Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentaseiesima parte)


lupo-lunaQualcosa mi serro il braccio, lacerandomi le carni.
“Il lupo mi ha azzannato.” pensai.
Il dolore era accecante. Voltandomi, la bestia non mollò la presa, ma potei vederla. Era Dany, ne fui sorpreso. Mi aveva serrato il braccio, continuava a stringere, mentre le sue unghie penetravano sempre più nella carne. Cercai di divincolarmi, poi vidi la sua mano artigliata avvicinarsi, con il braccio che avevo libero cercai di coprirmi il viso. Un’unghiata raggiunse il mio collo, lacerandolo. Sentii un dolore pazzesco. Non avevo alternative, lei mi teneva bloccato un braccio, l’altro lo tenevo in viso affinché non mi cavasse un occhio. Le mie gambe erano fra le sue e la parete, non avrei potuto sferrare un calcio decente… C’era solo un’alternativa. Una testata.
Potei sentire i suoi artigli uscire dalle mie carni, la vidi barcollare all’indietro. Avrei avuto voglia di ammazzarla di botte, ma optai per una scelta più ponderata; mi volsi e scavalcai la finestra. Scesi dalle rugginose scale che ondeggiavano paurosamente. Una volta giù insieme a Stefy e Demon ci dirigemmo verso l’auto. Saliti, chiusi le sicure e tirai un lungo sospiro.
“Anto ma…”
“Ti prego Stefy, un po’ di silenzio per favore.”
Restai per alcuni minuti con gli occhi chiusi.
Guardai poi il mio povero braccio martoriato, e toccai le ferite che avevo sul collo.
“Ma che aveva delle lame al posto delle unghie?”
“Fai vedere un po’.”
“Porca miser….”.
“Anto, ti fa male?”
“Abbastanza.” le risposi.
Demon iniziò ad abbaiare. Guardandomi intorno vidi davanti al parabrezza la figura di Daniela. Era li, immobile e ci osservava. Non ci pensai su molto, misi in moto con l’intento di metterla sotto, ma quando alzai lo sguardo era già sparita. Uscimmo dal viale che ci aveva condotto all’albergo, immettendoci sulla strada principale.
“Anto, adesso dove andiamo?”
Guardai l’ora sul display dell’auto erano le 02:45.
“Ti dispiace se le poche ore che ci separano dal giorno, le passiamo in auto?”
“No, figurati, credo che saremo più al sicuro in auto che in un altro posto.”
“Appunto, non mi và per niente di andare a finire in un altro albergo fantasma.” le risposi.
Dopo aver gironzolato un po’, mi accorsi che sia Stefy che Demon dormivano, non c’è la facevano proprio più. Decisi che era arrivata l’ora di riposare anche per me. Non riuscivo a mantenere più gli occhi aperti. Accostai l’auto sul ciglio della strada.
Dopo alcuni minuti, mi resi conto, che chiunque passando di lì avrebbe notato l’auto. Dovevo cercare un posto più riparato per passare la notte. Notai un piccolo spiazzo, una sorta di piazzola d’emergenza, accostai. Il posto era deserto. Scesi dall’auto per prendere un po’ d’aria, ma presi soltanto freddo, il vento si era fermato, l’aria era stagna, si gelava. L’umidità era palpabile, il manto stradale ricoperto da una brezza ghiacciata. Si poteva notare, al riflesso della poca luce lunare, tanti piccoli cristalli luminosi. Lo strato semitrasparente era interrotto soltanto dalla scia dei pneumatici della mia auto. Guardai con attenzione il manto, per cercare di intravedere delle impronte, ma niente. Con tutta probabilità l’ultima auto transitata da quelle parti risaliva a ore prima. Mi stiracchiai. Guardando la mia auto, potei vedere i vetri appannati, ci dovevano essere parecchi gradi di differenza fra il fuori e il dentro dell’abitacolo.
Uno scricchiolio destò la mia attenzione. Non capii bene da dove provenisse.
Un altro rumore sordo squarciò il silenzio di quel posto. Eravamo su una strada di montagna, avvolti dall’oscurità e  qualcosa si muoveva di soppiatto intorno a noi. Seguii un altro suono. Era come se qualcuno bussasse a una porta.
“Il bagagliaio dell’auto.” pensai.
Ed era così. Un altro tonfo mi diede la certezza di ciò che avevo solo immaginato.
“Qualcosa di pulsante, repellente e disgustoso era rinchiuso nel mio portabagagli.”
Mi avvicinai, osservandolo. Ero più che convinto che all’intero ci fosse Daniela, nascostasi quando ce n’è eravamo andati dall’albergo. Il pulsante d’apertura del portabagagli era lì in bella vista, con la sua fessura per la chiave. Non chiudevo mai a chiave, mi sarebbe bastato spingere il pulsante per liberare… la creatura. Colava sangue… un filo di sangue iniziò a scolare dalla fessura percorrendo la carrozzeria per poi adagiarsi sul freddo manto stradale. Era vischioso, denso e orribile. Dovevo sapere, dovevo vedere, ma soprattutto volevo. Con ribrezzo, misi il pollice sul pulsante ed aprii.
Il bagagliaio era colmo di sangue. Adagiata al suo interno Daniela.
“Ciao Anto, facciamo il bagno insieme?” mi disse mentre, con una cannuccia beveva la sostanza.
Restai senza parole. Daniela era distesa in una vasca di sangue, anche il suo volto e i suoi capelli erano sporchi. La cosa più disgustosa era data dal fatto che lo stava sorseggiando con una cannuccia.
“Prova anche tu, è buono, è quello di Marco.”
“Ahhhhhhhhhh.”
“Anto?”
“Anto… Svegliati.”
“Ma che succede?”
“Anto, hai avuto un incubo?”
Vidi Stefy e dallo specchietto retrovisore il muso di Demon. Era giorno. L’orologio segnava le 07:05.
“Stefy è stato bruttissimo.” le dissi, stropicciandomi gli occhi.
“Adesso è passato.” rispose, dandomi un bacio sulla guancia.
Guardando oltre il vetro dell’auto mi resi conto che eravamo sul ciglio della strada. Mi ero addormentato, quando avevo creduto di ripartire, per cercare un posto meno in vista, ero già nell’incubo.
Mi passai una mano sul collo, potei sentire al tatto delle piccole crosticine.
“Anto, non ti toccare.”
“Sì, hai ragione.”
Le artigliate di Daniela erano state davvero feroci, ma per mia fortuna  non mi facevano più male. Guardai poi il braccio, il sangue si era coagulato. Mi passai la mano sulle labbra, erano secche, come anche la mia gola.
“Stefy, facciamo colazione, prima di metterci al lavoro?”
“Buona idea.”
Era strano, stavamo vivendo il peggiore degli incubi, eppure trovavamo la forza di compiere azioni quotidiane come una colazione.
“Era normale, dovevamo pur mettere qualcosa sotto i denti.” pensai.

Continua…

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