Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentasettesima parte)


Alba nel legnoScendendo verso il centro di Sorrento, vidi un bar. Mi fermai.
Scesi dalla macchina, ci dirigemmo al suo interno. L’ambiente era carino, un po’ americano. Sulle pareti vi erano vecchi quadri, contenenti foto in bianco e nero di gloriose star dello sport. Dei tavoli e delle sedie di legno erano in un angolo. Dietro il piccolo banco, ricoperto da una lastra di marmo, vi era un uomo di bassa statura, con pochi capelli bianchi sparsi per la testa. All’interno del piccolo locale permeava un’aria di buono…
“Cornetti caldi…” pensai.
“Buongiorno”.
“Buongiorno a lei, buon uomo” gli risposi… avevo sempre sognato dirlo.
Ci accomodammo a uno dei tavoli. Demon si accucciò per terra.
“Cosa vi porto?” disse l’anziano barista, restando dietro il banco vicino la macchina del caffè.
“Stefy, tu cosa prendi?” bisbigliai.
“Un cornetto e un cappuccino.”
“Ok, vorremmo tre cornetti e due cappuccini, per favore.”
“I cornetti, come?”.
“Cioccolata, grazie.”
Stefy, annuì col capo accennando un sorriso, poi si passo una mano fra i capelli. “Ne mangi due?”
“No, ma Demon dovrà pur mangiare qualcosa, no?”
“Hai ragione. Ciao piccolo Demon, cucciolo.”
“Ecco i cornetti, un attimo e vi servo il caffèllatte.”
“Anto, sono buonissimi.”
“Sì, è vero, anche Demon sembra aver gradito.”
Aveva ingoiato il cornetto, senza nemmeno masticarlo.
“Scusi signore, può portarci altri tre cornetti?”
“Certo.”
“Bene, ecco i cappuccini e gli altri cornetti.”
“Grazie.”
“Le porto anche un po’ d’acqua per Demon?”.
“Cosa? Ma come fa a sapere il nome del cane?”
“La signorina l’ha chiamato per nome se non erro.”
Guardai Stefy, lei annui, mentre ingoiava l’ultima sfoglia di cialda.
Avevo fatto la mia figura giornaliera… quella dell’imbecille.
“Mi scusi, per la domanda stupida.”
“Non si preoccupi.”
“Sì, grazie un po’ d’acqua gli farà bene… Ma scusi, non gli ho nemmeno chiesto se il cane poteva entrare.”
“Nessun problema, qui non siamo in centro, a quest’ora non arriva mai nessuno, solo qualche amico.”
“Eccoti il tuo cornetto e questa volta fallo durare.”
Lo ingoiò intero, per poi scodinzolare.
Stefy, sorrise divertita, io feci altrettanto.
“Ecco l’acqua.” disse l’uomo posando per terra una ciotola.
“Scusi, le posso fare una domanda?”
“Sì, mi dica.”
“L’hotel se s’incontra salendo per questa strada…”
“Sì, l’albergo è chiuso da una cinquantina di anni, ormai è decadente.” interruppe l’uomo.
“Volevo sapere…”
“Io, non so niente.” borbottò.
Sembrava seccato, non ne voleva parlare, era evidente.
“L’albergo andò in fiamme, e ci rimise la vita anche mio padre, non lo ho più visto.”
“Ci dispiace.” disse Stefy.
“Non preoccupatevi, sono cose che capitano. E forse è stato meglio così.”
“In che senso?” gli dissi.
“Mio padre aveva le allucinazioni, diceva di vedere cose che in realtà non esistevano, come un vecchio rudere in cima alla collina.”
“Cosa? Lei davvero dice?” gridai, alzandomi dalla sedia.
L’uomo indietreggio di qualche passo. Stefy, mi rimproverò con lo sguardo, cercai di controllarmi, sedendomi.
“Mi scusi… ma… Ci dica pure.” tagliai corto.
“Quella notte che morì nell’incendio, mi disse che non ci saremmo più visti e così è stato.”
“Ha una foto di suo padre?” gli chiesi, senza non poco imbarazzo.
L’uomo mi guardò sospettoso. Estrasse dal taschino posteriore dei pantaloni un vecchio portafoglio, mi mostrò una foto.
Era l’uomo della reception, lo stesso che ci aveva indicato la strada per la salvezza.
Il vecchietto del bar aveva bisogno di un aiuto psicologico, decisi di darglielo.
“Senta, può anche non crederci, ma noi siamo angeli.”
“Cosa? Cos’è uno scherzo… se è così, molto divertente, davvero.”
Stefy, mi guardava incuriosita.
“Forse non ha capito, si sieda, che le racconto qualcosa che potrebbe interessarla.”
L’uomo mi guardò con aria stupita, poi tirò all’indietro una sedia accostata al tavolo e si sedette.
“Come le ho detto, noi siamo angeli. Suo padre, sta bene. E…”
“Come si permette di scherzare con i sentimenti delle persone… giovanotto” interruppe seccato.
“Mi faccia finire il discorso, poi sarà lei stesso a giudicare.”
L’uomo s’imbronciò, alzando un sopracciglio.
“Le dicevo che suo padre sta bene. Non è mai stato allucinato, non era pazzo, ne tanto meno un visionario. La casa sulla collina c’è, ma non tutti la vedono.”
“Cosa? E come faccio a credervi… mi avete preso per imbecille, sarò anche anziano, ma il cervello mi funziona ancora.”
“Il rudere che suo fratello diceva di vedere, era senza porta, aveva due finestre senza infissi. Il tutto dava l’impressione di un volto con la bocca spalancata. Lo stabile era ricoperto di rampicanti.”
L’uomo rimase a bocca aperta. Prese il mio cappuccino e ne bevve un po’, asciugandosi le labbra con un braccio.
“Per la miseria… siete davvero angeli.”
“S… Vede… Sì, diciamo di sì.”
“Come sta… è felice dove si trova?”
“Credo di sì. Appenda questo nel suo bar, lui ne sarà felice”
Mi sciolsi dalla vita il giubbotto di Marco, e gli e lo diedi.
“Il bomber originale dei Miami Dolphin.” disse l’uomo, con le lacrime agli occhi.
“Lo so. Lui avrebbe voluto comprarlo per lei, ma non ha fatto in tempo.”
“È incredibile, dopo la sua morte, non ho più creduto in Dio, e adesso…”
“Voglio che lei sappia una cosa. Suo padre non era pazzo.”
“Ho creduto per una vita intera che lo fosse, ma mi sbagliavo.” farfuglio l’uomo, asciugandosi le lacrime.
“Ora dobbiamo andare, si tenga il giubbotto, e continui la sua vita, suo padre le è vicino.”
Feci un occhiolino a Stefy. Lasciammo l’uomo assorto nei suoi pensieri, con il giubbotto di Marco fra le mani.
“Dovevamo pur sdebitarci con l’uomo della reception.”
Stefy sorrise, annuendo col capo. Saliti in auto, risalimmo verso la collina, sulla sinistra potei vedere l’hotel dove eravamo stati.
“Una dimora per fantasmi.” pensai.
Arrivati fin dove la strada lo permetteva, proseguimmo a piedi. Il cielo era nuvoloso, ma non avrebbe piovuto… almeno per ora… Arrivati nei pressi dei resti di Ricky, mi accorsi che nessuno aveva toccato niente. Il terreno da me ammassato era ancora lì.
“Stefy, forza, dobbiamo trovare i resti di Marco.”
“Ok, Anto.”

Continua…

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