Gli occhi del male. Romanzo a puntate (quarantesima parte)


Jason_Mask_by_WiwewoMi ricordai che nel ripostiglio vicino l’entrata, mio padre teneva i fucili da caccia… Non avevo mai sparato, ma decisi che era arrivata l’ora di imparare. Presi il più grosso dei tre, sentii che era pesantissimo, e vidi che aveva due canne. Aprendolo notai che era scarico, ai piedi della bacheca aprii un cassetto, all’interno vi erano cartucce di vario calibro. Pallettoni piccoli… medi… Optai per quelli grandi. Sul bordo della cartuccia vi era impresso il disegno di un cinghiale, pensai che la rappresentazione era chiara… si trattava con tutta probabilità di proiettili per la caccia al cinghiale. Inserii due cartucce in canna e richiusi l’arma. Nonostante infilai in tasca una decina di pallottole, sapevo che in un incontro ravvicinato con uno di quegli esseri, non avrei avuto il tempo di ricaricare l’arma. Dovevo per forza di cose affidarmi ai due grossi proiettili in canna. Non potevo permettermi il lusso di sbagliare un colpo. L’arma era davvero pesante, uscito dal piccolo ripostiglio, feci qualche prova di mira, poggiando il calcio sulla spalla e tentando di far collimare il mio occhio destro con l’estremità della canna… niente. Tremavo, la mia mira era traballante, il peso dell’arma mi deconcentrava. Decisi di impugnarlo come un fucile a canne mozze, l’avevo visto fare in tanti film d’azione… avrei potuto farlo anche io. Iniziai a salire la prima rampa di scale, tenendo l’arma ben stretta con entrambe le mani. Le lunghe canne del fucile puntavano dritto davanti a me, all’altezza della vita. Quando mi trovai sul pianerottolo che mi avrebbe condotto alla seconda rampa di scale, guardai in alto. La scala terminava nel buio del piccolo ingresso che poi mi avrebbe dato accesso alle camere da letto, oltre che ai bagni. Continuando a salire la seconda rampa di scale mi sforzavo per cercare di udire qualcosa, ma l’intero ambiente era nel più completo silenzio, l’unico terrificante rumore proveniva dai miei pesanti passi sui gradini di marmo. La casa era molto vecchia, ed alcune lastre di marmo si erano scollate ed emettevano sinistri rumori. Arrivato alla sommità della scala pigiai sull’interruttore che avrebbe dato luce alla sala. Dalla posizione in cui ero riuscivo a vedere la porta della camera da letto dei miei… era aperta. S’intravedeva inoltre la stanza di mio fratello, la porta era semiaperta. Centralmente fra le due porte c’era la mia camera… era chiusa. Era stata quella a fare rumore… n’ero sicuro. Iniziai ad avanzare verso la piccola sala, pochi passi bastarono per raggiungere la porta. Lasciai la fredda canna del fucile per afferrare l’altrettanto fredda maniglia d’ottone. La girai e spinsi. La luce della saletta dove ero inondò la piccola cameretta. Rimanendo sulla soglia della porta tastai il muro adiacente in cerca dell’interruttore della luce, una volta trovato scoprii che era stato inutile, la luce non si accendeva, anche perché era in frantumi sul pavimento, fra la luce proveniente dalla sala antistante e la mia ombra proiettata sul pavimento, vidi tanti piccoli cristalli… con tutta probabilità quello che rimaneva della lampadina. Mi scostai su un lato, sempre rimanendo fuori dalla stanza, così da permettere al fascio di luce di inondare la camera. Sembrava tutto in ordine, come sempre. In quel momento, le maschere dell’orrore che collezionavo mi facevano paura, erano sinistre, quasi spettrali, poggiate una accanto all’altra su una mensola nella penombra. Afferrai il pomello e richiusi la porta.
Tutto in ordine pensai.
“Tutto in ordine un corno.” urlò una voce dentro me.
Sgranai gli occhi, quasi per voler far percepire il mio stato d’animo a Stefy, ma ero solo, nessuno poteva vedermi… almeno così speravo. La stanza non era tutta in ordine, la lampadina era frantumata sul pavimento, e la maschera di Jason (il massacratore di Cristal Lake), non era sullo scaffale, bensì dall’altro lato vicino alla scrivania, sulla sedia… Qualcuno aveva indossato la maschera e se ne stava seduto in camera mia. Mi voltai, e mi pentii di aver richiuso la porta. Adesso avrei dovuto avvicinarmi, per poter aprire la porta e guardare ancora nella camera.
La maschera fuori posto era una di quelle che mette i brividi. Si trattava di una vecchia protezione che usavano i portieri da Hockey, era biancastra, e ricoperta di piccoli fori, oltre ad averne due grandi per poterci guardare attraverso.
Ricordo che l’avevo indossata per varie feste di Carnevale, Halloween ed altre occasioni, per il puro gusto di terrorizzare compagni un po’ fifoni. Adesso il terrorizzato ero io, per guardare chi indossasse la maschera, avrei dovuto toglierla… C’era un’unica soluzione… sparare. Mi avvicinai alla porta, ma non ebbi il tempo di afferrare la maniglia… Un rumore di passi appena dietro la lastra di legno che mi separava dal “mostro” bloccò la mia azione. Con entrambe le mani strinsi il fucile, l’indice della mano destra accarezzava il grilletto, il pugno di quella sinistra serrava la canna. Mirai ad occhio e croce a mezzo busto e feci fuoco in direzione della porta. Balzai in aria e subito dopo ero a terra sul pavimento. Il contraccolpo era stato violentissimo. Mi ritrovai spalle a terra con il fucile poco distante. Guardando verso la porta vidi dei grossi fori; schegge di legno erano riverse sul pavimento. Cercai di udire un lamento, qualsiasi rumore. Ero immobile, ebbi l’impressione che il tempo si fosse fermato, intorno a me l’aria era stagna… pesante, per via dell’odore del bruciato provocato dallo sparo. Tastai il pavimento, senza togliere lo sguardo dalla porta; presi il fucile. Un sinistro scricchiolare mi fece trasudare. Il pomello d’ottone si muoveva, lento ed inesorabile girava da un lato. Qualcuno, lo stesso che indossava la maschera, aveva deciso di uscire dalla camera. Dovevo ragionare in fretta, dovevo decidere se affidare tutte le mie speranze nella cartuccia che mi rimaneva in canna o se aprire l’arma e rimpiazzare la pallottola esplosa. Optai per la prima scelta. La porta si aprì, la luce della saletta dove mi trovavo illuminò la sinistra figura sulla soglia della porta. L’essere eri lì a guardarmi… impassibile… indossava la maschera da Hockey, ed era vestito di nero. Prima traballò, poi cadde di sasso verso di me, per la paura emanai un urlo, ma era evidente che il mio colpo aveva fatto centro. L’uomo, la creatura, o quello che era riverso sul pavimento… immobile. Mi alzai e mi avvicinai alla figura, girandola da un lato potei vedere del sangue fuoriuscire dall’addome… lo avevo colpito in pieno. Posai una mano sulla maschera, tirandola via. Vidi un uomo di mezza età… il suo volto non mi raccontava nulla di familiare, per me era un completo sconosciuto. Aveva gli occhi sgranati, e non erano bianchi. Guardai con più attenzione l’abbigliamento dell’uomo… era nero, frugando in una tasca trovai un enorme mazzo di chiavi; la cosa strana era che le chiavi non avevano dentatura, erano lisce.
“Oddio.”
Mi resi conto di aver ucciso, non un alfiere del male, non una nauseabonda creatura, e neanche un essere non terreno… ma un uomo, un ladro… un povero disperato che cercava di guadagnarsi la pagnotta, con tutta probabilità per sfamare i suoi cinque figli. Mi sentivo male, ero attonito, sconvolto e disorientato.
“E adesso cosa faccio?”.
“Nascondi il cadavere” mi sussurrò una voce.
Misi il fucile a tracollo, presi l’uomo per le braccia e iniziai a trascinarlo. Il rumore dei piedi del cadavere che scendevano le scale mi atterriva… ero fuori di senno. Decisi di portarlo in cantina, dove avrei potuto occultare il corpo, per poi decidere con tutta calma sul da farsi. Per non lasciare impronte di trascinamento sul terreno che divideva l’abitazione dalla cantina, decisi di prendere in groppa il cadavere. Era pesante, ma i passi che dividevano l’entrata della casa dalla cantina adiacente erano davvero pochi. Passando vicino alla mia auto vidi il mio riflesso. Ma che stavo facendo nel giardino di casa mia con in braccio un cadavere di uno sconosciuto? Come avrei potuto mai spiegare? Il finestrino dell’auto specchiava alla perfezione sia la mia sagoma, che quella del povero uomo. Aveva il busto, la testa e le braccia penzolanti dietro di me, mentre le sue gambe penzolavano in avanti. Aveva gli occhi sgranati… ed erano bianchi.

Continua…

Leggi tutto dall’inizio (Prima parte)

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