Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentacinquesima parte)


horro-hotel“Sobbalzai, per poi rendermi conto della situazione. Era l’uomo della reception, che per farsi vedere, aveva acceso una torcia elettrica, puntando il fascio di luce sotto il suo mento. Sembrava un fantasma.
“Ah, è lei? Quasi mi prende un colpo.”
“Mi scusi signore, non era mia intenzione spaventarla.”
“Si figuri, ma che succede?”
“C’è stato un blackout tutta la zona è isolata.”
“Scusi, ma dove sono le altre persone dell’albergo?”
“Dormono” rispose l’uomo.
“A quest’ora? Ma sono appena le 21:00.”
“Immagino, che siano nelle loro camere, signore.”
“Ok, io torno in camera mia, speriamo che ritorni al più presto la luce.”
“Signore, prenda un paio di torce elettriche, le potrebbero servire”.
“Grazie, molto gentile.”
Accesi una delle torce e spensi l’accendino riponendolo in tasca. Salii le scale e mi ritrovai al pianerottolo al terzo piano. Uscendo dall’antro delle scale mi ritrovai sul corridoio dove c’era la mia camera. Girai la maniglia ed entrai.
“Anto, sei tu?”
“Sì, Stefy, niente paura.”
Stefy era seduta sul letto con un asciugamano sulla testa, Demon era ai suoi piedi.
“Anto, tutto bene? Ci hai messo un po’ a tornare, eh?”
“Sì, mi sono intrattenuto di sotto a parlare con l’uomo della reception.”
Non volevo raccontarle dell’ascensore e del sesto piano. Era già spaventata, non era consigliabile raccontargli altre esperienze simpatiche.
“Stefy, ti dispiace se riscendo un attimo?”
“No, fai pure. Ma perché?”
“Ho dimenticato il motivo per cui ero sceso. Ho sete, e a pensarci anche fame.”
“Anto, mi prendi una coca?”
“Certo. Tieni, prendi questa torcia elettrica, così almeno non resterai al buio.”
Avevo raccontato a Stefy un mare di cavolate, volevo riscendere nella Hall per chiedere a quell’uomo se si ricordava di Marco. Quel signore sembrava proprio quello descritto nel diario del mio amico, inoltre se era lui, si sarebbe ricordato di certo del bomber dei Miami Dolphin. Non volevo torturare Stefy con le mie paranoie.
Arrivato nell’atrio, indirizzai il fascio di luce verso il grande bancone in legno della reception. Il pezzo di legno sembrava molto vecchio. Avvicinandomi, notai che appoggiato sulla superficie del banco vi era una sorta di registro. Lo aprii alzando una densa nuvola di polvere. La potei scorgere grazie al fascio di luce emanato dalla torcia.
“Allora, iniziamo a guardare gli ultimi ospiti di questo hotel…”
Strano, in fondo alla lista ci dovevano essere il mio nome e quello di Stefy, ma non c’erano. Mi accorsi che non si trattava di un registro clienti, era più un libro degli ospiti.
“Che cosa carina.” pensai.
Sfogliando le pagine, potei leggere i commenti dei clienti che avevano alloggiato nell’albergo:

L’albergo è molto confortevole.
Invitante per dormirci.
Maurizio Grande

L’hotel si presenta silenzioso e isolato, ottimo
Massimo Stellucci

Il posto è l’ideale per il riposo eterno.
Francesca Golia

Scappa da questo posto…Sono tutti morti.
Marco Ferraris

“Cosa? Ma?” Mi voltai, orientando il fascio di luce tutt’intorno. Il parato sulle pareti era marcio e decadente, i vetri della porta di ingresso erano infranti. Il banco della reception era colmo di tarme. Oltre si poteva vedere una bacheca appesa alla parete, le celle contenevano fitte ragnatele, le piastrelle del pavimento erano per la maggior parte scheggiate.
Un solo pensiero in quel momento. “STEFY.”
Corsi su per le scale, il marmo sui gradini era spaccato, su alcuni mancava del tutto, lasciando intravedere il nudo cemento. Arrivato alla porta che mi avrebbe permesso di percorrere il corridoio del terzo piano, notai che quest’ultima era coperta di ruggine. La vernice mancava  all’appello. Agendo sulla maniglia antipanico fui investito da uno stridio terrificante, una volta aperta la  porta, sentii un rumore sordo alle mie spalle, voltandomi vidi che la porta si era riversata nel corridoio. Giaceva immobile sul pavimento polveroso. Guardai l’ascensore, era ancora bloccato, ma con tutta probabilità non aveva mai funzionato. Arrivato alla porta della camera, cercai di aprirla, ma il pomello si staccò rimanendo nel palmo della mia mano. Con violenza calciai la porta che si spalancò.
“Stefy dove sei.” urlai.
“Anto, sono qui.”
La vidi accovacciata in un anglo della stanza sotto la finestra, vicino a lei Demon.
“Anto, ma che succede? Questo posto è un inferno.”
Guardandomi attorno vidi la rete metallica del letto senza materasso. L’unica finestra della camera aveva i vetri infranti, la persiana in legno era marcia, mancavano alcuni listelli e su quelli rimasti la vernice si era scrostata. Nella porta del bagno vi era una grossa apertura centrale, era come se qualcuno l’avesse sventrata. La luce della torcia incrociò lo specchio crepata sulla parete del bagno.
“Stefy, dobbiamo uscire di qui subito.”
L’aiutai a rialzarsi e con orrore si manifestò il peggiore dei miei incubi.
“Stefy, ma cosa hai in testa?”
“Anto, è un asciugamano… perché?”
“Fai vedere un’attimo.”.
Era blu… aveva delle righe color arancione… lucido… aveva elastici… c’era scritto qualcosa:

Miami Dolphin

Era il bomber di Marco.
Me lo legai in vita, presi Stefy per una mano, chiamai Demon. Usciti fuori al corridoio, ci dirigemmo verso le scale
“Ma cosa?”
Le scale erano sbarrate con grosse assi di legno. Cercai con un paio di calci ben assestati di scardinarle, ma niente. L’unico risultato che ottenni, fu quello di farmi molto male. Ritornammo sui nostri passi, passando vivino alll’ascensore, e davanti la nostra camera. La corsia terminava con una finestra. Affacciandomi potei vedere la mia macchina parcheggiata.
Fuori era meno buio che all’interno. La luce lunare ricopriva lo scenario circostante con un freddo, ma confortevole velo bluastro. Il lugubre corridoio dove eravamo rinchiusi era privo di luce. Il poco bagliore era dato dalla torcia datami da quell’uomo.
“Stefy, dov’è la tua torcia?”
“L’ho lasciata in camera.”
“Venite… Venite…”.
Una voce ci chiamava da una delle porte semiaperte. La riconobbi, era la voce del baffuto uomo della reception.
Non mi era sembrato cattivo, anche se il pensiero non mi convinceva del tutto, ma non avevamo scelta. Avevo una brutta sensazione… che la stamberga in cui eravamo, sarebbe crollata da lì a poco.
“Muovetevi… Venite.”
Mi avvicinai alla porta, sempre tenendo Stefy per una mano. Calando lo sguardo vidi Demon vicino alle mie gambe. Entrai nella stanza, ma non vi era nessuno, e soprattutto, non vedevo vie d’uscita. Si alzò un forte vento, la finestra e la porta alle nostre spalle sbattevano, quasi spinte da una forza sovrannaturale… forse così era. Mi avvicinai alla finestra, le ante volarono giù. Avevo un ansia addosso, che la si sarebbe potuta anche toccare. Affacciandomi vidi una struttura in ferro, non meglio definita, alcuni secondi dopo mi resi conto che si trattava di una scala antincendio.
“Stefy, c’è una scala, forza andiamo.” le urlai.
“Non sentii la sua risposta, e non riuscii a guadarla, il vento era fortissimo, con tutta probabilità si era portato via le sue parole, così come anche le mie. L’unica certezza che avevo in quell’inferno era che sentivo la sua mano salda nella mia… era attaccata a me… non dovevo perderla. Con il piede toccai qualcosa appena sotto la finestra, non so dire di cosa si trattasse. Salitoci sopra balzai dall’altro lato della finestra. Mi trovai su una grata metallica. L’intera impalcatura metallica ondulava paurosamente sotto il soffio del vento. Tirai a me Stefy, i suo capelli mi investirono, cercai di togliermeli dalla bocca.
“Demonnn… Demonnn…”.
La povera bestia era rimasta dentro.
“Ant… Dov… Vai?”.
Il forte vento di poco prima si era tramutato in una vera e propria tormenta. Si sentivano strani fruscii, guardando verso l’alto potei vedere una persiana staccarsi, per poi sprofondare nel buio del giardino sottostante. Non riuscivo a sentire le parole di Stefy. Le mostrai una mano tesa verso l’alto, per indicargli di aspettare un attimo. Entrai di nuovo nella camera, Demon era proprio sotto la finestra. Lo presi in braccio facendolo salire sul nudo davanzale della finestra. Balzò fuori.
Un alito caldo investì il mio collo.
“Tu dove credi di andare?” rintronò una voce dentro il mio orecchio destro.”

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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