avremo uccisi.” tuonò una voce nell’aria.
Alzando lo sguardo, vidi Ricky e Marco sulla scarpata poco sopra di noi.
Il loro sguardo era come sempre assente, bianco.
“Ah, ragazzi aspettavamo proprio voi.” gli dissi.
“Morirete qui, questo lo sapete, vero?” borbottò Ricky.
“Questo lo vedremo.” disse Stefy.
La sua determinazione mi spiazzo. Sembrava tanto debole, impaurita, ma era evidente che anche i suoi nervi fossero saltati.
Aveva lo sguardo puntato su di loro.
Ricky e Marco, iniziarono ad avvicinarsi lungo la scarpata. Dovevo pensare a qualcosa, e alla svelta. Non avevamo armi, o oggetti contundenti da poter utilizzare, e non volevo per niente affrontare quegli esseri a mani nude.
Lo sguardo mi cadde sulla bara ai miei piedi. C’erano, oltre lo scheletro e la cassa, un paio di tavole di legno staccate in precedenza.
Pensai di usare quelle per difendermi.
“Appena mi sarebbero stati abbastanza vicino, avrei raccolto uno dei pezzi di legno per colpirli.”
Notai che non avevano armi. Ma sapevo che non si trattava di esseri umani “Avrebbero potuto uccidermi con un colpo.” pensai.
Demon ringhiava, ma non aggrediva, sembrava nervoso e spaventato. Stefy, mi lanciava occhiate languide come per dire “Cosa facciamo?”
Le feci un occhiolino e le accennai un sorriso.
“Stefy mettiti dietro di me.”
Con lo sguardo guardavo il loro lento incedere giù per la scarpata. Sott’occhio avevo sempre le assi di legno vicino la bara.
Quando mi furono ad un metro di distanza afferrai l’asse e la fracassai sulla testa di Ricky. Cadde giù per il pendio, poi arrestò la sua discesa in un cespuglio. Non feci neanche in tempo per rigirarmi, che sentii un forte dolore alla schiena. Marco mi aveva colpito. Ero per terra accasciato vicino alla bara. Un calcio raggiunse il mio stomaco, il dolore era intenso, per alcuni interminabili secondi non potei respirare. Un altro calcio raggiunse il mio volto. Sanguinavo e dal labbro inferiore colava sangue. Ero accovacciato per terra piegato in due dal dolore. Con la coda dell’occhio vidi un atro calcio in arrivo, con entrambe le mani afferrai il piede di Marco e lo spinsi all’indietro facendolo cadere. Mentre cercava di rialzarsi, lo colpii con un calcio in faccia. Adesso anche lui sanguinava, ma dal naso. Capii che se l’avessi colpito su un fianco, così come era disteso a terra, sarebbe rotolato giù per la scarpata. Così feci, mentre aveva le mani in viso per il dolore, lo colpii con tutta la forza che riuscii a racimolare con un calcio sul fianco. Rotolò giù per il pendio, travolgendo tutto quello che incontrava: erba, rametti, cespugli, pietre. La sua corsa si arresto nei pressi di Ricky, che nel frattempo era ancora riverso nel cespuglio. Mi toccai il labbro, sporcandomi le dita di sangue. Con lo sguardo cercai Stefy e Demon, li trovai, erano a pochi passi da me.
“Stefy, ma che ti prende?”
“Anto… io”
“Quando mi stava ammazzando, tu dov’eri? O meglio, che facevi, aspettavi?”
“Anto, questa situazione è più grande di me. Il terrore blocca ogni mio movimento. Vedevo mentre ti colpiva, ma era come se avessi i piedi in un secchio di cemento. Volevo, ma non potevo muovermi.”
Demon era vicino a lei a pochi metri da me, aveva lo sguardo sornione e non era stato di grande aiuto questa volta. Chissà, pensava che stessimo giocando? Il mio sguardo ricadde sui due mostri.
“Anto, secondo te sono morti?”
“Che domande… Stefy sono già morti.”
Lei mi guardò spaventata, la mia risposta era stata molto fredda e cinica.
“Secondo me quelli si rialzano, dobbiamo scendere e finirli.” dissi.
“Cosa? Intendi raggiungerli e continuare a menarli?”
“Non continuare a menarli, ma finirli.”
“Ma è pazzesco, io non c’è la faccio.”
“Parli tu che prima, senza esitare hai stritolato nella tua mano un bruco?”
“Ehi, guarda che non è la stessa cosa. Un fatto è uccidere un bruco, un altro è uccidere un uomo.”
“Allora mi sa che non hai ancora capito. Stefy quei due che vedi in quella scarpata non sono esseri umani. L’aspetto ti può confondere, ma hai visto i loro occhi? Guarda qui in questa cassa, c’è uno scheletro e appartiene a Ricky. Allora se le sue spoglie sono qui, come può essere nello stesso tempo vivo, giù nel pendio?”
Lei calò lo sguardo. L’abbracciai. Ero stato duro. Ma non avrei potuto evitare di sfogarmi. La diedi un bacio sulla guancia, poi con un dito le tolsi il sangue dal viso. Toccandomi, mi resi conto che continuavo a sanguinare.
“Stefy, rimani qui, io vado a chiudere quest’incubo.”
Lei mi guardò sconvolta, voleva dirmi qualcosa. Le misi una mano sulla bocca e annuii con il capo.
“Non preoccuparti, starò attento.”

Continua…

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