“Un brivido lungo la schiena del Drago” di Danilo Arona. Prefazione a cura di Fabio Larcher


arona cover sitoGeneralmente faccio un’introduzione ai miei articoli, ma questa volta vorrei solo che leggiate la prefazione che Fabio Larcher ha fatto al romanzo “Un brivido lungo la schiena del Drago” di Danilo Arona edito da Edizioni PerSempre. Non c’è da aggiungere altro se non il mio più grande ringraziamento a Fabio Larcher e a Danilo Arona per avermi concesso il privilegio di poter pubblicare la prefazione che troverete all’interno del libro.

Prefazione a Un brivido sulla schiena del Drago

di Fabio Larcher

 Dovete scusare la mia intromissione. Di solito non firmo e non scrivo prefazioni per gli autori che pubblico, ma nel caso di Danilo Arona vorrei fare un’eccezione. Per me questo scrittore è un caso “personale”; ergo, di persona, scendo nell’arena. I miei primi contatti con Arona risalgono al lontano 2003; il suo primo libro pubblicato dalla mia casa editrice fu La stazione del Dio del Suono, ovvero il secondo capitolo del ciclo “Il Circolo del Venerdì” o (come lo chiama l’autore) della “Trilogia del Drago”. Dunque posso fare almeno due affermazioni riguardo a questo autore: la prima concerne Danilo Arona come uomo; la seconda Danilo Arona come scrittore.

Riguardo al primo aspetto desidero dire che in Danilo (contrariamente a quanto mi aspettassi e da quanto ci si possa aspettare quando si ha a che fare con un “artista”) trovai una persona complessa e simpatica, con la quale si stabilì un bel rapporto collaborativo, anche al di fuori dell’ambito prettamente editoriale. Scoprii presto che il suo modo di stare in compagnia, ancorché spesso sopra le righe, era molto piacevole. Insomma, bisogna dirlo chiaramente: con Danilo ci si diverte. E non si deve neppure fare troppa fatica: basta lasciare spazio alla sua vena istrionica e la serata si riempirà di battute salaci, bonarie prese per i fondelli, intelligenti discussioni sulla musica (Arona è anche musicista), sul lato misterioso della vita (che lui ha indagato con tenacia e perizia, da buon “antropologo” dell’occulto), sulle belle donne e sul buon cibo.

Un uomo vitale, insomma, interessante, colto di una cultura che non concede spazi allo snobismo, ma che, anzi, sembra del tutto  “naturale”. Sono le piccole magie di certi esseri umani, minimi indizi che inducono lo “spettatore” a immaginare che sotto sotto vi sia dell’altro e che ci vorranno tempo e pazienza ma, alla fine, si scopriranno altre curiosità, altre bizzarrie e, magari, altre meraviglie.

E questo per quanto riguarda il “giudizio” umano sul nostro autore. Per quanto riguarda il giudizio editoriale: devo ammettere che il suo fu il primo libro di valore che riuscii a proporre nel mio catalogo. Ora come allora non posso dichiararmi un patito del genere horror, eppure il romanzo di Arona possedeva un buon numero di qualità irresistibili: l’originalità del procedimento narrativo, la linearità non priva di eleganza della prosa, il senso di mistero e al contempo di normalità che balzava alla mente leggendo la storia, l’ironia e l’umorismo macabro e disinvoltamente cinico. Tutto questo concorreva ad affascinarmi. Lo ammetto. E da allora Danilo Arona è uno dei miei scrittori preferiti anche da lettore, non solo da editore, tanto che mi è riuscito facile seguirlo nelle sue scorribande entro il mercato librario italiano, che lo hanno portato a pubblicare per innumerevoli editori. La cosa non mi ha stupito affatto. Le qualità aroniane sono diventate ben presto (anche se in deplorevole ritardo) uno speciale marchio di fabbrica, capace di meritare l’attenzione e il rispetto di tutti coloro che amano il genere orrorifico e magari non solo.

Ma in cosa consiste l’originalità di Arona? In questo: essere una specie di regista/montatore cinematografico, saper maneggiare fonti diverse, materiali disparati e riuscire a trovare i nessi logici capaci di metterli in relazione. Fermi! Non gridate allo scandalo, non scagliatevi contro ciò che ho appena detto, invocando su di lui il titolo infamante (perché in fondo questo titolo lo è, essendo sinonimo di impotenza creativa) di “scrittore metaletterario”. Se lo faceste commettereste un errore. I libri di Danilo sono e rimangono libri di genere, libri che hanno la sola pretesa di raccontarvi una storia e di spaventarvi… almeno un po’. Solo che lo fanno con intelligenza e brio, senza appiattire il genere; anzi, sfruttandolo proprio per le sue privilegiatissime caratteristiche di “veicolo”. Forse Danilo fa addirittura qualcosa di più: crea dei miti e una mitologia coerente, supportando il tutto con un discorso filosofico sul tempo, lo spazio, l’essere, degno della miglior tradizione di pensiero del Novecento (e non faccio nomi perché in bocca a me stonerebbero).

Leggendo uno qualunque dei suoi romanzi potrete notarlo voi stessi. Si parte sempre da uno stato di apparente frammentarietà, come se la realtà si proponesse allo sguardo polverizzata; ma da quel pulviscolo scintillante, stregato, orribile, a poco a poco vediamo nascere dei legami, delle connessioni, che via via ci lasciano ammirati davanti all’interezza del quadro (quadro che, con un minimo di fantasia, potremmo intitolare Paesaggio con cadaveri, o ancor più semplicemente Natura morta).

Insomma, tutto si concretizza intorno a un nucleo focale; e quel nucleo è rappresentato, nel caso de Un brivido sulla Schiena del Drago, da un gruppo di anziani aronianamente cinici e giocosi, che amano trascorrere la notte in luoghi visitati da nefasti poteri, a far “veglia”; cioè a raccontarsi l’un l’altro (come nelle veglie dei nostri antenati) delle storie. E così facendo, consapevolmente, ma con la consapevolezza limitata degli esseri umani, i quali sono sempre troppo miopi quando osservano il mondo, sperimentano il terribile potere del Drago.

Chi o cosa è il Drago? Un’entità sovrannaturale, dalla forma indefinita. Un flusso di energia creativa (come il pensiero stesso?) che fa essere le cose come sono, ma può anche mutarle, o mutarne il segno, se i suoi scopi reconditi lo richiedono. Un dio? Forse. Più probabilmente il Diavolo in persona, se questa identificazione non risultasse limitante e, ormai, condizionata da troppi stereotipi.

Ora, io non so se la cosa sia voluta oppure no, ma le cosiddette “veglie” di questi attempati apprendisti stregoni hanno in sé qualcosa di strano, di storto. Il loro modo di raccontare la vita somiglia alla descrizione di un mondo alternativo, simile al nostro eppure completamente diverso negli assunti basilari e nei materiali da costruzione (niente atomi; piuttosto: antiatomi di antimateria). Si ha come l’impressione che essi parlino di un mondo “attraverso lo specchio”; che i veglianti stiano partecipando in realtà a una veglia funebre (una veglia il cui protagonista, il morto, è sempre assente, o è una creatura fatta esclusivamente di parole) e che i loro discorsi ci stiano fornendo i mezzi per gettare uno sguardo non sul mondo ma sull’Oltremondo, sul regno dei morti, sull’Inferno.

Sì, forse la Mappa del Drago che essi utilizzano è proprio la carta geografica dell’Inferno.

Un po’ lo si capisce dal fatto che i personaggi acquistano vita e spessore solo nell’istante stesso in cui viene inscenata la loro morte cruenta. Se li guardiamo bene, questi personaggi, sono ben più che dei “predestinati” a quel tipo di trapasso: sembrano fantasmi che ripetono all’infinito e per l’eternità l’evento culminante della loro esistenza mondana: il momento della loro morte. C’è qualcosa di meccanico, di freddamente astratto, nelle scene propriamente horror che Arona cattura nella sua metaforica cinepresa, in questo romanzo, come una pellicola rotta che replichi lo spezzone di un film o un vinile che si incanti sul piatto.

Non la tiro per le lunghe. Ho voluto cominciare questa prefazione con quello che sembrava un tributo, un encomio di circostanza, ma che invece si rivela ora la necessaria precisazione della particolarità umana (e quindi artistica) del nostro scrittore, atta a sostenere un’affermazione un tantino “forte”. Devo confessarvi il mio sospetto: talvolta ho l’impressione che Danilo Arona non sia solo un bravo scrittore horror, ma che sia una sorta di veggente; quasi che quegli spezzoni di pellicola rotta che sono gli spettri dei deceduti di mala morte lui li “veda” e che, proprio nel modo in cui li vede, ce li proponga letterariamente. Per questo ho insistito sulla non metaletterarietà aroniana: il suo modo di narrare non implica tanto un espediente frusto e quasi automatico, ma potrebbe nascere da una diversa esperienza delle cose… un’esperienza, cioè, visionaria.

Le opere di Danilo, secondo questa prospettiva difficilmente sottoscrivibile da chiunque e men che meno dall’autore, potrebbero essere il tentativo di ricomporre un puzzle mitico, quasi che i frammenti (il pulviscolo magico di cui sopra) nei quali sono intrappolate le manifestazioni fantasmatiche, fossero delle specie di storie “gialle”, dove l’assassino è la vita stessa… o almeno un’entità che permea l’esistenza in maniera tanto totalizzante quanto sfuggente, che ha bisogno, in qualche modo, di essere “investigata”, rintracciata, definita, riconosciuta…

Nonostante la sfilza di morti che attraversano il romanzo (e a consolazione dei nostri lettori), si ha sempre l’impressione che si tratti di una storia “a lieto fine”; forse perché i nostri diabolici vecchietti riescono, comunque, a scamparla, più o meno con le ossa rotte.

Possiamo dire che esiste una morale ne Un brivido sulla schiena del Drago e che tale morale è: solo chi ha l’ardire d’indagare il Male, di guardarlo in faccia, si salverà?

Non so dirlo. Probabilmente Arona mi smentirebbe seccamente se osassi dirlo. Ma una cosa è certa: questo straordinario romanzo che (come ogni classico che si rispetti) sembra non smettere ancor oggi di dire ciò che ha da dire, doveva essere ripubblicato. Non farlo sarebbe stato uno spreco, un’occasione mancata.

E poi, come direbbe Danilo:

è un Arona giovane, molto sperimentale (data l’epoca di riferimento) e alquanto pre-pulp per la ricerca a tutti i costi dell’effetto “da brivido”. Ma, comunque, Un brivido sulla Schiena del Drago si può leggere oggi prospetticamente come un modello di futura evoluzione del genere. E parlo ovviamente del genere scritto dagli italiani. Per questo ritengo che la sua riscoperta possa in qualche modo giovare alla causa, dato che scrivere e proporre horror oggi non è affatto agevole.

Ci sarebbero molte altre cose da aggiungere, ma preferisco lasciare spazio, adesso, alla voce dell’autore e augurarvi buona lettura.

Fabio Larcher

Se la prefazione vi ha colpito per la sua spudorata sincerità a questo indirizzo potrete trovare la scheda del libro (Edizioni PerSempre) e un estratto scaricabile gratuitamente.

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