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Antonio Ferrara intervista Stefano Pastor


La-mia-favola-piccoloStefano Pastor per l’intervista di “Uno sguardo oltre la siepe”. Stefano Pastor, talentuoso scrittore “nomade” ha pubblicato svariati libri per altrettante realtà editoriali piccole, medie e grandi. Ora si è lanciato in un progetto editoriale tutto suo. Scopriamolo insieme.

– Parlaci della tua esperienza diretta con l’editoria italiana.

Il mio rapporto con l’editoria è ambivalente. Come lettore ho amato il mondo dell’editoria per molti anni. Come aspirante scrittore ho cercato di farvi parte. Devo ammetterlo, ogni anno che passa l’editoria tradizionale mi sta sempre più stretta. I tempi dell’editoria sono infiniti, e non sto parlando del lavoro che accompagna l’uscita di un libro, ma dell’attesa. La vuota, inutile attesa che pare non finire mai. Prendere coscienza dei tempi dell’editoria equivale a perdere la passione per la scrittura. Un editore potrebbe portare il tuo libro al successo, ma ho iniziato a chiedermi se ne vale la pena. Io voglio scrivere, voglio essere letto, sono stufo di riempire i cassetti di manoscritti inediti perché è controproducente pubblicarne più di uno all’anno. Ho finito per sentirmi schiavo e desiderare la libertà.

 

Parlaci del tuo progetto editoriale.

Illusion è la risposta a questo disagio. L’indipendenza. La scelta di essere un autore indipendente, che pubblica i propri libri e sceglie i propri collaboratori. E lo faccio dichiarandolo apertamente, senza nascondermi dietro marchi di comodo. Una scelta tutt’altro che facile, impegnativa, che occuperà tutto il mio tempo. E forse mi renderà il piacere della scrittura.

 

– Come mai la scelta di lasciare l’editoria tradizionale per affrontare la coraggiosa strada dell’auto pubblicazione?

È una scelta maturata nel tempo. Il desiderio c’è sempre stato, ma in embrione. Autopubblicarsi equivaleva a rifiutare il giudizio degli editori. Ma io questo giudizio l’ho avuto, sono stato pubblicato da vari editori, ho vinto anche premi, quindi non lo vedo più come un fallimento. È una scelta di libertà. Oggi è possibile, come mai prima: un autore può proporsi al pubblico senza alcun intermediario. È il futuro dell’editoria, ne sono certo.

 

– Qualche benpensante storce ancora il naso quando sente parlare di auto pubblicazione, cosa rispondi?

Dovrei fare la distinzione tra essere un autore indipendente o autopubblicato, ma è irrilevante. Sarebbe come fare una distinzione tra un autore di successo e uno di nicchia. Sono scrittori entrambi, c’è chi scrive meglio, chi guadagna di più, chi fatica a vendere. Nell’autopubblicazione ci sono tante opere scadenti, ce ne sono anche negli scaffali delle librerie. È più difficile emergere? Lo è anche se si viene pubblicato da un editore. Gli unici giudici sono i lettori, e loro sanno riconoscere ciò che davvero vale.

 

– L’editoria, tutta, sembra in una crisi epocale, qualcosa di mai visto dal dopoguerra ad oggi, cosa ne pensi? Il libro è morto?

L’editoria è morta, o perlomeno morente. È diverso. L’editoria assomiglia sempre più alla politica. Favori, raccomandazioni, pubblicità, marketing. La qualità dei libri pubblicati è l’ultimo interesse degli editori e le conseguenze sono ben visibili. I libri non sono morti, si nascondono. In attesa che arrivi un nuovo diluvio universale. Loro sanno galleggiare, gli editori no. Quanti romanzi hai da pubblicare? Tanti. Erano già tanti prima che cercassi di pubblicare il primo. Anche se è un anno che non ne scrivo di nuovi, restano sempre tanti. E sono da correggere, revisionare, preparare. Un lavoro mastodontico. La differenza tra pubblicare con un editore e andare per conto proprio. Ancora non lo posso dire. Mi auguro che possa dare più soddisfazioni, è per questo che l’ho scelta. Senz’altro una vita più piena, la libertà di partecipare attivamente a ogni fase della pubblicazione, dalla scelta della copertina all’impaginazione. La libertà di scrivere tutto ciò che desidero, senza dover seguire mode passeggere.

 

– La mia favola è il primo libro proposto per il tuo progetto editoriale. Come nasce?

La mia favola è il libro gemello de L’Illusione (pubblicato come Il Giocattolaio). Sono nati dallo stesso soggetto e scritti uno dopo l’altro. L’illusione è più lungo e complesso, ma La mia favola si regge su un’idea più originale. Personalmente l’ho amato di più.

 

– Nei tuoi scritti ci sono spesso bambini e le problematiche che affliggono gli adolescenti, come mai?

Sinceramente non lo so, è accaduto e basta. Ho trovato facile immedesimarmi nella mente di un bambino e spesso uso personaggi molto giovani. Non è la regola, però. Forse invecchiando inizia a mancarmi la mia adolescenza, vorrei poter tornare indietro.

 

– Quanto di autobiografico c’è nei tuo romanzi?

Praticamente niente. Qualche luogo, un paio di situazioni rivisitate, il resto è solo fantasia.

 

– Perché un lettore dovrebbe leggere “La mia favola”?

Se dico che lo deve fare perché è un bel libro sembro troppo di parte? Diciamo che è un libro in grado di stupire e sorprendere. Se è questo che un lettore vuole, non resterà deluso.

 

– È sempre più difficile trovare romanzi del “fantastico” originali e ben scritti, come ti orienti nella scelta delle tue letture?

È triste dirlo, ma da quando è nata l’idea di questo progetto non ho più avuto il tempo di leggere altro. E temo che andando avanti ne avrò anche meno. Il mio immaginario resta legato agli autori del fantastico degli anni novanta, oggi sono pochi gli autori in grado di eguagliarli.

 

– Sembra che la grande editoria si sia completamente globalizzata. Titoli del tipo: Il dentista, il carpentiere, l’oculista, l’infermiere e così via, si avvicendano sugli scaffali senza sosta, cosa ne pensi?

I titoli degli ultimi miei libri pubblicati ne sono la prova. C’è l’assurda idea che il titolo non debba rispecchiare il contenuto del libro, bensì inquadrarlo in un filone già collaudato. Spesso, però, i titoli vengono scelti da chi non ha neppure letto il libro. Io ho optato per lasciare sempre i titoli originali, quelli con cui le storie sono nate, anche se possono sembrare meno accattivanti. C’è una ragione perché si chiamano così, e leggendoli si scoprirà.

 

– Il libro che hai letto e che ti è rimasto dentro?

Io sono cresciuto adorando Lovecraft, tutte le sue opere. Poi ce ne sono stati tanti altri, ma Lovecraft resta il mio ideale.

 

– Il tuo libro più bello o almeno quello a cui sei più affezionato.

La mia favola. Se non è il più bello è di sicuro in buona posizione. Ce ne sono anche altri, ma sono ancora inediti.

 

– Ultima domanda, forse la più difficile. Come si dovrebbe invertire la tendenza della “non lettura”? Come avvicinare le persone alla lettura in un mondo così frenetico come quello che stiamo vivendo?

C’è un libro per ciascuno di noi. Il libro giusto, quello speciale. Il libro che può avvicinarti alla lettura. Il problema è trovarlo. Troppi libri promettono senza dare niente. Ogni libro sbagliato allontana sempre più, fino all’abbandono. Oggi i libri sono troppi, la ricerca è sempre più difficile.

Grazie A Stefano Pastor per essere stato mio ospite.

Biografia: Il mio nome è Stefano Pastor e sono nato a Ventimiglia nel 1958. Nel 2011 mi sono trasferito a Cento, in provincia di Ferrara. Appassionato di scrittura fin da giovane, ho potuto dedicarmi a questa passione solo dal 2008, dopo vent’anni passati nel commercio di musica e film. Quello che per tanti anni mi è parso un ostacolo insormontabile, ovvero trasferire le mie storie sulla carta, si è rivelato invece un autentico piacere.

Ho atteso quasi due anni prima di tentare una pubblicazione. Il mio primo successo l’ho ottenuto vincendo il Premio Letterario Città di Ventimiglia con il romanzo HOLIDAY, pubblicato dall’Editrice Zona col titolo di RITORNO A VENTIMIGLIA nel maggio 2010. Presomi coraggio, ho continuato a partecipare a concorsi, vincendo il Premio Le Fenici indetto da Montag col thriller L’INTERVISTA, pubblicato nel novembre 2010. Sono seguiti una decina di altri titoli, pubblicati con diversi editori. Il mio romanzo L’ILLUSIONE è risultato tra i vincitori del Torneo IoScrittore 2011, indetto dal gruppo Gems, ed è stato pubblicato da Fazi col titolo IL GIOCATTOLAIO. Ultimo romanzo pubblicato il thriller avventuroso FIGLI CHE ODIANO LE MADRI, sempre per l’editore Fazi, nel novembre 2013.

www.stefanopastor.it


NEILA di Antonio Ferrara


Neila di Antonio Ferrara

Neila di Antonio Ferrara

Neila

Incontri ravvicinati del settimo tipo.

Neila è il mio terzo romanzo che è stato appena pubblicato per i tizi di Lettere Animate. È stato scritto subito dopo L’urlo bianco e narra le vicissitudini di Cristina Ricci, una ragazza apparentemente normale, ma che si troverà catapultata in un incubo. A seguire troverete la sinossi e la prefazione di Alda Teodorani che anticipo per tutti i miei lettori. Per ora il romanzo è disponibile solo in formato e-book a un prezzo di 1,99 Eur.

Grazie per coloro che dedicheranno un poco del loro tempo al mio libro.

Sinossi: Cristina Ricci è una ragazza felice. Ha un buon lavoro e un fidanzato. Conduce una vita tranquilla insieme alla madre, nonostante abbia perso il padre all’età di sette anni. Una sera, parte con Marco per un fine settimana nella provincia di Avellino e la sua vita viene stravolta dalla improvvisa scomparsa del ragazzo. Di lui non vi è alcuna traccia.
Disperata, riesce a raggiungere una casa lungo la strada, ma scopre ben presto che la gente del posto è ostile. A Neila non tutto è come appare. Cristina tenterà di fuggire, ma per svariati motivi il paese non le permette di allontanarsi. Presa dal dubbio su cosa fare, cercare Marco oppure andare via, farà la conoscenza di uno strano bambino, Danilo, custode di una terribile verità sugli abitanti del paese. Insieme cercheranno di capire cosa stia succedendo in quel posto. Torneranno a galla antiche paure e rivelazioni, come quella della scomparsa del padre. Cristina scoprirà ben presto di non potersi fidare di nessuno, nemmeno degli affetti più cari…

Prefazione a cura di Alda Teodorani: Il quotidiano è solo a un soffio dall’orrore, e subito il giorno si trasforma in una nera notte, dove dietro ogni ombra può nascondersi un pericolo. Il nostro mondo, così rassicurante nella sua solidità, può cedere il passo in un attimo, nel tempo del canto di un grillo, a un altro mondo, non meno tangibile del primo, ma le cui regole sono decisamente diverse e misteriose. Antonio Ferrara ha imparato bene la lezione più importante della narrativa fantastico-orrorifica, che a mio parere è proprio questa: come nella più classica tradizione di questo genere, una scena idilliaca, un teatro di normalità, si trasforma ben presto in qualcosa i cui canoni non sono certo a quella stessa normalità riconducibili. La scena si deforma, si distorce, le presenze che dovrebbero essere fonte di sostegno e sicurezza si rivelano di tutt’altra natura, la trama si infittisce, si addensa sulle nostre teste di lettori/spettatori come un ammasso di nere nubi temporalesche. Non sappiamo cosa aspettarci dagli avvenimenti futuri ma un cielo così nero ed elettrico fa presagire che ci sono molti guai in arrivo. Questo romanzo, mai scontato o prevedibile, è una sorpresa dentro l’altra, una sorta di matrioska dell’orrore. Se amate il gotico, il brivido, saprete apprezzare l’opera di Antonio Ferrara, che apre, una porta dopo l’altra, soglie infernali dove tutte le certezze sono sconfitte.

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L’URLO BIANCO di Antonio Ferrara


L'urlo bianco

L’urlo bianco

In questi anni di blog, ho recensito, annunciato, espresso pareri su tanti libri e intervistato tanti scrittori, ma arriva un giorno nella vita in cui arriva il tuo momento, quello di uscire da dietro le quinte e farsi avanti sul palco, al centro della scena.
Esporsi in qualche modo, sì, perché alla fine quando si pubblica un libro non si fa altro che esporsi. È una strana alchimia perché se da un parte hai aspettato questo momento per anni e anni, dall’altra hai paura di mostrarti alla luce del sole, una paura ingiustificata, intendiamoci, ma pur sempre una paura.
Oggi sono qui a scrivere sulla tastiera per annunciare il mio libro, quello in cui ho creduto. Oggi sono qui e mi rimetto al giudizio di chi voglia darmi fiducia, casomai leggendo “L’URLO BIANCO”. Ma non è questo il nocciolo della questione. Il nocciolo sta nel fatto che il libro è stato scritto nei luoghi in cui è ambientato la storia (la provincia di Chieti) ed è stato scritto alla “vecchia maniera”, ovvero, di getto, senza infrastrutture, scheletri, impalcature o colpi di scena programmati. Questo è un libro, concedetemi il termine, “vero”. Scritto perché avevo qualcosa dentro che premeva per uscire, una riflessione sulla sottile linea che separa la vita e la morte, come evidenzia Pastor nella prefazione, ma questo io non lo sapevo. Io mi sono limitato a scrivere la storia che avrei voluto leggere. Solo questo. Mi sono semplicemente fatto una domanda: “La realtà è così come noi esseri umani la vediamo, oppure c’è dell’altro che i nostri sensi non ci permettono di percepire?” La risposta alla mia domanda è stata “L’URLO BIANCO“, con tutte le sue sfumature che, solo un lettore “esterno” sarebbe in grado di cogliere. Io mi sono divertito a scriverlo e spero che voi vi divertiate altrettanto nel leggerlo.

Grazie.

Quarta di copertina:
Nel dicembre del 1993 in un piccolo paesino arroccato sui monti della provincia di Chieti sparisce un bambino. Dieci anni dopo, Mike Calabritti decide di partire per quel luogo, schiacciato dal successo del primo romanzo e incapace di ritrovare una nuova ispirazione. Pizzoferrato sembra essere il luogo adatto per ritrovare se stesso, lontano dalla confusione e dai tanti impegni di una vita cambiata troppo in fretta, ma in quel luogo alberga qualcosa in cerca di chi possa vedere…
Dalla prefazione di Stefano Pastor:
Cos’è la morte?
Questa è la domanda che sempre ha ossessionato l’uomo, il mistero che le religioni hanno cercato di svelare. Se la razionalità tende a considerare la morte la fine di tutto, il cuore impedisce di accettarlo. È il fondamento stesso di ogni religione: la vita è un passaggio, e qualcosa ci attende dall’altra parte. Una forma d’intelligenza, un creatore, in grado di giudicarci.
Cosa resta, allora?
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L’autore:
Antonio Ferrara classe 1976. Nato a Napoli, vive a Portci. Nel 2002 pubblica “Gli Occhi del Male”, finalista al concorso Stephen King Horror IT. Alcuni suoi racconti sono pubblicati su e-book (Doppio Incubo e Fiabe Striscianti) e i portali La Tela Nera e Scheletri. Il racconto “Lucilla” nell’antologia Storie Fantastiche e “La Manicure” è finito nell’antologia “50 schegge di paura”. “Il Frutto del Credo” per l’antologia “Favole della Mezzanotte” e “3540″ per Italian Noir. Da gennaio 2012 è Affiliate Member della Horror Writers Association. Nel 2013 ha fondato il Premio Francis Marion Crawford.
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All’interno del romanzo, “Non è nulla” di Simone Carletti,
il racconto vincitore del Premio Crawford 2013
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Editore: IL FOGLIO LETTERARIO
Genere Horror/Thriller
Pagine 300
Collana: Narrativa
Prezzo 16 Euro
ISBN 9788876064791
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“Un brivido lungo la schiena del Drago” di Danilo Arona. Prefazione a cura di Fabio Larcher


arona cover sitoGeneralmente faccio un’introduzione ai miei articoli, ma questa volta vorrei solo che leggiate la prefazione che Fabio Larcher ha fatto al romanzo “Un brivido lungo la schiena del Drago” di Danilo Arona edito da Edizioni PerSempre. Non c’è da aggiungere altro se non il mio più grande ringraziamento a Fabio Larcher e a Danilo Arona per avermi concesso il privilegio di poter pubblicare la prefazione che troverete all’interno del libro.

Prefazione a Un brivido sulla schiena del Drago

di Fabio Larcher

 Dovete scusare la mia intromissione. Di solito non firmo e non scrivo prefazioni per gli autori che pubblico, ma nel caso di Danilo Arona vorrei fare un’eccezione. Per me questo scrittore è un caso “personale”; ergo, di persona, scendo nell’arena. I miei primi contatti con Arona risalgono al lontano 2003; il suo primo libro pubblicato dalla mia casa editrice fu La stazione del Dio del Suono, ovvero il secondo capitolo del ciclo “Il Circolo del Venerdì” o (come lo chiama l’autore) della “Trilogia del Drago”. Dunque posso fare almeno due affermazioni riguardo a questo autore: la prima concerne Danilo Arona come uomo; la seconda Danilo Arona come scrittore.

Riguardo al primo aspetto desidero dire che in Danilo (contrariamente a quanto mi aspettassi e da quanto ci si possa aspettare quando si ha a che fare con un “artista”) trovai una persona complessa e simpatica, con la quale si stabilì un bel rapporto collaborativo, anche al di fuori dell’ambito prettamente editoriale. Scoprii presto che il suo modo di stare in compagnia, ancorché spesso sopra le righe, era molto piacevole. Insomma, bisogna dirlo chiaramente: con Danilo ci si diverte. E non si deve neppure fare troppa fatica: basta lasciare spazio alla sua vena istrionica e la serata si riempirà di battute salaci, bonarie prese per i fondelli, intelligenti discussioni sulla musica (Arona è anche musicista), sul lato misterioso della vita (che lui ha indagato con tenacia e perizia, da buon “antropologo” dell’occulto), sulle belle donne e sul buon cibo.

Un uomo vitale, insomma, interessante, colto di una cultura che non concede spazi allo snobismo, ma che, anzi, sembra del tutto  “naturale”. Sono le piccole magie di certi esseri umani, minimi indizi che inducono lo “spettatore” a immaginare che sotto sotto vi sia dell’altro e che ci vorranno tempo e pazienza ma, alla fine, si scopriranno altre curiosità, altre bizzarrie e, magari, altre meraviglie.

E questo per quanto riguarda il “giudizio” umano sul nostro autore. Per quanto riguarda il giudizio editoriale: devo ammettere che il suo fu il primo libro di valore che riuscii a proporre nel mio catalogo. Ora come allora non posso dichiararmi un patito del genere horror, eppure il romanzo di Arona possedeva un buon numero di qualità irresistibili: l’originalità del procedimento narrativo, la linearità non priva di eleganza della prosa, il senso di mistero e al contempo di normalità che balzava alla mente leggendo la storia, l’ironia e l’umorismo macabro e disinvoltamente cinico. Tutto questo concorreva ad affascinarmi. Lo ammetto. E da allora Danilo Arona è uno dei miei scrittori preferiti anche da lettore, non solo da editore, tanto che mi è riuscito facile seguirlo nelle sue scorribande entro il mercato librario italiano, che lo hanno portato a pubblicare per innumerevoli editori. La cosa non mi ha stupito affatto. Le qualità aroniane sono diventate ben presto (anche se in deplorevole ritardo) uno speciale marchio di fabbrica, capace di meritare l’attenzione e il rispetto di tutti coloro che amano il genere orrorifico e magari non solo.

Ma in cosa consiste l’originalità di Arona? In questo: essere una specie di regista/montatore cinematografico, saper maneggiare fonti diverse, materiali disparati e riuscire a trovare i nessi logici capaci di metterli in relazione. Fermi! Non gridate allo scandalo, non scagliatevi contro ciò che ho appena detto, invocando su di lui il titolo infamante (perché in fondo questo titolo lo è, essendo sinonimo di impotenza creativa) di “scrittore metaletterario”. Se lo faceste commettereste un errore. I libri di Danilo sono e rimangono libri di genere, libri che hanno la sola pretesa di raccontarvi una storia e di spaventarvi… almeno un po’. Solo che lo fanno con intelligenza e brio, senza appiattire il genere; anzi, sfruttandolo proprio per le sue privilegiatissime caratteristiche di “veicolo”. Forse Danilo fa addirittura qualcosa di più: crea dei miti e una mitologia coerente, supportando il tutto con un discorso filosofico sul tempo, lo spazio, l’essere, degno della miglior tradizione di pensiero del Novecento (e non faccio nomi perché in bocca a me stonerebbero).

Leggendo uno qualunque dei suoi romanzi potrete notarlo voi stessi. Si parte sempre da uno stato di apparente frammentarietà, come se la realtà si proponesse allo sguardo polverizzata; ma da quel pulviscolo scintillante, stregato, orribile, a poco a poco vediamo nascere dei legami, delle connessioni, che via via ci lasciano ammirati davanti all’interezza del quadro (quadro che, con un minimo di fantasia, potremmo intitolare Paesaggio con cadaveri, o ancor più semplicemente Natura morta).

Insomma, tutto si concretizza intorno a un nucleo focale; e quel nucleo è rappresentato, nel caso de Un brivido sulla Schiena del Drago, da un gruppo di anziani aronianamente cinici e giocosi, che amano trascorrere la notte in luoghi visitati da nefasti poteri, a far “veglia”; cioè a raccontarsi l’un l’altro (come nelle veglie dei nostri antenati) delle storie. E così facendo, consapevolmente, ma con la consapevolezza limitata degli esseri umani, i quali sono sempre troppo miopi quando osservano il mondo, sperimentano il terribile potere del Drago.

Chi o cosa è il Drago? Un’entità sovrannaturale, dalla forma indefinita. Un flusso di energia creativa (come il pensiero stesso?) che fa essere le cose come sono, ma può anche mutarle, o mutarne il segno, se i suoi scopi reconditi lo richiedono. Un dio? Forse. Più probabilmente il Diavolo in persona, se questa identificazione non risultasse limitante e, ormai, condizionata da troppi stereotipi.

Ora, io non so se la cosa sia voluta oppure no, ma le cosiddette “veglie” di questi attempati apprendisti stregoni hanno in sé qualcosa di strano, di storto. Il loro modo di raccontare la vita somiglia alla descrizione di un mondo alternativo, simile al nostro eppure completamente diverso negli assunti basilari e nei materiali da costruzione (niente atomi; piuttosto: antiatomi di antimateria). Si ha come l’impressione che essi parlino di un mondo “attraverso lo specchio”; che i veglianti stiano partecipando in realtà a una veglia funebre (una veglia il cui protagonista, il morto, è sempre assente, o è una creatura fatta esclusivamente di parole) e che i loro discorsi ci stiano fornendo i mezzi per gettare uno sguardo non sul mondo ma sull’Oltremondo, sul regno dei morti, sull’Inferno.

Sì, forse la Mappa del Drago che essi utilizzano è proprio la carta geografica dell’Inferno.

Un po’ lo si capisce dal fatto che i personaggi acquistano vita e spessore solo nell’istante stesso in cui viene inscenata la loro morte cruenta. Se li guardiamo bene, questi personaggi, sono ben più che dei “predestinati” a quel tipo di trapasso: sembrano fantasmi che ripetono all’infinito e per l’eternità l’evento culminante della loro esistenza mondana: il momento della loro morte. C’è qualcosa di meccanico, di freddamente astratto, nelle scene propriamente horror che Arona cattura nella sua metaforica cinepresa, in questo romanzo, come una pellicola rotta che replichi lo spezzone di un film o un vinile che si incanti sul piatto.

Non la tiro per le lunghe. Ho voluto cominciare questa prefazione con quello che sembrava un tributo, un encomio di circostanza, ma che invece si rivela ora la necessaria precisazione della particolarità umana (e quindi artistica) del nostro scrittore, atta a sostenere un’affermazione un tantino “forte”. Devo confessarvi il mio sospetto: talvolta ho l’impressione che Danilo Arona non sia solo un bravo scrittore horror, ma che sia una sorta di veggente; quasi che quegli spezzoni di pellicola rotta che sono gli spettri dei deceduti di mala morte lui li “veda” e che, proprio nel modo in cui li vede, ce li proponga letterariamente. Per questo ho insistito sulla non metaletterarietà aroniana: il suo modo di narrare non implica tanto un espediente frusto e quasi automatico, ma potrebbe nascere da una diversa esperienza delle cose… un’esperienza, cioè, visionaria.

Le opere di Danilo, secondo questa prospettiva difficilmente sottoscrivibile da chiunque e men che meno dall’autore, potrebbero essere il tentativo di ricomporre un puzzle mitico, quasi che i frammenti (il pulviscolo magico di cui sopra) nei quali sono intrappolate le manifestazioni fantasmatiche, fossero delle specie di storie “gialle”, dove l’assassino è la vita stessa… o almeno un’entità che permea l’esistenza in maniera tanto totalizzante quanto sfuggente, che ha bisogno, in qualche modo, di essere “investigata”, rintracciata, definita, riconosciuta…

Nonostante la sfilza di morti che attraversano il romanzo (e a consolazione dei nostri lettori), si ha sempre l’impressione che si tratti di una storia “a lieto fine”; forse perché i nostri diabolici vecchietti riescono, comunque, a scamparla, più o meno con le ossa rotte.

Possiamo dire che esiste una morale ne Un brivido sulla schiena del Drago e che tale morale è: solo chi ha l’ardire d’indagare il Male, di guardarlo in faccia, si salverà?

Non so dirlo. Probabilmente Arona mi smentirebbe seccamente se osassi dirlo. Ma una cosa è certa: questo straordinario romanzo che (come ogni classico che si rispetti) sembra non smettere ancor oggi di dire ciò che ha da dire, doveva essere ripubblicato. Non farlo sarebbe stato uno spreco, un’occasione mancata.

E poi, come direbbe Danilo:

è un Arona giovane, molto sperimentale (data l’epoca di riferimento) e alquanto pre-pulp per la ricerca a tutti i costi dell’effetto “da brivido”. Ma, comunque, Un brivido sulla Schiena del Drago si può leggere oggi prospetticamente come un modello di futura evoluzione del genere. E parlo ovviamente del genere scritto dagli italiani. Per questo ritengo che la sua riscoperta possa in qualche modo giovare alla causa, dato che scrivere e proporre horror oggi non è affatto agevole.

Ci sarebbero molte altre cose da aggiungere, ma preferisco lasciare spazio, adesso, alla voce dell’autore e augurarvi buona lettura.

Fabio Larcher

Se la prefazione vi ha colpito per la sua spudorata sincerità a questo indirizzo potrete trovare la scheda del libro (Edizioni PerSempre) e un estratto scaricabile gratuitamente.


È tempo di horror, amici. It’s Horror Time.


horrortimeSono mesi che non metto piede in un’edicola, non per pigrizia, ma per il fatto che le riviste che potrebbero interessarmi sono da tempo scomparse. Spesso ho sognato di vivere oltreoceano per avere l’opportunità di interfacciarmi con qualche format cartaceo dedicato al genere horror a trecentosessanta gradi e ora cosa succede?Succede che un manipolo di “pazzi” e coraggiosi si gettano a capofitto in un’impresa che potrebbe avere dello straordinario. Le premesse ci sono tutte perchè questi signori oltre a essere completamente fuori di melone, sono dei professionisti e sanno di cosa parlano. Si tratta di coloro che in Italia tengono alta una bandiera che il grande sistema editoriale sembra snobbare… quella dell’horror. Ma allora cosa succede? Succede che da domani, ovvero 10 settembre 2013 sarà presente in tutte le edicole della penisola italica, Horror Time, una rivista che viste le premesse non mancherà di riservarci delle sorprese. Per la gioia del mio edicolante mi recherò in edicola perchè è tempo di horror, amici. It’s Horror Time.

Ecco il comunicato stampa.

L’horror torna in edicola con un imperdibile magazine di 84 pagine a colori dedicato interamente a tutto quello che fa paura!

Una rivista horror mancava dalle edicole da diversi anni, ma finalmente è giunto il momento di Horror Time un magazine di 84 pagine a colori che gronda sangue a ogni riga di testo. Il mensile sarà in tutte le edicole a partire dal 10 settembre, con un numero inaugurale che sarà solo un antipasto di quanto la redazione ha intenzione di mostrare, numero dopo numero. Il progetto alla base di Horror Time sottintende un’idea di magazine a tutto tondo per gli amanti del genere, una rivista di riferimento per il mondo dell’orrore, da leggere dalla prima all’ultima pagina, dove si possa fare il punto della situazione, dove si abbia la possibilità di riflettere sugli argomenti senza alcun timore reverenziale per niente e per nessuno.

Horror Time non ha tra i suoi obiettivi quello di fare “concorrenza” alla rete, perché i linguaggi e il modo di fornire le informazioni sono troppo diversi. Horror Time avrà una visione organica del genere e tutti i professionisti chiamati a occuparsi delle diverse rubriche hanno sposato con entusiasmo questo indirizzo. La redazione si occuperà di tutto quello che fa paura con rubriche che affrontano i diversi aspetti di questo multiforme e oscuro ambito della cultura contemporanea, con la serietà e la professionalità necessarie, curando ogni aspetto della rivista a partire dal progetto grafico ricco e complesso come una rivista del settore merita di avere.

Dettaglio dei contenuti del n.1 in edicola dal 10 settembre

Al CINEMA, vengono dedicate più di 30 pagine distribuite tra news, rubriche di curiosità, anteprime (Insidious 2, Machete 2), recensioni (You’re next, L’evocazione), film italiani (Wrath of the crows), ai film mai distribuiti al cinema (It’s Alive), ai DVD e ai Blu- Ray. Viene fatto il punto della situazione nello “specialone” di Danilo Arona sul cinema dei remake e dei mockumentary, e viene poi proposta un’intervista inedita in due puntate di Paolo Zelati all’icona del cinema italiano (e internazionale) Catriona MacColl. Completerà l’offerta uno speciale sulle saghe al cinema (Scream), uno sul film cult del mese (La notte dei morti viventi), la rubrica sui Body Count (Evil dead). Non potevano mancare le SERIE TV con due speciali: il primo dedicato alla serie di culto The Walking Dead e alla quarta stagione ormai in arrivo; il secondo alla nuova serie Hannibal presto in onda anche in Italia.

Ampio spazio anche alla LETTERATURA con ben 10 pagine del magazine riservate ai libri: news e segnalazioni, un’anteprima del libro più atteso della stagione proposta da Giovanni Arduino (il traduttore), di Doctor Sleep il seguito di Shining scritto da Stephen King. Una recensione di L’ira dei giusti di Manel Loureiro e una rubrica sui libri scomparsi dai cataloghi italiani (Demoni amanti – Shirley Jackson). Gianmaria Contro invece ci propone nella rubrica Cult Book uno speciale su Carrie, dal libro al film. Completano la visione sul mondo dell’horror una serie di rubriche su videogame, musica (band e colonne sonore), sugli artisti “macabri”, l’Almanacco sulle ricorrenze storiche del mese, il Dizionario dell’Horror e per finire la rubrica dedicata ai gadget e ai maniaci collezionisti. In ogni numero poi, sarà presente una piccola chicca: una foto ad alta risoluzione di una locandina rara.

Completano il magazine due aree non meno importanti. La prima è quella che potremmo definire Real Horror (parafrasando il nome di un canale della piattaforma SKY), formata dalla rubrica dedicata ai SERIAL KILLER curata da Giuliano Fiocco, dalla rubrica Phobia, a cura di Giovanni Arduino, che raccoglie e spiega le più incredibili fobie che hanno ispirato scrittori e registi, e dalla rubrica X-Files

curata da Paolo Zelati, che va alla caccia di miti e leggende delle nostre città.

Chiude il magazine EVENTO ZERO un romanzo “zombesco” a puntate scritto da Andrea G. Colombo che prevede anche un progetto di scrittura collettiva in collaborazione con il contenitore editoriale Hbooks (http://hbooks.horror.it). L’idea è quella di proporre sì un romanzo a puntate, ma anche di creare con la complicità dei lettori un universo popolato da molte storie oltre quella che saranno narrate sulle pagine di Horror Time.

E’ tempo di horror, amici. It’s Horror Time.

Email: redazione@horrortime.it
Sito Web (In allestimento): http://www.horrortime.it Pagina Facebook: http://www.facebook.com/itshorrortime

Horror Time

Rivista mensile di cultura e cinema horror.
Eligio Editore Srl
Testata registrata al tribunale di Roma n. 205/2013 del 02/08/2013 Prezzo: € 5,90

Direttore Responsabile: Paolo Zelati Direttore Editoriale: Andrea G. Colombo
Art director: Ivo Torello Caporedattore: Andrea Avvenengo Redattori: Marcello Gagliani Caputo, Andrea Lanza.
Collaboratori: Giovanni Arduino, Danilo Arona, Gianmaria Contro, Daniele Cucchiarelli, Giuliano Fiocco, Roberto Gerilli, Alexia Lombardi, Giovanni Lorecchio, Stefano Paiuzza, Nico Parente, Selene Pascarella, Stefano Passeri.


La Soffitta racconto a puntate su “The incipit”


soffitta1The incipit è un sito molto carino dove si possono postare delle storie e fare in modo che siano i lettori a decidere il prosieguo.

Vera è una bambina curiosa e la soffitta di casa rappresenta per lei un mondo nuovo e proibito. È sicura che tra le ombre polverose si annidi qualcosa di magico. Riuscirà Vera a scoprire il mistero della soffitta e a salvare la sua famiglia?

A questo indirizzo potrete trovare l’inizio della storia “La Soffitta” e decidere come dovrà proseguire.

http://www.theincipit.com/2013/07/la-soffitta-antonio/

Fatevi un giro.

Grazie


Gli occhi del male. Romanzo a puntate (Capitolo finale)


free-terrible-devil-wallpaper-wallpaper_1600x1200_86164“E adesso cosa faccio?”
“Nascondi il cadavere” mi sussurrò una voce.
Misi il fucile a tracollo, presi l’uomo per le braccia e iniziai a trascinarlo. Il rumore dei piedi del cadavere che scendevano le scale mi atterriva… ero fuori di senno. Decisi di portarlo in cantina, dove avrei potuto occultare il corpo, per poi decidere con tutta calma sul da farsi. Per non lasciare impronte di trascinamento sul terreno che divideva l’abitazione dalla cantina, decisi di prendere in groppa il cadavere. Era pesante, ma i passi che dividevano l’entrata della casa dalla cantina adiacente erano davvero pochi. Passando vicino alla mia auto vidi il mio riflesso. Ma che stavo facendo nel giardino di casa mia con in braccio un cadavere di uno sconosciuto? Come avrei potuto mai spiegare? Il finestrino dell’auto specchiava alla perfezione sia la mia sagoma, che quella del povero uomo. Aveva il busto, la testa e le braccia penzolanti dietro di me, mentre le sue gambe penzolavano in avanti. Aveva gli occhi sgranati… ed erano bianchi.
“Ma cosa Accidenti?”.
Con un movimento fulmineo, catapultai l’uomo per terra… lui si rialzò. Puntava con entrambe le braccia protese in avanti verso di me. Non ci potevo credere; sembrava uno zombi… e forse lo era. Ero stanco, ma anche abituato a quei maledetti esseri con gli occhi bianchi. Afferrai il fucile che avevo a tracolla; appena la creatura mi fu vicina; mirai alla testa e feci fuoco. La sagoma cadde al suolo e la sua faccia non aveva perso i tratti, non c’era più. Buttai il fucile per terra e trascinando il cadavere mi diressi verso la cantina. A differenza delle altre volte, ero contento, non so, una contentezza isterica; dovuta dal fatto di non aver ucciso un uomo, ma una di quelle cose… che si spacciava per tale. Quando mi accinsi ad aprire la porta della cantina…
“Fermo.” Lasci quell’uomo e si metta per terra.”
Polizia e Carabinieri erano penetrati nel giardino di casa mia
Nella cantina di casa trovarono i cadaveri dei miei amici. Non so cosa successe, mi dissero poi che nella cantina dove stavo trasportando quell’essere furono trovati Marco, Stella e Ricky.

10 anni dopo…

“Venni accusato dell’omicidio di Stella, Marco e Ricky, adesso dopo dieci anni, sono ancora rinchiuso in questa clinica psichiatrica. I corpi dei miei amici, quelli veri, da me scoperti, non sono stati più ritrovati. Le autorità locali, negarono anche il fatto di aver ricevuto telefonate anonime al riguardo. Il Diario di Ricky, quello di cui le ho parlato nel mio racconto… scomparve. Quando fui arrestato, mi fu sottratto… non ho idea di che fine abbia fatto.
“Lei da dieci anni si ostenta, anche a detta di miei colleghi, a raccontare sempre la stessa storia.” Disse l’uomo in giacca e cravatta seduto dall’altra parte del tavolo.
“Sì, certo. È la verità. I suoi colleghi psicologi, psichiatri, o quello che sono, mi reputano un pazzo, un visionario, un folle… e con tutta probabilità, lei penserà la stessa cosa non appena sarà uscito da qui dentro.”
“Come fa a dire che i cadaveri trovati nella sua cantina, in realtà non erano proprio quelli dei suoi amici?”
“Mi dissero che il fatto più raccapricciante era quello che ai cadaveri erano stati asportati gli occhi; da qui ne ho dedotto che quelli ritrovati erano i “mostri” e non i miei amici. Poi c’è un un particolare che conferma ciò che dico.”
“Ovvero?.”
“Ricky, morì da bambino, quello che le autorità hanno trovato in cantina era un uomo adulto.”
“Mi tolga una curiosità. Che fine ha fatto la ragazza di nome Daniela?”
“Non era una ragazza, mi dissero che una Daniela Imperatis non era mai esistita, ma io già lo sapevo… lei in realtà era lì per cacciare qualche anima… prese quella di Marco.”
“E cosa mi dice al riguardo di Stefania?”
“La Stefania De Pretis che io tanto decantavo, non fu più trovata, mi dissero che non esisteva nessuna ragazza con quel nome. Anche la casa da me segnalata era abitata solo da due anziani… non avevano figli.”
“Lei come se lo spiega una cosa del genere? Non ha mai pensato di essersi sognato tutto?”
Le posso garantire che non mi sono sognato un cazzo. Anche in questo caso ho una mia teoria.”
“Bene, mi dica, sono qui per ascoltarla.”
“La morte.”
“Prego, come ha detto?”
“Ho detto la morte. La mietitrice di anime, la regina nera; non importa come la si chiami.”
“Lei adesso mi vuol far credere che la Stefy del suo racconto, in realtà era la morte?”
“Esatto. Lei mi era sempre vicina, aspettava, aspettava me. Non mi ha aiutato in nessuna occasione. Quando ho affrontato il male, lei era sempre in disparte. Non poteva intervenire, il suo compito era solo quello di prendere la mia anima, nel caso io… Quando la trovai riversa sul pavimento del bagno dell’autogrill, capii che era stata pestata. Ragionando sulla cosa ho dedotto che era stata picchiata, in qualche modo punita. In alcune situazioni mi era stata di grande aiuto, come nello scantinato, quando fu lei a voler cambiare direzione. Non credo che ne sarei uscito vivo senza il suo prezioso contributo. In quell’occasione fu punita da una forza superiore. Aveva sforato, era arrivata oltre le sue competenze… non credo che potesse farlo.”
“È incredibile, lei si è riuscito ad accaparrare i favori della morte.” disse l’uomo stupito “Cosa mi sa dire al riguardo del suo cane?”
“Il mio amico, in tutti i sensi. Anche il mio protettore, credo che sia stato lui a calarci la scaletta nel pozzo.”
“Un cane che porta una scala, la fissa e la fa scendere in un pozzo? Non le sembra un po’ troppo?”
“Non un cane… vogliamo chiamarlo… Angelo?”
“Che cosa? Lei mi vuol far credere che il suo cane in realtà era il suo angelo custode?”
“Perché no. Quando siamo usciti dal pozzo lui c’era, ogni volta che mi sono trovato in difficoltà… lui c’era.
È tornato a casa, dopo che lo avevamo perso a centinaia di chilometri, tirandomi fuori da un casino…”
“I cani sono intelligenti, e hanno uno spirito protettivo sui loro padroni, questo è vero, anche il fatto che sia tornato a casa è una costante riscontrata più di una volta nell’universo canino, ma da questo, a dirmi che il suo cane è un angelo… c’è ne passa, no?”.
“Non le sto dicendo che il mio cane era Rin Tin Tin. Ma lei come fa a spiegarsi che sia ritornato a casa in un tempo così breve? Le garantisco che è impossibile per un essere mortale. Poi c’è l’episodio della vasca: Quando Marco fuoriuscì da quella maledetta vasca, ricordo che prima di svenire vidi Demon. Con tutta probabilità fu lui a portarmi in salvo.”
“Il suo amico Marco è morto… Come lo spiega? Eppure dal racconto del suo diario, lo spirito di Ricky gli disse che poteva anche salvarsi…”
“Bella domanda, crede di farmi cadere in contraddizione, per poter affermare che le sto raccontando un mare di stronzate, non è vero?”
“No, assolutamente, cerco solo di capire come sia andata la storia, tutto qui.”
“Marco morì perché aveva tradito l’amicizia. Padre Alfonso, mi disse che solo l’amicizia e l’amore che ci univa avrebbero potuto sconfiggere il maligno. Marco andando a letto con la mia ragazza, che poi era… bè… un lupo. Tradì qualunque sentimento benevolo, cadendo nella trappola…”
“Guardi, lei ha raccontato la storia nei minimi particolari, com’è possibile che riesca addirittura a ricordare i dialoghi intercorsi fra lei e questi fantomatici personaggi?”
“Un incubo non si dimentica con facilità. Ma poi quali personaggi? Le sto dicendo senza mezzi termini, che l’intera vicenda è andata così come le ho spiegato. Non sono un assassino. Non ho ucciso i miei amici.”
“Ah, vede, mi ha parlato d’incubo, allora si è sognato tutto?”
“Non era un incubo, l’ho detto solo per farle comprendere le atrocità di cui sono stato testimone.”
L’uomo si alzò dalla sedia dirigendosi verso la finestra alle sue spalle.
“Se lei continua a raccontarmi queste assurdità, io non potrò esserle di nessun aiuto. Non posso farla uscire da questa clinica, capisce?”
“Scusi, a lei che importa, mica è il mio avvocato?”
“No, ma vede, lei è un uomo di grandi capacità, è un peccato vederla rinchiuso in un posto del genere… è sprecato.”
“Ho detto solo la verità. E continuerò a dirla, finché avrò vita.”
“Sì, questo non lo metto in dubbio, ma una piccola bugia potrebbe aiutarla… Poi il fatto che lei ricordi tutto è un bene per noi.”
“Cosa? Non lo mette in dubbio? Allora mi crede? Lei mi crede?”
“Detto tra noi, io potrei anche crederla, ma non lo dica in giro…”
“Non intendo mentire, mentirei anche ai miei poveri amici… è il minimo che possa fare per loro è dire la verità, non voglio che si siano sacrificati per niente.”
“Deve capire che per le persone risulta un po’ difficile comprendere cose del genere. Si reputano credenti, vanno in chiesa tutte le domeniche, ma in realtà i veri credenti, quelli che anche senza andare in chiesa credono sul serio, sono davvero pochi.”
“Sì, sono d’accordo con lei, ma cosa dovrei fare… dire: guardate che ho avuto allucinazioni, adesso sono guarito, arrivederci a tutti e grazie?”
“Esatto. Lei deve mentire, solo mentendo riuscirà a riavere la libertà.”
“Guardi, che non voglio affrontare una vita di rimorsi, preferisco stare qui e avere l’anima in pace.”
“Mi sono scomodato personalmente per tirarla fuori da questo posto… Ma deve collaborare.”
“Si è scomodato? Scusi ma lei chi è?”
“Comunque sia, mi dispiace, ma adesso devo proprio andare” disse l’uomo guardando dalla finestra.
“No. Aspetti un attimo. Lei ha detto di credermi, vero?”
“Certo. Io la credo, ma nessun altro lo farà al di fuori di me. Mi dispiace non poterla portare via da questo posto. Lei è riuscito a mediare con la morte, a capire che il suo cane era un protettore, a comprendere e affrontare le tenebre… mi riferisco al lupo, e infine è sfuggito al male. Il fatto più sorprendente e che lei è ancora vivo. Guardi è assurdo.”
“Allora lei crede ad ogni mia parola?”
“Come non potrei.” disse l’uomo, voltandosi.
Il suo sorriso era bianco, come i suoi occhi.
“Ma… Ma lei… è uno di quegli esseri? Un alfiere del male?”
“Fuochino… Io sono il Male.

Continua…

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Gli occhi del male. Romanzo a puntate (quarantesima parte)


Jason_Mask_by_WiwewoMi ricordai che nel ripostiglio vicino l’entrata, mio padre teneva i fucili da caccia… Non avevo mai sparato, ma decisi che era arrivata l’ora di imparare. Presi il più grosso dei tre, sentii che era pesantissimo, e vidi che aveva due canne. Aprendolo notai che era scarico, ai piedi della bacheca aprii un cassetto, all’interno vi erano cartucce di vario calibro. Pallettoni piccoli… medi… Optai per quelli grandi. Sul bordo della cartuccia vi era impresso il disegno di un cinghiale, pensai che la rappresentazione era chiara… si trattava con tutta probabilità di proiettili per la caccia al cinghiale. Inserii due cartucce in canna e richiusi l’arma. Nonostante infilai in tasca una decina di pallottole, sapevo che in un incontro ravvicinato con uno di quegli esseri, non avrei avuto il tempo di ricaricare l’arma. Dovevo per forza di cose affidarmi ai due grossi proiettili in canna. Non potevo permettermi il lusso di sbagliare un colpo. L’arma era davvero pesante, uscito dal piccolo ripostiglio, feci qualche prova di mira, poggiando il calcio sulla spalla e tentando di far collimare il mio occhio destro con l’estremità della canna… niente. Tremavo, la mia mira era traballante, il peso dell’arma mi deconcentrava. Decisi di impugnarlo come un fucile a canne mozze, l’avevo visto fare in tanti film d’azione… avrei potuto farlo anche io. Iniziai a salire la prima rampa di scale, tenendo l’arma ben stretta con entrambe le mani. Le lunghe canne del fucile puntavano dritto davanti a me, all’altezza della vita. Quando mi trovai sul pianerottolo che mi avrebbe condotto alla seconda rampa di scale, guardai in alto. La scala terminava nel buio del piccolo ingresso che poi mi avrebbe dato accesso alle camere da letto, oltre che ai bagni. Continuando a salire la seconda rampa di scale mi sforzavo per cercare di udire qualcosa, ma l’intero ambiente era nel più completo silenzio, l’unico terrificante rumore proveniva dai miei pesanti passi sui gradini di marmo. La casa era molto vecchia, ed alcune lastre di marmo si erano scollate ed emettevano sinistri rumori. Arrivato alla sommità della scala pigiai sull’interruttore che avrebbe dato luce alla sala. Dalla posizione in cui ero riuscivo a vedere la porta della camera da letto dei miei… era aperta. S’intravedeva inoltre la stanza di mio fratello, la porta era semiaperta. Centralmente fra le due porte c’era la mia camera… era chiusa. Era stata quella a fare rumore… n’ero sicuro. Iniziai ad avanzare verso la piccola sala, pochi passi bastarono per raggiungere la porta. Lasciai la fredda canna del fucile per afferrare l’altrettanto fredda maniglia d’ottone. La girai e spinsi. La luce della saletta dove ero inondò la piccola cameretta. Rimanendo sulla soglia della porta tastai il muro adiacente in cerca dell’interruttore della luce, una volta trovato scoprii che era stato inutile, la luce non si accendeva, anche perché era in frantumi sul pavimento, fra la luce proveniente dalla sala antistante e la mia ombra proiettata sul pavimento, vidi tanti piccoli cristalli… con tutta probabilità quello che rimaneva della lampadina. Mi scostai su un lato, sempre rimanendo fuori dalla stanza, così da permettere al fascio di luce di inondare la camera. Sembrava tutto in ordine, come sempre. In quel momento, le maschere dell’orrore che collezionavo mi facevano paura, erano sinistre, quasi spettrali, poggiate una accanto all’altra su una mensola nella penombra. Afferrai il pomello e richiusi la porta.
Tutto in ordine pensai.
“Tutto in ordine un corno.” urlò una voce dentro me.
Sgranai gli occhi, quasi per voler far percepire il mio stato d’animo a Stefy, ma ero solo, nessuno poteva vedermi… almeno così speravo. La stanza non era tutta in ordine, la lampadina era frantumata sul pavimento, e la maschera di Jason (il massacratore di Cristal Lake), non era sullo scaffale, bensì dall’altro lato vicino alla scrivania, sulla sedia… Qualcuno aveva indossato la maschera e se ne stava seduto in camera mia. Mi voltai, e mi pentii di aver richiuso la porta. Adesso avrei dovuto avvicinarmi, per poter aprire la porta e guardare ancora nella camera.
La maschera fuori posto era una di quelle che mette i brividi. Si trattava di una vecchia protezione che usavano i portieri da Hockey, era biancastra, e ricoperta di piccoli fori, oltre ad averne due grandi per poterci guardare attraverso.
Ricordo che l’avevo indossata per varie feste di Carnevale, Halloween ed altre occasioni, per il puro gusto di terrorizzare compagni un po’ fifoni. Adesso il terrorizzato ero io, per guardare chi indossasse la maschera, avrei dovuto toglierla… C’era un’unica soluzione… sparare. Mi avvicinai alla porta, ma non ebbi il tempo di afferrare la maniglia… Un rumore di passi appena dietro la lastra di legno che mi separava dal “mostro” bloccò la mia azione. Con entrambe le mani strinsi il fucile, l’indice della mano destra accarezzava il grilletto, il pugno di quella sinistra serrava la canna. Mirai ad occhio e croce a mezzo busto e feci fuoco in direzione della porta. Balzai in aria e subito dopo ero a terra sul pavimento. Il contraccolpo era stato violentissimo. Mi ritrovai spalle a terra con il fucile poco distante. Guardando verso la porta vidi dei grossi fori; schegge di legno erano riverse sul pavimento. Cercai di udire un lamento, qualsiasi rumore. Ero immobile, ebbi l’impressione che il tempo si fosse fermato, intorno a me l’aria era stagna… pesante, per via dell’odore del bruciato provocato dallo sparo. Tastai il pavimento, senza togliere lo sguardo dalla porta; presi il fucile. Un sinistro scricchiolare mi fece trasudare. Il pomello d’ottone si muoveva, lento ed inesorabile girava da un lato. Qualcuno, lo stesso che indossava la maschera, aveva deciso di uscire dalla camera. Dovevo ragionare in fretta, dovevo decidere se affidare tutte le mie speranze nella cartuccia che mi rimaneva in canna o se aprire l’arma e rimpiazzare la pallottola esplosa. Optai per la prima scelta. La porta si aprì, la luce della saletta dove mi trovavo illuminò la sinistra figura sulla soglia della porta. L’essere eri lì a guardarmi… impassibile… indossava la maschera da Hockey, ed era vestito di nero. Prima traballò, poi cadde di sasso verso di me, per la paura emanai un urlo, ma era evidente che il mio colpo aveva fatto centro. L’uomo, la creatura, o quello che era riverso sul pavimento… immobile. Mi alzai e mi avvicinai alla figura, girandola da un lato potei vedere del sangue fuoriuscire dall’addome… lo avevo colpito in pieno. Posai una mano sulla maschera, tirandola via. Vidi un uomo di mezza età… il suo volto non mi raccontava nulla di familiare, per me era un completo sconosciuto. Aveva gli occhi sgranati, e non erano bianchi. Guardai con più attenzione l’abbigliamento dell’uomo… era nero, frugando in una tasca trovai un enorme mazzo di chiavi; la cosa strana era che le chiavi non avevano dentatura, erano lisce.
“Oddio.”
Mi resi conto di aver ucciso, non un alfiere del male, non una nauseabonda creatura, e neanche un essere non terreno… ma un uomo, un ladro… un povero disperato che cercava di guadagnarsi la pagnotta, con tutta probabilità per sfamare i suoi cinque figli. Mi sentivo male, ero attonito, sconvolto e disorientato.
“E adesso cosa faccio?”.
“Nascondi il cadavere” mi sussurrò una voce.
Misi il fucile a tracollo, presi l’uomo per le braccia e iniziai a trascinarlo. Il rumore dei piedi del cadavere che scendevano le scale mi atterriva… ero fuori di senno. Decisi di portarlo in cantina, dove avrei potuto occultare il corpo, per poi decidere con tutta calma sul da farsi. Per non lasciare impronte di trascinamento sul terreno che divideva l’abitazione dalla cantina, decisi di prendere in groppa il cadavere. Era pesante, ma i passi che dividevano l’entrata della casa dalla cantina adiacente erano davvero pochi. Passando vicino alla mia auto vidi il mio riflesso. Ma che stavo facendo nel giardino di casa mia con in braccio un cadavere di uno sconosciuto? Come avrei potuto mai spiegare? Il finestrino dell’auto specchiava alla perfezione sia la mia sagoma, che quella del povero uomo. Aveva il busto, la testa e le braccia penzolanti dietro di me, mentre le sue gambe penzolavano in avanti. Aveva gli occhi sgranati… ed erano bianchi.

Continua…

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Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentanovesima parte)


101946_koridor_temnota_dveri_razvaliny_mrachno_1920x1200_(www.GdeFon.ru)Finito di percorrere il tratto autostradale, imboccammo la superstrada. Usciti dalla galleria, dove avevo visto per la prima volta lo spirito di Ricky, guardai nello specchietto retrovisore, ma niente. Demon era seduto in mezzo ai due sedili posteriori, aveva le orecchie dritte e uno sguardo vigile. I venti minuti che ci separavano da Scario, sembravano interminabili.
“Stefy, credo che avremo bisogno di una doccia.”
“Sì, credo che sia necessaria.”
Arrivati a casa, prendemmo le valigie. Non potevamo fare la doccia all’aperto, faceva troppo freddo quella mattina, decidemmo ci lavarci nel piccolo bagno di casa. Con l’aiuto di un asciugamano bagnata mi diedi una rinfrescata. Poi lavai i capelli sotto il getto d’acqua del lavandino. Uscito dal bagno mi diressi nella camera adiacente. Misi un paio di scarpe da ginnastica, un jeans e un maglione a collo alto. Uscito dalla stanza, sentii il rumore d’acqua provenire dal bagno. Demon era riverso sul pavimento.
Guardando dalla finestra vidi il grande portico, sempre ricoperto di aghi di pino. Lì in fondo, abbandonato al suo destino, lo scafo.
Ero, impaziente, sapevo che qualcosa doveva accadere, ma l’attesa mi snervava.
“Stefy” urlai.
“Sì, dimmi?”
“Vado giù in paese, tu e Demon aspettatemi qui.”
La porta del bagno si aprì di scatto.
“Anto, ma sei impazzito?”
“No. Solo prudente, vado giù in paese, devo controllare alcune cose lasciate in sospeso… torno subito… e poi non voglio farti correre ulteriori rischi.”
“Anto, non se ne parla proprio, metto qualcosa e scendiamo insieme.” disse, dirigendosi nella camera da letto.
“Cavolo, com’è testarda.” pensai.
Uscii sul portico, seguirono Stefy e Demon. Chiusi la porta di casa e salimmo in macchina. Arrivati giù in paese, parcheggiai l’auto all’inizio del lungomare. Dovevo vederci chiaro, dovevo ripercorrere le tappe fatte in precedenza. Diedi uno sguardo al grosso campanile della chiesa, poi mi ricordai il piccolo bar alle sue spalle, dove avevo parlato con Padre Alfonso. L’insegna era in legno sbiadita e scolorita dal tempo, la piccola finestra del bar era sbarrata, come anche la porta. Il locale in realtà era chiuso da anni.
Proseguendo per il lungomare, vidi il bar dove ero andato a cercare Stella. Era aperto.
“Buongiorno.”
“Salve” rispose un ragazzo.
“Scusa, conosci una certa Stella?”
“Certo. Ma è sparita da alcuni giorni, non è più scesa a lavorare.”
Gli stavo per raccontare, che forse Stella era morta già da anni. Ma non mi sembrava il caso di iniziare a farneticare.
“Anche la sua famiglia è preoccupata. Non sanno dove sia finita.”
“Ti ringrazio, per l’aiuto, anche io la cerco, è una mia amica.”
Uscii dal bar, fuori mi aspettavano Stefy e Demon.
“Stefy, sediamoci un attimo su quella panchina.”
Dovevo far mente locale sugli avvenimenti degli ultimi giorni. Anche ritrovando il corpo di Stella, come avrei convinto l’opinione pubblica con la mia assurda storia. Anche il clone di Ricky conduceva una vita normale, tenendo nascosti i suoi più oscuri segreti. Cosa avrei fatto? Sarei andato dai suoi genitori, raccontandogli che il figlio era morto da bambino, e quello che loro credevano Ricky, in realtà era un alfiere del male? L’intera situazione era bizzarra. Chi mai poteva credermi?
Credo che in quel preciso istante, furono inviate troppe informazioni al mio cervello… mi faceva male la testa.
“Anto, stai bene?”
La guardai pensieroso
“Mica tanto, Stefy non ci crederanno mai.”
Lei chinò il capo verso il basso, n’era cosciente. Non saremmo mai riusciti a provare quello di cui eravamo stati testimoni…
Ci alzammo dalla panchina e tornammo in macchina. Avevamo finito di dissotterrare cadaveri.
Dovevamo, se potevamo, ritornare alle nostre vite quotidiane. Arrivati a casa, caricammo le valigie, chiusi la porta riponendo la chiave sotto la pietra del portico. Diedi un ultimo sguardo allo scafo… Qualcosa si mosse, non riuscii a capire cosa. Mi avvicinai all’imbarcazione per vedere. Guardai con attenzione al suo interno, era colma d’acqua salmastra.
“Anto, qualche problema?”
“No, niente di particolare, mi sono impressionato.” le risposi voltandomi.
Il rumore d’acqua mossa alle mie spalle mi fece pentire di essermi girato, mi sarei aspettato Daniela pronta per artigliarmi. Voltandomi vidi solo l’acqua muoversi. Stavo diventando paranoico. Decisi che era meglio allontanarsi alla svelta dallo scafo. Salito in macchina, misi in moto.
“Anto, ma cosa fai?”
“Aspetta un momento.” le risposi mentre scendevo dall’auto.
Ero in piedi di fronte allo scafo e lo fissavo. L’unico suono che si poteva udire in quel momento era il rumore del motore della macchina. Le cose non quadravano… Tutti gli incubi premonitori ci avevano portato alla scoperta di qualcosa. L’incubo di Ricky, o almeno quello che ci aveva raccontato, si era avverato… ai danni di Marco. La premonizione funesta di raggiungere Scario si era avverata… noi eravamo a Scario. La radura descritta da Marco esisteva, ma a riguardo del sogno di Stefy, non eravamo andati fino in fondo… qualcosa era in quello scafo… e aspettava noi.
“Stefy svuotiamo la barca.”
“Cosa… ma a pro di che?”
“Non lo so, ma credo che potremo trovarci qualcosa di interessante.”
“Tipo… un cadavere?”
“Con tutta probabilità.”
Percorsi i pochi passi che mi dividevano dal portico, presi le chiavi da sotto la mattonella e rientrai in casa. Quando ne uscii avevo con me un paio di pentole.
“Stefy, forza mettiamoci al lavoro.”
Lei non si fece pregare ed afferrò uno dei contenitori. Iniziammo senza non pochi sforzi a far fuoriuscire la putrida acqua, l’odore che fuoriuscì dalla superficie agitata era rivoltante. Quando riuscimmo a svuotare l’imbarcazione, iniziai a tastare con le dita il fondo melmoso… niente. Sul fondo non c’era alcunché. Pensai che stavo davvero impazzendo, era un pensiero che mi gironzolava per la testa sin dall’inizio degli incubi… e forse era così… stavo dando i numeri.
Tornati a Napoli, accompagnai Stefy a casa e rientrai.
“Mamma? Papà?”
Non ci fu alcuna risposta, tanto per cambiare ero solo in casa. Mi sentivo vuoto, stanco, ma soprattutto strano. Avevamo compiuto davvero la nostra missione sacra? L’incubo era finito… o eravamo solo all’inizio? Le risposte alle domande che mi perseguitavano, non si fecero attendere. Un rumore di  una porta chiusa con violenza mi fece sobbalzare. Al piano superiore della casa qualcuno aveva sbattuto una porta. Entrando avevo notato che non c’era vento… quindi… Se non era stato il vento… Rabbrividii al solo pensiero di trovarmi di nuovo al cospetto di una di quelle creature, ma oramai non avevo più niente da perdere… a parte la vita s’intende…

Continua…

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Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentottesima parte)


nailsIniziammo a perlustrare la zona, poi mi venne un’idea.
“Stefy, ricordi ieri quando abbiamo trovato la cassa dov’è sepolto Ricky?”
“Sì, allora?”
“Dalla sua cassa è uscito quel topo nominato anche nel diario di Marco.”
“Come fai ad essere sicuro che era lui?” replicò lei.
“Infatti, non lo sono, ma tentar non nuoce. Se è lo stesso topo, è anche quello che ho visto io, in quel cunicolo.”
Il ragionamento non portava da nessuna parte.
“Scusa Stefy, credevo di… Niente lasciamo perdere”.
“Ehi, Anto, però pensandoci, facciamo due conti.”
“In che senso?” le chiesi.
“Ragioniamo in base alla casa. Noi siamo entrati, poi scesi giù per le scale, lungo il primo corridoio, incappati nei resti di Ricky. Rapportiamolo a ora. Dalla collina siamo scesi un po’, qui vicino a noi c’è il cadavere di Ricky, allora…”
“Allora continuando a scendere, giù troveremo quello di Marco… La vasca era in fondo allo scantinato. Stefy, sei un genio.”
Iniziammo a discendere la ripida scarpata, fino al punto dove avevo scaraventato quegli esseri il giorno prima. Proseguimmo, dall’alto si vedeva dove finiva la scarpata della collina, terminava in una radura pianeggiante. Arrivati sul fondo, ci guardammo intorno. Non riuscivo a scorgere niente che mi potesse essere d’aiuto.
“Anto… guarda lì.”
“Dove?”
“Anto, guarda è uno stagno.”
“Sono sicuro che sia la vasca.”
A passo svelto ci dirigemmo verso la piccola pozza. Semisommerso s’intravedeva il cadavere di Marco. Era di spalle, lo riconobbi, per via dei capelli che galleggiavano.
Restai immobile, ero esterrefatto. L’avevano ucciso e lasciato marcire in una pozza.
“Anto, tiriamolo fuori.”
“È il minimo che posso fare per un vecchio amico.” risposi.
“Un paio di passi bastarono per arrivare vicino al corpo, l’acqua… o quello che era, mi bagnava le ginocchia. Era una sorta di stagno fangoso, sentivo i piedi sprofondare.
Afferrai il mio amico… lo girai… era lui… Marco. La sua camicia era lacerata in più punti. Il suo volto, pallido, violaceo, ricoperto da uno strato di melma. I suoi occhi… Gli occhi… Quelli erano… Erano… Sporgenti… e… Bianchi.
“Antoooooo.” urlò Stefy.
Già sapevo cosa avrebbe voluto dirmi.
“Quello non è il tuo amico Mar..”
Non ebbi il tempo di sentir completare la frase, ero sotto. Mi aveva afferrato per una gamba, facendomi cadere nell’acqua melmosa. Ero bloccato. Cercai di trattenere il respiro. Un colpo raggiunse lo stomaco… credo un pugno. Ingerii, senza la mia volontà. Il dolore mi aveva fatto spalancare la bocca… e vi era entrato di tutto: acqua, melma, fango, foglie, insetti acquatici, larve e chissà cosa, mi erano finiti in gola. Per il ribrezzo, balzai fuori dall’acqua e con le mani appoggiate sulle ginocchia vomitai. Mi sentivo mancare, la vista del pantano sotto di me, mi rinfrescò la memoria. Vidi un po’ di quello che avevo ingerito e poi rigurgitato… compresi i cornetti. Sentii qualcosa dietro la testa e mi ritrovai di nuovo in quell’inferno. Una mano mi teneva bloccato sul fondo fangoso di della… fogna. Non volevo bere ancora quella poltiglia, ma non riuscivo a reagire. Ero bloccato. Sentii la morsa allentarsi sulla mia testa. Rialzandomi vidi Demon attaccato ad un braccio di quella creatura. L’essere lo colpiva, poi ancora… e ancora. Ero alle spalle del mostro. Continuava a dare pugni in testa al mio cane. Demon era sempre appeso al suo braccio.
Presi una gomitata in pieno volto e volai nel pantano. Il naso mi sanguinava. Ero davvero infuriato… era arrivato il  momento di abbatterlo. Con le mani cercai qualcosa di contundente sul fondo… trovai una grossa pietra. La presi con due mani, lo strato di melma che la ricopriva la rendeva viscida, mi cadde provocando un tonfo seguito da un’esplosione d’acqua.
Vidi Marco… insomma il mostro, girarsi verso di me. Aveva sopraffatto Demon. Il mio amico era sommerso… non lo vedevo più. Avrebbe preferito morire, più che lasciare il braccio di quell’essere. Riafferrai la pietra, scagliandomi verso di loro. Il rumore della masso al contatto con la testa di quella cosa, fu di quanto più spaventoso ricordi. Un “Crack”, un rumore simile ad una noce frantumata, accompagnò entrambi sott’acqua. Riemersi. Demon era vicino a me, aveva la mandibola semichiusa, i suoi denti erano sporchi di sangue. Di quel mostro emergevano in superficie le gambe e parte del busto. La sua testa era bloccata sul fondo dalla grossa pietra. Tirai un lungo sospiro, mi tolsi un’alga dalla faccia.
Stefy era sul ciglio dello stagno… distesa.
“Distesa come se… Morta.” pensai.
“Stefyyy…” urlai, mentre cercai di togliermi dal pantano per raggiungerla.
“Anto” sussurrò, aprendo un occhio.
“Stefy, sei viva?”
“Certo, credevi di esserti liberato di me?”
“Avrei tanta voglia di baciarti, siamo vivi, capisci… Vivi.”
“Non adesso però, hai un fiato da tomba.”
Mi tappai la bocca con una mano, sorridendole con gli occhi. Lei mi accarezzo il viso. L’aiutai a rialzarsi.
“Anto, sono svenuta.”
“Non preoccuparti, non ti sei persa niente.” le dissi, voltandomi verso il corpo di quell’essere.
“Anto, ma il cadavere di Marco?”
“Adesso diamo un’altra controllata in quel pantano, anche se ne farei volentieri a meno.”
Accarezzai Demon. Ritornai in acqua, stando attento a non avvicinarmi troppo a quel clone… Le sorprese erano già abbastanza… pure troppe.
“Stefy, qui non c’è un cazzo.”.
Ero nervoso, il non poter vedere il fondo di quello specchio d’acqua, m’irritava.
Toccai con il piede qualcosa di solido. Con la mano tastai, si trattava di una grossa pietra. Continuai a cercare… toccai qualcos’altro. Approfondendo, mi resi conto che si trattava di un corpo. Rabbrividii al pensiero di aver toccato un cadavere, d’istinto ritirai la mano. Era un lavoro sporco e snervante, ma avrei dovuto tirarlo fuori. Tastando arrivai fino alle gambe, le afferrai entrambe, e cominciai a tirare. Una volta che fui all’asciutto, continuai a tirare. Fuoriuscirono le gambe, il busto, la testa e le braccia distese. Era Marco, quello che ne rimaneva. Era nudo, non aveva più la maggior parte della pelle, un grosso foro era al posto del cuore, gli occhi mancavano all’appello, come il suo organo genitale.
“Daniela aveva mantenuto le sue promesse. L’aveva scarnificato vivo.”
La visione che avevo dinanzi era talmente raccapricciante, che rimasi senza emozioni. Non piansi, non vomitai, non urlai.
Un solo pensiero mi gironzolava per la testa… un pensiero sporco, strisciante, inutile, ma allo stesso modo, allettante, delizioso, appagante… un pensiero chiamato… Vendetta.
Demon, annusava il cadavere. Stefy si era allontanata, guardava da tutt’altra parte. La capii, lo scenario che avevamo dinanzi era apocalittico. Guardai in giro, non avrei voluto che qualcuno ci vedesse in quel momento… cosa avrebbe pensato? In quel posto c’eravamo solo noi tre, in compagnia di due cadaveri.  Ci avrebbero preso per degli assassini. Dovevamo andare via… presto.
Saliti su per la scoscesa scarpata, mi ritrovai a guardare l’orizzonte. Arrivati in macchina c’è ne andammo. Attraversammo Sorrento centro, poi gli altri paesini limitrofi. A Castellammare imboccammo l’autostrada.  Al primo Autogrill che incontrammo, quello in prossimità dell’uscita di Pompei mi fermai. Da una cabina telefonica feci una chiamata.
“Polizia, pronto intervento, dica.”
“A Sorrento, percorrendo la strada che costeggia l’abergo abbandonato, non ricordo il nome, troverete due cadaveri.”
“Cosa? Mi può fornire le sue generalità per favore.”
“Lei si ricordi solo che sulla collina alle spalle dell’albergo ci sono dei cadaveri… cercate.”
Riagganciai la cornetta.
“Anto, ma perché stiamo andando verso sud?”
“Dobbiamo ritrovare anche il cadavere di Stella. Trovato quello, potremo dire di averli trovati tutti.”
“Credi che così facendo risolveremo il problema?”
La guardai, tirando un lungo sospiro.
“Non lo so.”

Continua…

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