Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentottesima parte)


nailsIniziammo a perlustrare la zona, poi mi venne un’idea.
“Stefy, ricordi ieri quando abbiamo trovato la cassa dov’è sepolto Ricky?”
“Sì, allora?”
“Dalla sua cassa è uscito quel topo nominato anche nel diario di Marco.”
“Come fai ad essere sicuro che era lui?” replicò lei.
“Infatti, non lo sono, ma tentar non nuoce. Se è lo stesso topo, è anche quello che ho visto io, in quel cunicolo.”
Il ragionamento non portava da nessuna parte.
“Scusa Stefy, credevo di… Niente lasciamo perdere”.
“Ehi, Anto, però pensandoci, facciamo due conti.”
“In che senso?” le chiesi.
“Ragioniamo in base alla casa. Noi siamo entrati, poi scesi giù per le scale, lungo il primo corridoio, incappati nei resti di Ricky. Rapportiamolo a ora. Dalla collina siamo scesi un po’, qui vicino a noi c’è il cadavere di Ricky, allora…”
“Allora continuando a scendere, giù troveremo quello di Marco… La vasca era in fondo allo scantinato. Stefy, sei un genio.”
Iniziammo a discendere la ripida scarpata, fino al punto dove avevo scaraventato quegli esseri il giorno prima. Proseguimmo, dall’alto si vedeva dove finiva la scarpata della collina, terminava in una radura pianeggiante. Arrivati sul fondo, ci guardammo intorno. Non riuscivo a scorgere niente che mi potesse essere d’aiuto.
“Anto… guarda lì.”
“Dove?”
“Anto, guarda è uno stagno.”
“Sono sicuro che sia la vasca.”
A passo svelto ci dirigemmo verso la piccola pozza. Semisommerso s’intravedeva il cadavere di Marco. Era di spalle, lo riconobbi, per via dei capelli che galleggiavano.
Restai immobile, ero esterrefatto. L’avevano ucciso e lasciato marcire in una pozza.
“Anto, tiriamolo fuori.”
“È il minimo che posso fare per un vecchio amico.” risposi.
“Un paio di passi bastarono per arrivare vicino al corpo, l’acqua… o quello che era, mi bagnava le ginocchia. Era una sorta di stagno fangoso, sentivo i piedi sprofondare.
Afferrai il mio amico… lo girai… era lui… Marco. La sua camicia era lacerata in più punti. Il suo volto, pallido, violaceo, ricoperto da uno strato di melma. I suoi occhi… Gli occhi… Quelli erano… Erano… Sporgenti… e… Bianchi.
“Antoooooo.” urlò Stefy.
Già sapevo cosa avrebbe voluto dirmi.
“Quello non è il tuo amico Mar..”
Non ebbi il tempo di sentir completare la frase, ero sotto. Mi aveva afferrato per una gamba, facendomi cadere nell’acqua melmosa. Ero bloccato. Cercai di trattenere il respiro. Un colpo raggiunse lo stomaco… credo un pugno. Ingerii, senza la mia volontà. Il dolore mi aveva fatto spalancare la bocca… e vi era entrato di tutto: acqua, melma, fango, foglie, insetti acquatici, larve e chissà cosa, mi erano finiti in gola. Per il ribrezzo, balzai fuori dall’acqua e con le mani appoggiate sulle ginocchia vomitai. Mi sentivo mancare, la vista del pantano sotto di me, mi rinfrescò la memoria. Vidi un po’ di quello che avevo ingerito e poi rigurgitato… compresi i cornetti. Sentii qualcosa dietro la testa e mi ritrovai di nuovo in quell’inferno. Una mano mi teneva bloccato sul fondo fangoso di della… fogna. Non volevo bere ancora quella poltiglia, ma non riuscivo a reagire. Ero bloccato. Sentii la morsa allentarsi sulla mia testa. Rialzandomi vidi Demon attaccato ad un braccio di quella creatura. L’essere lo colpiva, poi ancora… e ancora. Ero alle spalle del mostro. Continuava a dare pugni in testa al mio cane. Demon era sempre appeso al suo braccio.
Presi una gomitata in pieno volto e volai nel pantano. Il naso mi sanguinava. Ero davvero infuriato… era arrivato il  momento di abbatterlo. Con le mani cercai qualcosa di contundente sul fondo… trovai una grossa pietra. La presi con due mani, lo strato di melma che la ricopriva la rendeva viscida, mi cadde provocando un tonfo seguito da un’esplosione d’acqua.
Vidi Marco… insomma il mostro, girarsi verso di me. Aveva sopraffatto Demon. Il mio amico era sommerso… non lo vedevo più. Avrebbe preferito morire, più che lasciare il braccio di quell’essere. Riafferrai la pietra, scagliandomi verso di loro. Il rumore della masso al contatto con la testa di quella cosa, fu di quanto più spaventoso ricordi. Un “Crack”, un rumore simile ad una noce frantumata, accompagnò entrambi sott’acqua. Riemersi. Demon era vicino a me, aveva la mandibola semichiusa, i suoi denti erano sporchi di sangue. Di quel mostro emergevano in superficie le gambe e parte del busto. La sua testa era bloccata sul fondo dalla grossa pietra. Tirai un lungo sospiro, mi tolsi un’alga dalla faccia.
Stefy era sul ciglio dello stagno… distesa.
“Distesa come se… Morta.” pensai.
“Stefyyy…” urlai, mentre cercai di togliermi dal pantano per raggiungerla.
“Anto” sussurrò, aprendo un occhio.
“Stefy, sei viva?”
“Certo, credevi di esserti liberato di me?”
“Avrei tanta voglia di baciarti, siamo vivi, capisci… Vivi.”
“Non adesso però, hai un fiato da tomba.”
Mi tappai la bocca con una mano, sorridendole con gli occhi. Lei mi accarezzo il viso. L’aiutai a rialzarsi.
“Anto, sono svenuta.”
“Non preoccuparti, non ti sei persa niente.” le dissi, voltandomi verso il corpo di quell’essere.
“Anto, ma il cadavere di Marco?”
“Adesso diamo un’altra controllata in quel pantano, anche se ne farei volentieri a meno.”
Accarezzai Demon. Ritornai in acqua, stando attento a non avvicinarmi troppo a quel clone… Le sorprese erano già abbastanza… pure troppe.
“Stefy, qui non c’è un cazzo.”.
Ero nervoso, il non poter vedere il fondo di quello specchio d’acqua, m’irritava.
Toccai con il piede qualcosa di solido. Con la mano tastai, si trattava di una grossa pietra. Continuai a cercare… toccai qualcos’altro. Approfondendo, mi resi conto che si trattava di un corpo. Rabbrividii al pensiero di aver toccato un cadavere, d’istinto ritirai la mano. Era un lavoro sporco e snervante, ma avrei dovuto tirarlo fuori. Tastando arrivai fino alle gambe, le afferrai entrambe, e cominciai a tirare. Una volta che fui all’asciutto, continuai a tirare. Fuoriuscirono le gambe, il busto, la testa e le braccia distese. Era Marco, quello che ne rimaneva. Era nudo, non aveva più la maggior parte della pelle, un grosso foro era al posto del cuore, gli occhi mancavano all’appello, come il suo organo genitale.
“Daniela aveva mantenuto le sue promesse. L’aveva scarnificato vivo.”
La visione che avevo dinanzi era talmente raccapricciante, che rimasi senza emozioni. Non piansi, non vomitai, non urlai.
Un solo pensiero mi gironzolava per la testa… un pensiero sporco, strisciante, inutile, ma allo stesso modo, allettante, delizioso, appagante… un pensiero chiamato… Vendetta.
Demon, annusava il cadavere. Stefy si era allontanata, guardava da tutt’altra parte. La capii, lo scenario che avevamo dinanzi era apocalittico. Guardai in giro, non avrei voluto che qualcuno ci vedesse in quel momento… cosa avrebbe pensato? In quel posto c’eravamo solo noi tre, in compagnia di due cadaveri.  Ci avrebbero preso per degli assassini. Dovevamo andare via… presto.
Saliti su per la scoscesa scarpata, mi ritrovai a guardare l’orizzonte. Arrivati in macchina c’è ne andammo. Attraversammo Sorrento centro, poi gli altri paesini limitrofi. A Castellammare imboccammo l’autostrada.  Al primo Autogrill che incontrammo, quello in prossimità dell’uscita di Pompei mi fermai. Da una cabina telefonica feci una chiamata.
“Polizia, pronto intervento, dica.”
“A Sorrento, percorrendo la strada che costeggia l’abergo abbandonato, non ricordo il nome, troverete due cadaveri.”
“Cosa? Mi può fornire le sue generalità per favore.”
“Lei si ricordi solo che sulla collina alle spalle dell’albergo ci sono dei cadaveri… cercate.”
Riagganciai la cornetta.
“Anto, ma perché stiamo andando verso sud?”
“Dobbiamo ritrovare anche il cadavere di Stella. Trovato quello, potremo dire di averli trovati tutti.”
“Credi che così facendo risolveremo il problema?”
La guardai, tirando un lungo sospiro.
“Non lo so.”

Continua…

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