Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentatreesima parte)


whiteeyes4Lei accennò un sorriso senza lasciar intravedere il bianco dei denti. Raccolsi un’altra asse dal terreno, tastandola notai che era infradiciata. Sull’asse vi era anche conficcato un chiodo arrugginito. Lo presi. Iniziai a scendere giù per il pendio, non staccavo per un attimo lo sguardo dai due corpi. Non si muovevano. Quando fui abbastanza vicino, vidi una mano di Marco muoversi. Il movimento era stato impercettibile, ma l’avevo notato.
In una mano avevo l’asse di legno, nell’altra un grosso chiodo. Non è che erano strumenti letali, ma erano le uniche cose che avevo a disposizione per difendermi. Ricky si mosse. Rimase seduto per terra a guardarmi. Mise una mano nel terreno, come per volersi dare la spinta per rimettersi in piedi. Non esitai ad aggredirlo. Gli spappolai il legno in mezzo alla testa, ma niente. L’asse si sbriciolò appena entrata in contatto con la testa di Ricky, che sembrò non accusare il colpo. Adesso era in piedi dinanzi a me. Lo guardavo negli occhi, ero ipnotizzato, non potevo farne a meno. I suoi occhi bianchi.
Mi bloccò serrandomi la gola con una mano, con l’altra cercava i miei occhi, voleva rendermi cieco. Mi dimenavo, mentre il fiato che avevo nei polmoni si esauriva, la sua stretta non mi permetteva di effettuare il riciclo d’aria. Dovevo spostare in continuazione la testa, per evitare che mi infilasse le dita negli occhi. Gli diedi un calcio nei genitali, ma niente, diedi un altro calcio, ma fu inutile. Era tutto tempo sprecato, sembrava che non sentisse il dolore fisico, i colpi che gli avevo assestato sarebbero bastati per abbatterlo.
“Antonio sei mio.” mi diceva senza muovere le labbra.
Sapevo di avere il chiodo nella mano destra, decisi che era arrivato il momento di usarlo.
Strinsi fra il pollice e l’indice il ferro arrugginito e attaccai. Infilai nella tempia della creatura l’oggetto contundente. Il chiodo rimase conficcato, lasciai la presa, con orrore scoprii che non aveva sortito nessun effetto. Continuava, imperterrito a serrarmi la gola. Riafferrai il chiodo estraendolo. Metà di esso era insanguinato, dal foro praticato iniziò a spruzzare sangue. Cercai di indietreggiare. Ma non ci riuscivo, notai che ero stato alzato dal terreno. Non avevo più contatto con la fangosa, ma sicura terra. Questò bastò per imbestialirmi, più di quanto non fossi. Con tutto lo sdegno possibile, gli conficcai il chiodo nell’occhio sinistro. Un liquido biancastro iniziò a colare sul volto di Ricky. Urlò, lasciandomi cadere per terra. Seduto, cercai di indietreggiare, mi trascinavo sul fogliame per allontanarmi il più possibile da quella creatura. L’essere continuava ad urlare barcollando come un ubriaco.
Pensai che una volta resosi conto della situazione, e sotto dolore mi avrebbe attaccato con una ferocia mai vista. Mi rialzai, lo raggiunsi. Un calcio nello stomaco, bastò per farlo chinare in avanti. Afferrai il chiodo che aveva ancora conficcato nell’occhio, lo estrassi, infilandolo nell’altro occhio. “Gli occhi del male.” pensai.
Non urlò, cadde all’indietro. Era riverso in mezzo al fogliame. Non dava segni di vita. Avvicinandomi potei notare le oscure cavità oculari, il bianco era sparito, al suo posto buio pesto. Un mostro con le sembianze del mio amico Ricky era riverso per terra, con un viottolo di sangue che gli fuoriusciva dalla testa, non aveva più occhi, solo due buie cavità dalle quali fuoriusciva un liquido biancastro molto simile a bava. Ero esausto e respiravo a fatica. Guardandomi intorno, mi accorsi che mancava qualcosa. Marco era sparito. Mi voltai un paio di volte su me stesso, avevo il terrore di potermelo trovare alle spalle. Poi l’angoscia più buia.
“Marco si era alzato e diretto verso Stefy e Demon, per ucciderli”.
Il sol pensiero di alzare lo sguardo su per la scarpata, e vedere Marco che manteneva per i capelli la testa mozzata di Stefy, mi atterriva.
“Anto… Antoniooo… Tutto bene?”
La voce di Stefy, mi fece respirare, avevo trattenuto il respiro, e solo ascoltando la sua voce ero riuscito a ricompormi. La vidi, vicino a lei c’era Demon. Tornai indietro, aiutandomi con le mani per risalire il pendio.
“Anto, non riuscivo a vedere bene, ma sono morta dalla paura.”
“L’importante e che sono ancora intero.”
“Anto, e quei lividi sul collo?”
“Niente, mi voleva strangolare quel bastardo.”
“Anto… com’è… insomma…”
“Stefy, non rivedremo più quel clone di Ricky, se è quello che vuoi sapere.”
“Ma dov’è andato l’altro?” aggiunsi.
“Non lo so… sembra sparito” rispose Stefy.
“Adesso dobbiamo trovare il corpo di Marco prima che faccia buio.”
“Si hai ragione Anto, cerchiamo in giro.”
Ero stanco, ma il sole da lì a poche ore sarebbe tramontato. Cercammo per ore, ma non riuscimmo a trovare niente. Il luogo era molto vasto e scosceso, non era l’ideale per una scampagnata. L’erba alta e i cespugli non ci aiutavano nell’impresa. Ricoprii le ossa di Ricky con del terreno, poi ammassai la terra con i piedi, non volevo che qualche animale notturno si mangiasse le ossa del mio amico.
“Stefy, andiamocene, qui sta per fare buio, e non ho intenzione di farmi sorprendere dalle tenebre.” gli dissi con voce cupa.
“Sì, è meglio che andiamo. A casa tua?  Quella che hai qui a Sorrento?”
“No, meglio evitare, lì adesso c’è tutta la mia famiglia… e non ho voglia di coinvolgerli in questo casino.”
“Hai ragione, andiamo in Albergo?”
“Sì, credo che sia la cosa migliore, poi domani con i favori del giorno verremo a trovare i resti di Marco.”
Saliti in macchina percorremmo i vari tornanti che ci avrebbero condotto al centro di Sorrento, sulla strada notai un’insegna luminosa: Hotel Riviera.
“Stefy, ci fermiamo qui?”
“Sì, per me un albergo vale l’altro.”
Girai all’interno del vialetto, e ci ritrovammo dinanzi a un modesto edificio. Nello spiazzale antistante poche auto parcheggiate. Lo stabile sembrava vecchio, ma non antico. Scesi dalla macchina ci recammo nella Hall principale. Dietro il banco della reception, un uomo vestito giacca e cravatta ci diede il benvenuto.
“Buonasera signori.”
“Buonasera, vorremmo pernottare per una notte, è possibile?” gli chiesi.
“Sì, certo, camera matrimoniale suppongo?”
Guardai Stefy, lei ricambiò con un sorriso.
“Sì, vada per la matrimoniale.”
“Benissimo, un documento suo ed uno della signora per favore.”
“Scusi, volevo informarla che con noi abbiamo un cane… potrebbe.”
“Signore i cani non possono entrare. A me piacciono, ma il regolamento lo vieta.”
“Sì, ma vede, non possiamo lasciarlo per strada.”
“Dove sarebbe questo cane?”
“Dai, Demon, fatti vedere.”
Demon si alzò con le zampe sul banco di legno, l’uomo si spaventò, poi sorrise accarezzandolo.
“Ma è bellissimo, e una delle razze che preferisco.”
“Dai, Demon, giù adesso.”
“Signore lei può portare il cane in camera, ma io non mi assumo nessuna responsabilità… se vi becca qualcuno…”.
“Lei è un santo.” gli risposi.
Dall’auto prendemmo le valigie, poi salimmo in camera tramite l’ascensore.

Continua…

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