Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentaquattresima parte)


porta-chiusaUna volta in camera, notai che si trattava di un’ambiente  essenziale, un armadietto, uno scrittoio, un piccolo bagno e un’unica finestra che affacciava sullo stupendo paesaggio della costiera.
“Cavolo, Stefy… è l’albergo dove hanno pernottato Riccardo, Marco e Daniela.”
“Può darsi, anzi deve essere così.”
Sì, è lui. Marco diceva nel diario di essere salito a piedi sulla collina. Questo è l’albergo più vicino.”
“Anto, che facciamo cambiamo hotel?”
“Non sarà necessario, quello che è successo qui è passato. Guarda l’arredamento e i mobili, sono quelli descritti da Marco nel suo diario. Incredibile.”
“Anto, io farei volentieri una doccia, tu permetti?”
“Ehi, come no. Fai pure, nel frattempo io vado nella Hall a chiedere se si può avere qualcosa da bere.”
“Ok, ma fai presto.”
“Non preoccuparti, tornerò prima che tu abbia finito la doccia.”
Uscii dalla camera. Demon voleva seguirmi, chiusi la porta per non permetterglielo. La porta dell’ascensore era aperta. Notai che si trattava di un vecchio ascensore in metallo con porte scorrevoli. Sul lato opposto alla porta vi era un grosso specchio. Pigiai sul pulsante “T”. Le due ante che formavano la porta si chiusero. La cabina iniziò a salire.
“Ma cosa succede?”
Avevo pigiato il pulsante per raggiungere il piano terra, e l’ascensore andava verso l’alto. Passarono pochi istanti, poi vidi le porte riaprirsi e il pulsante numero sei accendersi. Avevo paura, scesi sul pianerottolo, girandomi verso l’antro dell’ascensore. Le porte si richiusero, potei sentire il rumore metallico dei cavi. L’ascensore stava scendendo. Il pianerottolo era deserto. “Come quasi tutto l’albergo.” pensai. Ero all’ultimo piano, questo lo potei capire dalla disposizione della pulsantiera dell’ascensore. Il piano numero sei era l’ultimo. Decisi che per raggiungere la Hall sarebbe stato meglio usare le scale. Una porta di metallo con su scritto: Scale, mi avrebbe permesso di scendere ai piani inferiori. La porta era bloccata e la maniglia antipanico non voleva saperne di funzionare. Spingendo verso il basso la porta non si apriva, capii che con tutta probabilità era chiusa a chiave. Tornai sui miei passi, l’unica soluzione era prendere l’ascensore. Un rumore metallico echeggiò nel corridoio. Una porta si aprì. Ero lì davanti l’ascensore, ma guardavo la porta alle mie spalle, era semiaperta… socchiusa. Qualcuno l’aveva aperta, ma nient’altro. In quel momento immaginai di tutto. Continuavo con le dita a spingere sul pulsante di chiamata dell’ascensore, ma la cabina non arrivava. La porta semisocchiusa alle mie spalle cigolava… aprendosi un po’, per poi richiudersi. “Qualcuno mi stava spiando, qualcosa mi voleva in quella camera.”
Le porte dell’ascensore si aprirono, come anche la porta alle mie spalle, potei vederla attraverso lo specchio. Mentre gli sportelli metallici dell’ascensore si chiudevano notai un ombra venir fuori dall’oscurità della camera, ma non riuscii a vedere bene. Feci un lungo sospiro. Toccandomi la fronte potei notare che era umida. me la stavo facendo addosso per la paura. Un rumore sordo e il traballare dell’ascensore mi scosse. Il neon che era sulla mia testa prima si spense e accese ad intermittenza, poi fu buio.
“Di bene in meglio.” pensai.
L’ascensore si era arrestato per via di un blackout, e io con la fortuna che mi ritrovavo c’ero rimasto dentro. Restai in silenzio, aspettando che la cabina riprendesse la sua corsa, ma niente. Estrassi dalla tasca lo zippo e feci luce. Sulla pulsantiera, oltre ai numeri dei piani c’era un simbolo di un campanello. Pigiandolo non successe niente. In basso vi era un pulsante con a fianco una griglia metallica, un microfono pensai. Vicino la griglia forata c’era una dicitura: In caso di emergenza contattare il portiere.
“Pronto, mi sentite? Sono rimasto chiuso in ascensore, c’è qualcuno?”
Sentii un rumore, come una trasmissione radio disturbata… qualcuno aveva alzato il ricevitore dall’altra pare.
“Ehi. Sono rimasto chiuso in ascensore, qualcuno potrebbe spiegarmi cosa succede?”
Dall’altra parte fu solo silenzio. Mi stavano saltando i nervi, non soffrivo di claustrofobia, ma il sol pensiero che i cavi d’acciaio potessero cedere, facendomi precipitare nel vuoto mi atterriva. Non solo, alle mie spalle avevo uno specchio, non mi sarei girato per nessuna cosa al mondo. La mia immagine riflessa, illuminata dalla fioca luce della fiammella dell’accendino, sarebbe bastata a farmi svenire. Un brusio, un mormorare proveniente dal citofono destò la mia attenzione. Mi avvicinai con l’orecchio al ricevitore fino ad appoggiarmi. Qualcuno stava sussurrando qualcosa, ma non si capiva bene. Era una voce lontana.
“L… L… La… T… U… Tu… A…”.
“La Tua?” capii.
“T… O… M… B… A…”.
“La tua tomba?” gridai a voce alta.
“Que… Sto… P… Osto…”.
“Questo posto sarà la mia tomba?”.
Un stridio metallico mi fece sobbalzare, L’ascensore tremò, per poi assestarsi.
“Cazzo. I cavi, stanno cedendo.”
Sarei morto lì dentro, come avrei potuto salvarmi?
“Dio, ti prego aiutami” urlai dentro di me.
L’accendino mi cadde per terra. Un pensiero fulmineo, dettato, credo, dall’istinto di sopravvivenza, mi suggerì una via di scampo. Non era la prima volta che rimanevo chiuso in  ascensore. Una volta un tecnico mi spiegò che c’era un modo per aprire le porte. In mezzo alla fessura, situata alla base degli sportelli scorrevoli, ci doveva essere una piccola levetta che serviva a disattivare le porte elettroniche, rendendole manuali. Mi accovacciai sul pavimento, con l’aiuto della fiamma cercai di individuare la levetta. La vidi, era sulla destra. Infilai l’indice nella fessura e cercai di tastare la leva, non sapevo se tirarla, spingerla o cos’altro, ma dovevo in ogni caso fare qualcosa. Un altro rumore sonante mi fece trattenere il respiro. Il pavimento su cui ero disteso vibrò per un istante. Con il dito tastavo la levetta, che non ne voleva sapere di muoversi. Poi ci fu un “Clic” Sentii al tocco che si era mossa verso destra. Mi alzai e cercai di aprire le porte, ma non si muovevano, infilai le dita nella fessura dove gli sportelli si baciavano ogni volta che le porte si chiudevano, e spinsi. Le due metà si aprirono. Con disperazione mi resi conto che mi trovavo fra due piani, dovevo strisciare sul pavimento per fuoriuscire da quella tomba. L’intera ascensore vibrò… Avrei dovuto strisciare veloce. Se i cavi avessero ceduto mentre ero in transito fra le porte sarei stato troncato in due. Lanciai lo zippo sul pavimento del pianerottolo, quasi per voler vedere cosa si celava nel corridoio avvolto dall’oscurità. L’accendino urtando sul pavimento si spense, tutto l’ambiente circostante piombò nell’oscurità. M’accovacciai vicino la parete dello specchio.
Avrei potuto darmi lo slancio con i piedi. Balzai fuori, fui veloce, anzi velocissimo. Alzandomi facendo luce con il mio amico di fumo vidi che ero ricoperto di polvere. Voltai lo sguardo all’ascensore… era sempre lì… non si era mosso. Decisi di scendere per le scale, la porta era aperta. Arrivato nella Hall non vidi nessuno.
“Ehi, c’è qualcuno?” dissi, mentre con l’accendino cercavo di scorgere qualcosa.
“Ci sono io.” rispose una voce alle mie spalle.

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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