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UN BRIVIDO SULLA SCHIENA DEL DRAGO


arona cover sitoPer la serie consigli di lettura: Un brivido sulla schiena del Drago

Arona mette davvero i brividi e in poche pagine ci catapulta nei pressi di un paese maledetto. Quello che colpisce immediatamente il lettore è l’arte dello scrittore Alessandrino nel mescolare sapientemente credi popolari, realtà, mitologia e occultismo, tutti dosati in un’unica minestra dell’orrore. Mentre si legge questo romanzo si ha la sensazione di déjà vu e non si riesce a capire se Arona stia fantasticando oppure sia l’onniscente testimone di eventi realmente accaduti.
Leggenda e realtà si mescolano facendoci vivere? Rivivere? situazioni al limite del reale, ma non lontane da una realtà spesso più feroce dei stessi incubi. Si arriva all’ultima pagina chiedendosi se tutto quello che abbiamo letto sia solo frutto della fantasia dell’autore, oppure se ci sia del reale.
Non sono riuscito a rispondere a questa domanda (credo che lo chiederò direttamente a lui), ma dopo aver letto il libro mi sono catapultato su internet per cercare alcune cose ed effettivamente qualcosa di inquietante l’ho trovato, ma non voglio rovinarvi la sorpresa.
Vi basti sapere che se uno scrittore in America ha trasformato lo stato del Maine in un raccapricciante incubo, l’italianissimo Arona è riuscito a trasformare alcuni paesini di provincia in incubi a occhi aperti. Dopo aver letto questo libro vi sarà difficile non passare sulla A26 e buttare un occhio verso le luci del paese di Masone. Forse avrete un brivido, ma comunque vada non fermatevi e tirate dritto e che non vi vanga in mente di fare una sosta sull’area di ristoro che si trova da quelle parti. Potreste non ripartire mai più.

Il libro è disponibile in due versioni, una di prestigio e l’altra in formato tascabile. Vi rimando alla scheda per approfondimenti.

VAI ALLA SCHEDA DEL LIBRO

Il Circolo del Venerdì è formato da un gruppo di bizzarri vecchietti pieni di sarcasmo e umorismo macabro, e innamorati dell’arte di raccontare storie; specialmente storie del terrore. Fin qui tutto abbastanza normale, se non fosse che questi bizzarri “soci” sono in possesso della Mappa del Drago, ovverossia un’antica carta geografica sulla quale una mano ignota ha segnato tutti i luoghi di “potere” della Terra, distinguendo le zone positive (localizzate sulla “pancia” del Drago), come Fatima, Lourdes, etc., dalle zone nelle quali il Drago (entità astratta e potentissima, flusso di energia creativa che tesse e ritesse l’essere a proprio piacimento e costantemente) manifesta la polarità negativa del proprio potere.

È proprio in questi ultimi luoghi, maledetti e terribili, dove la Morte è in agguato come un predatore famelico, che il Circolo del Venerdì si riunisce a far “veglia”, cioè a raccontare storie dell’orrore più o meno documentate da ricerche storiche, cronaca e ricordi, le quali in virtù del potere del Drago puntualmente diventano “vere”, entrano a far parte del tessuto (ben più elastico di quanto comunemente si creda) dell’esistenza, rimescolando le carte del tempo, delle cause e degli effetti, in una continua giostra di compensazioni. I racconti dei veglianti si avverano, dunque, in modi cruenti e spesso imprevedibili, giacché il Drago non è certo alla mediocre portata combinatoria degli esseri umani, e i nostri attempati “sperimentatori”, credendo di guidare il gioco mostruoso della veglia potrebbero in realtà essere guidati da una volontà superiore alla loro e cacciarsi in un mare di guai.

Masone, nei pressi della A26, è uno di questi luoghi e proprio lì il Circolo del Venerdì sta per riunirsi a far veglia. Quando l’uomo stuzzica un potere malefico al di fuori della propria portata succedono spesso cose imprevedibili… e terrificanti.

Danilo Arona (1950). Giornalista, scrittore, musicista, ma anche ricercatore sul campo di “storie ai confini della realtà”, critico cinematografico e letterario. Al suo attivo un incalcolabile numero di articoli disseminati qua e là tra giornali e riviste; saggi sul cinema horror e fantastico (Vien di notte l’Uomo Nero. Il cinema di Stephen King e Wes Craven. Il buio oltre la siepe) e saggi sul lato oscuro della realtà (Tutte storie, Satana ti vuole e Possessione mediatica). Ormai decine sono i titoli dei suoi romanzi. Citiamo Rock, La stazione del Dio del Suono, Palo Mayombe, Bloody Hell, Bad visions, Ritorno a Bassavilla, Malapunta, L’autunno di Montebuio.


Gli occhi del male. Romanzo a puntate (Capitolo finale)


free-terrible-devil-wallpaper-wallpaper_1600x1200_86164“E adesso cosa faccio?”
“Nascondi il cadavere” mi sussurrò una voce.
Misi il fucile a tracollo, presi l’uomo per le braccia e iniziai a trascinarlo. Il rumore dei piedi del cadavere che scendevano le scale mi atterriva… ero fuori di senno. Decisi di portarlo in cantina, dove avrei potuto occultare il corpo, per poi decidere con tutta calma sul da farsi. Per non lasciare impronte di trascinamento sul terreno che divideva l’abitazione dalla cantina, decisi di prendere in groppa il cadavere. Era pesante, ma i passi che dividevano l’entrata della casa dalla cantina adiacente erano davvero pochi. Passando vicino alla mia auto vidi il mio riflesso. Ma che stavo facendo nel giardino di casa mia con in braccio un cadavere di uno sconosciuto? Come avrei potuto mai spiegare? Il finestrino dell’auto specchiava alla perfezione sia la mia sagoma, che quella del povero uomo. Aveva il busto, la testa e le braccia penzolanti dietro di me, mentre le sue gambe penzolavano in avanti. Aveva gli occhi sgranati… ed erano bianchi.
“Ma cosa Accidenti?”.
Con un movimento fulmineo, catapultai l’uomo per terra… lui si rialzò. Puntava con entrambe le braccia protese in avanti verso di me. Non ci potevo credere; sembrava uno zombi… e forse lo era. Ero stanco, ma anche abituato a quei maledetti esseri con gli occhi bianchi. Afferrai il fucile che avevo a tracolla; appena la creatura mi fu vicina; mirai alla testa e feci fuoco. La sagoma cadde al suolo e la sua faccia non aveva perso i tratti, non c’era più. Buttai il fucile per terra e trascinando il cadavere mi diressi verso la cantina. A differenza delle altre volte, ero contento, non so, una contentezza isterica; dovuta dal fatto di non aver ucciso un uomo, ma una di quelle cose… che si spacciava per tale. Quando mi accinsi ad aprire la porta della cantina…
“Fermo.” Lasci quell’uomo e si metta per terra.”
Polizia e Carabinieri erano penetrati nel giardino di casa mia
Nella cantina di casa trovarono i cadaveri dei miei amici. Non so cosa successe, mi dissero poi che nella cantina dove stavo trasportando quell’essere furono trovati Marco, Stella e Ricky.

10 anni dopo…

“Venni accusato dell’omicidio di Stella, Marco e Ricky, adesso dopo dieci anni, sono ancora rinchiuso in questa clinica psichiatrica. I corpi dei miei amici, quelli veri, da me scoperti, non sono stati più ritrovati. Le autorità locali, negarono anche il fatto di aver ricevuto telefonate anonime al riguardo. Il Diario di Ricky, quello di cui le ho parlato nel mio racconto… scomparve. Quando fui arrestato, mi fu sottratto… non ho idea di che fine abbia fatto.
“Lei da dieci anni si ostenta, anche a detta di miei colleghi, a raccontare sempre la stessa storia.” Disse l’uomo in giacca e cravatta seduto dall’altra parte del tavolo.
“Sì, certo. È la verità. I suoi colleghi psicologi, psichiatri, o quello che sono, mi reputano un pazzo, un visionario, un folle… e con tutta probabilità, lei penserà la stessa cosa non appena sarà uscito da qui dentro.”
“Come fa a dire che i cadaveri trovati nella sua cantina, in realtà non erano proprio quelli dei suoi amici?”
“Mi dissero che il fatto più raccapricciante era quello che ai cadaveri erano stati asportati gli occhi; da qui ne ho dedotto che quelli ritrovati erano i “mostri” e non i miei amici. Poi c’è un un particolare che conferma ciò che dico.”
“Ovvero?.”
“Ricky, morì da bambino, quello che le autorità hanno trovato in cantina era un uomo adulto.”
“Mi tolga una curiosità. Che fine ha fatto la ragazza di nome Daniela?”
“Non era una ragazza, mi dissero che una Daniela Imperatis non era mai esistita, ma io già lo sapevo… lei in realtà era lì per cacciare qualche anima… prese quella di Marco.”
“E cosa mi dice al riguardo di Stefania?”
“La Stefania De Pretis che io tanto decantavo, non fu più trovata, mi dissero che non esisteva nessuna ragazza con quel nome. Anche la casa da me segnalata era abitata solo da due anziani… non avevano figli.”
“Lei come se lo spiega una cosa del genere? Non ha mai pensato di essersi sognato tutto?”
Le posso garantire che non mi sono sognato un cazzo. Anche in questo caso ho una mia teoria.”
“Bene, mi dica, sono qui per ascoltarla.”
“La morte.”
“Prego, come ha detto?”
“Ho detto la morte. La mietitrice di anime, la regina nera; non importa come la si chiami.”
“Lei adesso mi vuol far credere che la Stefy del suo racconto, in realtà era la morte?”
“Esatto. Lei mi era sempre vicina, aspettava, aspettava me. Non mi ha aiutato in nessuna occasione. Quando ho affrontato il male, lei era sempre in disparte. Non poteva intervenire, il suo compito era solo quello di prendere la mia anima, nel caso io… Quando la trovai riversa sul pavimento del bagno dell’autogrill, capii che era stata pestata. Ragionando sulla cosa ho dedotto che era stata picchiata, in qualche modo punita. In alcune situazioni mi era stata di grande aiuto, come nello scantinato, quando fu lei a voler cambiare direzione. Non credo che ne sarei uscito vivo senza il suo prezioso contributo. In quell’occasione fu punita da una forza superiore. Aveva sforato, era arrivata oltre le sue competenze… non credo che potesse farlo.”
“È incredibile, lei si è riuscito ad accaparrare i favori della morte.” disse l’uomo stupito “Cosa mi sa dire al riguardo del suo cane?”
“Il mio amico, in tutti i sensi. Anche il mio protettore, credo che sia stato lui a calarci la scaletta nel pozzo.”
“Un cane che porta una scala, la fissa e la fa scendere in un pozzo? Non le sembra un po’ troppo?”
“Non un cane… vogliamo chiamarlo… Angelo?”
“Che cosa? Lei mi vuol far credere che il suo cane in realtà era il suo angelo custode?”
“Perché no. Quando siamo usciti dal pozzo lui c’era, ogni volta che mi sono trovato in difficoltà… lui c’era.
È tornato a casa, dopo che lo avevamo perso a centinaia di chilometri, tirandomi fuori da un casino…”
“I cani sono intelligenti, e hanno uno spirito protettivo sui loro padroni, questo è vero, anche il fatto che sia tornato a casa è una costante riscontrata più di una volta nell’universo canino, ma da questo, a dirmi che il suo cane è un angelo… c’è ne passa, no?”.
“Non le sto dicendo che il mio cane era Rin Tin Tin. Ma lei come fa a spiegarsi che sia ritornato a casa in un tempo così breve? Le garantisco che è impossibile per un essere mortale. Poi c’è l’episodio della vasca: Quando Marco fuoriuscì da quella maledetta vasca, ricordo che prima di svenire vidi Demon. Con tutta probabilità fu lui a portarmi in salvo.”
“Il suo amico Marco è morto… Come lo spiega? Eppure dal racconto del suo diario, lo spirito di Ricky gli disse che poteva anche salvarsi…”
“Bella domanda, crede di farmi cadere in contraddizione, per poter affermare che le sto raccontando un mare di stronzate, non è vero?”
“No, assolutamente, cerco solo di capire come sia andata la storia, tutto qui.”
“Marco morì perché aveva tradito l’amicizia. Padre Alfonso, mi disse che solo l’amicizia e l’amore che ci univa avrebbero potuto sconfiggere il maligno. Marco andando a letto con la mia ragazza, che poi era… bè… un lupo. Tradì qualunque sentimento benevolo, cadendo nella trappola…”
“Guardi, lei ha raccontato la storia nei minimi particolari, com’è possibile che riesca addirittura a ricordare i dialoghi intercorsi fra lei e questi fantomatici personaggi?”
“Un incubo non si dimentica con facilità. Ma poi quali personaggi? Le sto dicendo senza mezzi termini, che l’intera vicenda è andata così come le ho spiegato. Non sono un assassino. Non ho ucciso i miei amici.”
“Ah, vede, mi ha parlato d’incubo, allora si è sognato tutto?”
“Non era un incubo, l’ho detto solo per farle comprendere le atrocità di cui sono stato testimone.”
L’uomo si alzò dalla sedia dirigendosi verso la finestra alle sue spalle.
“Se lei continua a raccontarmi queste assurdità, io non potrò esserle di nessun aiuto. Non posso farla uscire da questa clinica, capisce?”
“Scusi, a lei che importa, mica è il mio avvocato?”
“No, ma vede, lei è un uomo di grandi capacità, è un peccato vederla rinchiuso in un posto del genere… è sprecato.”
“Ho detto solo la verità. E continuerò a dirla, finché avrò vita.”
“Sì, questo non lo metto in dubbio, ma una piccola bugia potrebbe aiutarla… Poi il fatto che lei ricordi tutto è un bene per noi.”
“Cosa? Non lo mette in dubbio? Allora mi crede? Lei mi crede?”
“Detto tra noi, io potrei anche crederla, ma non lo dica in giro…”
“Non intendo mentire, mentirei anche ai miei poveri amici… è il minimo che possa fare per loro è dire la verità, non voglio che si siano sacrificati per niente.”
“Deve capire che per le persone risulta un po’ difficile comprendere cose del genere. Si reputano credenti, vanno in chiesa tutte le domeniche, ma in realtà i veri credenti, quelli che anche senza andare in chiesa credono sul serio, sono davvero pochi.”
“Sì, sono d’accordo con lei, ma cosa dovrei fare… dire: guardate che ho avuto allucinazioni, adesso sono guarito, arrivederci a tutti e grazie?”
“Esatto. Lei deve mentire, solo mentendo riuscirà a riavere la libertà.”
“Guardi, che non voglio affrontare una vita di rimorsi, preferisco stare qui e avere l’anima in pace.”
“Mi sono scomodato personalmente per tirarla fuori da questo posto… Ma deve collaborare.”
“Si è scomodato? Scusi ma lei chi è?”
“Comunque sia, mi dispiace, ma adesso devo proprio andare” disse l’uomo guardando dalla finestra.
“No. Aspetti un attimo. Lei ha detto di credermi, vero?”
“Certo. Io la credo, ma nessun altro lo farà al di fuori di me. Mi dispiace non poterla portare via da questo posto. Lei è riuscito a mediare con la morte, a capire che il suo cane era un protettore, a comprendere e affrontare le tenebre… mi riferisco al lupo, e infine è sfuggito al male. Il fatto più sorprendente e che lei è ancora vivo. Guardi è assurdo.”
“Allora lei crede ad ogni mia parola?”
“Come non potrei.” disse l’uomo, voltandosi.
Il suo sorriso era bianco, come i suoi occhi.
“Ma… Ma lei… è uno di quegli esseri? Un alfiere del male?”
“Fuochino… Io sono il Male.

Continua…

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Gli occhi del male. Romanzo a puntate (quarantesima parte)


Jason_Mask_by_WiwewoMi ricordai che nel ripostiglio vicino l’entrata, mio padre teneva i fucili da caccia… Non avevo mai sparato, ma decisi che era arrivata l’ora di imparare. Presi il più grosso dei tre, sentii che era pesantissimo, e vidi che aveva due canne. Aprendolo notai che era scarico, ai piedi della bacheca aprii un cassetto, all’interno vi erano cartucce di vario calibro. Pallettoni piccoli… medi… Optai per quelli grandi. Sul bordo della cartuccia vi era impresso il disegno di un cinghiale, pensai che la rappresentazione era chiara… si trattava con tutta probabilità di proiettili per la caccia al cinghiale. Inserii due cartucce in canna e richiusi l’arma. Nonostante infilai in tasca una decina di pallottole, sapevo che in un incontro ravvicinato con uno di quegli esseri, non avrei avuto il tempo di ricaricare l’arma. Dovevo per forza di cose affidarmi ai due grossi proiettili in canna. Non potevo permettermi il lusso di sbagliare un colpo. L’arma era davvero pesante, uscito dal piccolo ripostiglio, feci qualche prova di mira, poggiando il calcio sulla spalla e tentando di far collimare il mio occhio destro con l’estremità della canna… niente. Tremavo, la mia mira era traballante, il peso dell’arma mi deconcentrava. Decisi di impugnarlo come un fucile a canne mozze, l’avevo visto fare in tanti film d’azione… avrei potuto farlo anche io. Iniziai a salire la prima rampa di scale, tenendo l’arma ben stretta con entrambe le mani. Le lunghe canne del fucile puntavano dritto davanti a me, all’altezza della vita. Quando mi trovai sul pianerottolo che mi avrebbe condotto alla seconda rampa di scale, guardai in alto. La scala terminava nel buio del piccolo ingresso che poi mi avrebbe dato accesso alle camere da letto, oltre che ai bagni. Continuando a salire la seconda rampa di scale mi sforzavo per cercare di udire qualcosa, ma l’intero ambiente era nel più completo silenzio, l’unico terrificante rumore proveniva dai miei pesanti passi sui gradini di marmo. La casa era molto vecchia, ed alcune lastre di marmo si erano scollate ed emettevano sinistri rumori. Arrivato alla sommità della scala pigiai sull’interruttore che avrebbe dato luce alla sala. Dalla posizione in cui ero riuscivo a vedere la porta della camera da letto dei miei… era aperta. S’intravedeva inoltre la stanza di mio fratello, la porta era semiaperta. Centralmente fra le due porte c’era la mia camera… era chiusa. Era stata quella a fare rumore… n’ero sicuro. Iniziai ad avanzare verso la piccola sala, pochi passi bastarono per raggiungere la porta. Lasciai la fredda canna del fucile per afferrare l’altrettanto fredda maniglia d’ottone. La girai e spinsi. La luce della saletta dove ero inondò la piccola cameretta. Rimanendo sulla soglia della porta tastai il muro adiacente in cerca dell’interruttore della luce, una volta trovato scoprii che era stato inutile, la luce non si accendeva, anche perché era in frantumi sul pavimento, fra la luce proveniente dalla sala antistante e la mia ombra proiettata sul pavimento, vidi tanti piccoli cristalli… con tutta probabilità quello che rimaneva della lampadina. Mi scostai su un lato, sempre rimanendo fuori dalla stanza, così da permettere al fascio di luce di inondare la camera. Sembrava tutto in ordine, come sempre. In quel momento, le maschere dell’orrore che collezionavo mi facevano paura, erano sinistre, quasi spettrali, poggiate una accanto all’altra su una mensola nella penombra. Afferrai il pomello e richiusi la porta.
Tutto in ordine pensai.
“Tutto in ordine un corno.” urlò una voce dentro me.
Sgranai gli occhi, quasi per voler far percepire il mio stato d’animo a Stefy, ma ero solo, nessuno poteva vedermi… almeno così speravo. La stanza non era tutta in ordine, la lampadina era frantumata sul pavimento, e la maschera di Jason (il massacratore di Cristal Lake), non era sullo scaffale, bensì dall’altro lato vicino alla scrivania, sulla sedia… Qualcuno aveva indossato la maschera e se ne stava seduto in camera mia. Mi voltai, e mi pentii di aver richiuso la porta. Adesso avrei dovuto avvicinarmi, per poter aprire la porta e guardare ancora nella camera.
La maschera fuori posto era una di quelle che mette i brividi. Si trattava di una vecchia protezione che usavano i portieri da Hockey, era biancastra, e ricoperta di piccoli fori, oltre ad averne due grandi per poterci guardare attraverso.
Ricordo che l’avevo indossata per varie feste di Carnevale, Halloween ed altre occasioni, per il puro gusto di terrorizzare compagni un po’ fifoni. Adesso il terrorizzato ero io, per guardare chi indossasse la maschera, avrei dovuto toglierla… C’era un’unica soluzione… sparare. Mi avvicinai alla porta, ma non ebbi il tempo di afferrare la maniglia… Un rumore di passi appena dietro la lastra di legno che mi separava dal “mostro” bloccò la mia azione. Con entrambe le mani strinsi il fucile, l’indice della mano destra accarezzava il grilletto, il pugno di quella sinistra serrava la canna. Mirai ad occhio e croce a mezzo busto e feci fuoco in direzione della porta. Balzai in aria e subito dopo ero a terra sul pavimento. Il contraccolpo era stato violentissimo. Mi ritrovai spalle a terra con il fucile poco distante. Guardando verso la porta vidi dei grossi fori; schegge di legno erano riverse sul pavimento. Cercai di udire un lamento, qualsiasi rumore. Ero immobile, ebbi l’impressione che il tempo si fosse fermato, intorno a me l’aria era stagna… pesante, per via dell’odore del bruciato provocato dallo sparo. Tastai il pavimento, senza togliere lo sguardo dalla porta; presi il fucile. Un sinistro scricchiolare mi fece trasudare. Il pomello d’ottone si muoveva, lento ed inesorabile girava da un lato. Qualcuno, lo stesso che indossava la maschera, aveva deciso di uscire dalla camera. Dovevo ragionare in fretta, dovevo decidere se affidare tutte le mie speranze nella cartuccia che mi rimaneva in canna o se aprire l’arma e rimpiazzare la pallottola esplosa. Optai per la prima scelta. La porta si aprì, la luce della saletta dove mi trovavo illuminò la sinistra figura sulla soglia della porta. L’essere eri lì a guardarmi… impassibile… indossava la maschera da Hockey, ed era vestito di nero. Prima traballò, poi cadde di sasso verso di me, per la paura emanai un urlo, ma era evidente che il mio colpo aveva fatto centro. L’uomo, la creatura, o quello che era riverso sul pavimento… immobile. Mi alzai e mi avvicinai alla figura, girandola da un lato potei vedere del sangue fuoriuscire dall’addome… lo avevo colpito in pieno. Posai una mano sulla maschera, tirandola via. Vidi un uomo di mezza età… il suo volto non mi raccontava nulla di familiare, per me era un completo sconosciuto. Aveva gli occhi sgranati, e non erano bianchi. Guardai con più attenzione l’abbigliamento dell’uomo… era nero, frugando in una tasca trovai un enorme mazzo di chiavi; la cosa strana era che le chiavi non avevano dentatura, erano lisce.
“Oddio.”
Mi resi conto di aver ucciso, non un alfiere del male, non una nauseabonda creatura, e neanche un essere non terreno… ma un uomo, un ladro… un povero disperato che cercava di guadagnarsi la pagnotta, con tutta probabilità per sfamare i suoi cinque figli. Mi sentivo male, ero attonito, sconvolto e disorientato.
“E adesso cosa faccio?”.
“Nascondi il cadavere” mi sussurrò una voce.
Misi il fucile a tracollo, presi l’uomo per le braccia e iniziai a trascinarlo. Il rumore dei piedi del cadavere che scendevano le scale mi atterriva… ero fuori di senno. Decisi di portarlo in cantina, dove avrei potuto occultare il corpo, per poi decidere con tutta calma sul da farsi. Per non lasciare impronte di trascinamento sul terreno che divideva l’abitazione dalla cantina, decisi di prendere in groppa il cadavere. Era pesante, ma i passi che dividevano l’entrata della casa dalla cantina adiacente erano davvero pochi. Passando vicino alla mia auto vidi il mio riflesso. Ma che stavo facendo nel giardino di casa mia con in braccio un cadavere di uno sconosciuto? Come avrei potuto mai spiegare? Il finestrino dell’auto specchiava alla perfezione sia la mia sagoma, che quella del povero uomo. Aveva il busto, la testa e le braccia penzolanti dietro di me, mentre le sue gambe penzolavano in avanti. Aveva gli occhi sgranati… ed erano bianchi.

Continua…

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Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentanovesima parte)


101946_koridor_temnota_dveri_razvaliny_mrachno_1920x1200_(www.GdeFon.ru)Finito di percorrere il tratto autostradale, imboccammo la superstrada. Usciti dalla galleria, dove avevo visto per la prima volta lo spirito di Ricky, guardai nello specchietto retrovisore, ma niente. Demon era seduto in mezzo ai due sedili posteriori, aveva le orecchie dritte e uno sguardo vigile. I venti minuti che ci separavano da Scario, sembravano interminabili.
“Stefy, credo che avremo bisogno di una doccia.”
“Sì, credo che sia necessaria.”
Arrivati a casa, prendemmo le valigie. Non potevamo fare la doccia all’aperto, faceva troppo freddo quella mattina, decidemmo ci lavarci nel piccolo bagno di casa. Con l’aiuto di un asciugamano bagnata mi diedi una rinfrescata. Poi lavai i capelli sotto il getto d’acqua del lavandino. Uscito dal bagno mi diressi nella camera adiacente. Misi un paio di scarpe da ginnastica, un jeans e un maglione a collo alto. Uscito dalla stanza, sentii il rumore d’acqua provenire dal bagno. Demon era riverso sul pavimento.
Guardando dalla finestra vidi il grande portico, sempre ricoperto di aghi di pino. Lì in fondo, abbandonato al suo destino, lo scafo.
Ero, impaziente, sapevo che qualcosa doveva accadere, ma l’attesa mi snervava.
“Stefy” urlai.
“Sì, dimmi?”
“Vado giù in paese, tu e Demon aspettatemi qui.”
La porta del bagno si aprì di scatto.
“Anto, ma sei impazzito?”
“No. Solo prudente, vado giù in paese, devo controllare alcune cose lasciate in sospeso… torno subito… e poi non voglio farti correre ulteriori rischi.”
“Anto, non se ne parla proprio, metto qualcosa e scendiamo insieme.” disse, dirigendosi nella camera da letto.
“Cavolo, com’è testarda.” pensai.
Uscii sul portico, seguirono Stefy e Demon. Chiusi la porta di casa e salimmo in macchina. Arrivati giù in paese, parcheggiai l’auto all’inizio del lungomare. Dovevo vederci chiaro, dovevo ripercorrere le tappe fatte in precedenza. Diedi uno sguardo al grosso campanile della chiesa, poi mi ricordai il piccolo bar alle sue spalle, dove avevo parlato con Padre Alfonso. L’insegna era in legno sbiadita e scolorita dal tempo, la piccola finestra del bar era sbarrata, come anche la porta. Il locale in realtà era chiuso da anni.
Proseguendo per il lungomare, vidi il bar dove ero andato a cercare Stella. Era aperto.
“Buongiorno.”
“Salve” rispose un ragazzo.
“Scusa, conosci una certa Stella?”
“Certo. Ma è sparita da alcuni giorni, non è più scesa a lavorare.”
Gli stavo per raccontare, che forse Stella era morta già da anni. Ma non mi sembrava il caso di iniziare a farneticare.
“Anche la sua famiglia è preoccupata. Non sanno dove sia finita.”
“Ti ringrazio, per l’aiuto, anche io la cerco, è una mia amica.”
Uscii dal bar, fuori mi aspettavano Stefy e Demon.
“Stefy, sediamoci un attimo su quella panchina.”
Dovevo far mente locale sugli avvenimenti degli ultimi giorni. Anche ritrovando il corpo di Stella, come avrei convinto l’opinione pubblica con la mia assurda storia. Anche il clone di Ricky conduceva una vita normale, tenendo nascosti i suoi più oscuri segreti. Cosa avrei fatto? Sarei andato dai suoi genitori, raccontandogli che il figlio era morto da bambino, e quello che loro credevano Ricky, in realtà era un alfiere del male? L’intera situazione era bizzarra. Chi mai poteva credermi?
Credo che in quel preciso istante, furono inviate troppe informazioni al mio cervello… mi faceva male la testa.
“Anto, stai bene?”
La guardai pensieroso
“Mica tanto, Stefy non ci crederanno mai.”
Lei chinò il capo verso il basso, n’era cosciente. Non saremmo mai riusciti a provare quello di cui eravamo stati testimoni…
Ci alzammo dalla panchina e tornammo in macchina. Avevamo finito di dissotterrare cadaveri.
Dovevamo, se potevamo, ritornare alle nostre vite quotidiane. Arrivati a casa, caricammo le valigie, chiusi la porta riponendo la chiave sotto la pietra del portico. Diedi un ultimo sguardo allo scafo… Qualcosa si mosse, non riuscii a capire cosa. Mi avvicinai all’imbarcazione per vedere. Guardai con attenzione al suo interno, era colma d’acqua salmastra.
“Anto, qualche problema?”
“No, niente di particolare, mi sono impressionato.” le risposi voltandomi.
Il rumore d’acqua mossa alle mie spalle mi fece pentire di essermi girato, mi sarei aspettato Daniela pronta per artigliarmi. Voltandomi vidi solo l’acqua muoversi. Stavo diventando paranoico. Decisi che era meglio allontanarsi alla svelta dallo scafo. Salito in macchina, misi in moto.
“Anto, ma cosa fai?”
“Aspetta un momento.” le risposi mentre scendevo dall’auto.
Ero in piedi di fronte allo scafo e lo fissavo. L’unico suono che si poteva udire in quel momento era il rumore del motore della macchina. Le cose non quadravano… Tutti gli incubi premonitori ci avevano portato alla scoperta di qualcosa. L’incubo di Ricky, o almeno quello che ci aveva raccontato, si era avverato… ai danni di Marco. La premonizione funesta di raggiungere Scario si era avverata… noi eravamo a Scario. La radura descritta da Marco esisteva, ma a riguardo del sogno di Stefy, non eravamo andati fino in fondo… qualcosa era in quello scafo… e aspettava noi.
“Stefy svuotiamo la barca.”
“Cosa… ma a pro di che?”
“Non lo so, ma credo che potremo trovarci qualcosa di interessante.”
“Tipo… un cadavere?”
“Con tutta probabilità.”
Percorsi i pochi passi che mi dividevano dal portico, presi le chiavi da sotto la mattonella e rientrai in casa. Quando ne uscii avevo con me un paio di pentole.
“Stefy, forza mettiamoci al lavoro.”
Lei non si fece pregare ed afferrò uno dei contenitori. Iniziammo senza non pochi sforzi a far fuoriuscire la putrida acqua, l’odore che fuoriuscì dalla superficie agitata era rivoltante. Quando riuscimmo a svuotare l’imbarcazione, iniziai a tastare con le dita il fondo melmoso… niente. Sul fondo non c’era alcunché. Pensai che stavo davvero impazzendo, era un pensiero che mi gironzolava per la testa sin dall’inizio degli incubi… e forse era così… stavo dando i numeri.
Tornati a Napoli, accompagnai Stefy a casa e rientrai.
“Mamma? Papà?”
Non ci fu alcuna risposta, tanto per cambiare ero solo in casa. Mi sentivo vuoto, stanco, ma soprattutto strano. Avevamo compiuto davvero la nostra missione sacra? L’incubo era finito… o eravamo solo all’inizio? Le risposte alle domande che mi perseguitavano, non si fecero attendere. Un rumore di  una porta chiusa con violenza mi fece sobbalzare. Al piano superiore della casa qualcuno aveva sbattuto una porta. Entrando avevo notato che non c’era vento… quindi… Se non era stato il vento… Rabbrividii al solo pensiero di trovarmi di nuovo al cospetto di una di quelle creature, ma oramai non avevo più niente da perdere… a parte la vita s’intende…

Continua…

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Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentottesima parte)


nailsIniziammo a perlustrare la zona, poi mi venne un’idea.
“Stefy, ricordi ieri quando abbiamo trovato la cassa dov’è sepolto Ricky?”
“Sì, allora?”
“Dalla sua cassa è uscito quel topo nominato anche nel diario di Marco.”
“Come fai ad essere sicuro che era lui?” replicò lei.
“Infatti, non lo sono, ma tentar non nuoce. Se è lo stesso topo, è anche quello che ho visto io, in quel cunicolo.”
Il ragionamento non portava da nessuna parte.
“Scusa Stefy, credevo di… Niente lasciamo perdere”.
“Ehi, Anto, però pensandoci, facciamo due conti.”
“In che senso?” le chiesi.
“Ragioniamo in base alla casa. Noi siamo entrati, poi scesi giù per le scale, lungo il primo corridoio, incappati nei resti di Ricky. Rapportiamolo a ora. Dalla collina siamo scesi un po’, qui vicino a noi c’è il cadavere di Ricky, allora…”
“Allora continuando a scendere, giù troveremo quello di Marco… La vasca era in fondo allo scantinato. Stefy, sei un genio.”
Iniziammo a discendere la ripida scarpata, fino al punto dove avevo scaraventato quegli esseri il giorno prima. Proseguimmo, dall’alto si vedeva dove finiva la scarpata della collina, terminava in una radura pianeggiante. Arrivati sul fondo, ci guardammo intorno. Non riuscivo a scorgere niente che mi potesse essere d’aiuto.
“Anto… guarda lì.”
“Dove?”
“Anto, guarda è uno stagno.”
“Sono sicuro che sia la vasca.”
A passo svelto ci dirigemmo verso la piccola pozza. Semisommerso s’intravedeva il cadavere di Marco. Era di spalle, lo riconobbi, per via dei capelli che galleggiavano.
Restai immobile, ero esterrefatto. L’avevano ucciso e lasciato marcire in una pozza.
“Anto, tiriamolo fuori.”
“È il minimo che posso fare per un vecchio amico.” risposi.
“Un paio di passi bastarono per arrivare vicino al corpo, l’acqua… o quello che era, mi bagnava le ginocchia. Era una sorta di stagno fangoso, sentivo i piedi sprofondare.
Afferrai il mio amico… lo girai… era lui… Marco. La sua camicia era lacerata in più punti. Il suo volto, pallido, violaceo, ricoperto da uno strato di melma. I suoi occhi… Gli occhi… Quelli erano… Erano… Sporgenti… e… Bianchi.
“Antoooooo.” urlò Stefy.
Già sapevo cosa avrebbe voluto dirmi.
“Quello non è il tuo amico Mar..”
Non ebbi il tempo di sentir completare la frase, ero sotto. Mi aveva afferrato per una gamba, facendomi cadere nell’acqua melmosa. Ero bloccato. Cercai di trattenere il respiro. Un colpo raggiunse lo stomaco… credo un pugno. Ingerii, senza la mia volontà. Il dolore mi aveva fatto spalancare la bocca… e vi era entrato di tutto: acqua, melma, fango, foglie, insetti acquatici, larve e chissà cosa, mi erano finiti in gola. Per il ribrezzo, balzai fuori dall’acqua e con le mani appoggiate sulle ginocchia vomitai. Mi sentivo mancare, la vista del pantano sotto di me, mi rinfrescò la memoria. Vidi un po’ di quello che avevo ingerito e poi rigurgitato… compresi i cornetti. Sentii qualcosa dietro la testa e mi ritrovai di nuovo in quell’inferno. Una mano mi teneva bloccato sul fondo fangoso di della… fogna. Non volevo bere ancora quella poltiglia, ma non riuscivo a reagire. Ero bloccato. Sentii la morsa allentarsi sulla mia testa. Rialzandomi vidi Demon attaccato ad un braccio di quella creatura. L’essere lo colpiva, poi ancora… e ancora. Ero alle spalle del mostro. Continuava a dare pugni in testa al mio cane. Demon era sempre appeso al suo braccio.
Presi una gomitata in pieno volto e volai nel pantano. Il naso mi sanguinava. Ero davvero infuriato… era arrivato il  momento di abbatterlo. Con le mani cercai qualcosa di contundente sul fondo… trovai una grossa pietra. La presi con due mani, lo strato di melma che la ricopriva la rendeva viscida, mi cadde provocando un tonfo seguito da un’esplosione d’acqua.
Vidi Marco… insomma il mostro, girarsi verso di me. Aveva sopraffatto Demon. Il mio amico era sommerso… non lo vedevo più. Avrebbe preferito morire, più che lasciare il braccio di quell’essere. Riafferrai la pietra, scagliandomi verso di loro. Il rumore della masso al contatto con la testa di quella cosa, fu di quanto più spaventoso ricordi. Un “Crack”, un rumore simile ad una noce frantumata, accompagnò entrambi sott’acqua. Riemersi. Demon era vicino a me, aveva la mandibola semichiusa, i suoi denti erano sporchi di sangue. Di quel mostro emergevano in superficie le gambe e parte del busto. La sua testa era bloccata sul fondo dalla grossa pietra. Tirai un lungo sospiro, mi tolsi un’alga dalla faccia.
Stefy era sul ciglio dello stagno… distesa.
“Distesa come se… Morta.” pensai.
“Stefyyy…” urlai, mentre cercai di togliermi dal pantano per raggiungerla.
“Anto” sussurrò, aprendo un occhio.
“Stefy, sei viva?”
“Certo, credevi di esserti liberato di me?”
“Avrei tanta voglia di baciarti, siamo vivi, capisci… Vivi.”
“Non adesso però, hai un fiato da tomba.”
Mi tappai la bocca con una mano, sorridendole con gli occhi. Lei mi accarezzo il viso. L’aiutai a rialzarsi.
“Anto, sono svenuta.”
“Non preoccuparti, non ti sei persa niente.” le dissi, voltandomi verso il corpo di quell’essere.
“Anto, ma il cadavere di Marco?”
“Adesso diamo un’altra controllata in quel pantano, anche se ne farei volentieri a meno.”
Accarezzai Demon. Ritornai in acqua, stando attento a non avvicinarmi troppo a quel clone… Le sorprese erano già abbastanza… pure troppe.
“Stefy, qui non c’è un cazzo.”.
Ero nervoso, il non poter vedere il fondo di quello specchio d’acqua, m’irritava.
Toccai con il piede qualcosa di solido. Con la mano tastai, si trattava di una grossa pietra. Continuai a cercare… toccai qualcos’altro. Approfondendo, mi resi conto che si trattava di un corpo. Rabbrividii al pensiero di aver toccato un cadavere, d’istinto ritirai la mano. Era un lavoro sporco e snervante, ma avrei dovuto tirarlo fuori. Tastando arrivai fino alle gambe, le afferrai entrambe, e cominciai a tirare. Una volta che fui all’asciutto, continuai a tirare. Fuoriuscirono le gambe, il busto, la testa e le braccia distese. Era Marco, quello che ne rimaneva. Era nudo, non aveva più la maggior parte della pelle, un grosso foro era al posto del cuore, gli occhi mancavano all’appello, come il suo organo genitale.
“Daniela aveva mantenuto le sue promesse. L’aveva scarnificato vivo.”
La visione che avevo dinanzi era talmente raccapricciante, che rimasi senza emozioni. Non piansi, non vomitai, non urlai.
Un solo pensiero mi gironzolava per la testa… un pensiero sporco, strisciante, inutile, ma allo stesso modo, allettante, delizioso, appagante… un pensiero chiamato… Vendetta.
Demon, annusava il cadavere. Stefy si era allontanata, guardava da tutt’altra parte. La capii, lo scenario che avevamo dinanzi era apocalittico. Guardai in giro, non avrei voluto che qualcuno ci vedesse in quel momento… cosa avrebbe pensato? In quel posto c’eravamo solo noi tre, in compagnia di due cadaveri.  Ci avrebbero preso per degli assassini. Dovevamo andare via… presto.
Saliti su per la scoscesa scarpata, mi ritrovai a guardare l’orizzonte. Arrivati in macchina c’è ne andammo. Attraversammo Sorrento centro, poi gli altri paesini limitrofi. A Castellammare imboccammo l’autostrada.  Al primo Autogrill che incontrammo, quello in prossimità dell’uscita di Pompei mi fermai. Da una cabina telefonica feci una chiamata.
“Polizia, pronto intervento, dica.”
“A Sorrento, percorrendo la strada che costeggia l’abergo abbandonato, non ricordo il nome, troverete due cadaveri.”
“Cosa? Mi può fornire le sue generalità per favore.”
“Lei si ricordi solo che sulla collina alle spalle dell’albergo ci sono dei cadaveri… cercate.”
Riagganciai la cornetta.
“Anto, ma perché stiamo andando verso sud?”
“Dobbiamo ritrovare anche il cadavere di Stella. Trovato quello, potremo dire di averli trovati tutti.”
“Credi che così facendo risolveremo il problema?”
La guardai, tirando un lungo sospiro.
“Non lo so.”

Continua…

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Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentasettesima parte)


Alba nel legnoScendendo verso il centro di Sorrento, vidi un bar. Mi fermai.
Scesi dalla macchina, ci dirigemmo al suo interno. L’ambiente era carino, un po’ americano. Sulle pareti vi erano vecchi quadri, contenenti foto in bianco e nero di gloriose star dello sport. Dei tavoli e delle sedie di legno erano in un angolo. Dietro il piccolo banco, ricoperto da una lastra di marmo, vi era un uomo di bassa statura, con pochi capelli bianchi sparsi per la testa. All’interno del piccolo locale permeava un’aria di buono…
“Cornetti caldi…” pensai.
“Buongiorno”.
“Buongiorno a lei, buon uomo” gli risposi… avevo sempre sognato dirlo.
Ci accomodammo a uno dei tavoli. Demon si accucciò per terra.
“Cosa vi porto?” disse l’anziano barista, restando dietro il banco vicino la macchina del caffè.
“Stefy, tu cosa prendi?” bisbigliai.
“Un cornetto e un cappuccino.”
“Ok, vorremmo tre cornetti e due cappuccini, per favore.”
“I cornetti, come?”.
“Cioccolata, grazie.”
Stefy, annuì col capo accennando un sorriso, poi si passo una mano fra i capelli. “Ne mangi due?”
“No, ma Demon dovrà pur mangiare qualcosa, no?”
“Hai ragione. Ciao piccolo Demon, cucciolo.”
“Ecco i cornetti, un attimo e vi servo il caffèllatte.”
“Anto, sono buonissimi.”
“Sì, è vero, anche Demon sembra aver gradito.”
Aveva ingoiato il cornetto, senza nemmeno masticarlo.
“Scusi signore, può portarci altri tre cornetti?”
“Certo.”
“Bene, ecco i cappuccini e gli altri cornetti.”
“Grazie.”
“Le porto anche un po’ d’acqua per Demon?”.
“Cosa? Ma come fa a sapere il nome del cane?”
“La signorina l’ha chiamato per nome se non erro.”
Guardai Stefy, lei annui, mentre ingoiava l’ultima sfoglia di cialda.
Avevo fatto la mia figura giornaliera… quella dell’imbecille.
“Mi scusi, per la domanda stupida.”
“Non si preoccupi.”
“Sì, grazie un po’ d’acqua gli farà bene… Ma scusi, non gli ho nemmeno chiesto se il cane poteva entrare.”
“Nessun problema, qui non siamo in centro, a quest’ora non arriva mai nessuno, solo qualche amico.”
“Eccoti il tuo cornetto e questa volta fallo durare.”
Lo ingoiò intero, per poi scodinzolare.
Stefy, sorrise divertita, io feci altrettanto.
“Ecco l’acqua.” disse l’uomo posando per terra una ciotola.
“Scusi, le posso fare una domanda?”
“Sì, mi dica.”
“L’hotel se s’incontra salendo per questa strada…”
“Sì, l’albergo è chiuso da una cinquantina di anni, ormai è decadente.” interruppe l’uomo.
“Volevo sapere…”
“Io, non so niente.” borbottò.
Sembrava seccato, non ne voleva parlare, era evidente.
“L’albergo andò in fiamme, e ci rimise la vita anche mio padre, non lo ho più visto.”
“Ci dispiace.” disse Stefy.
“Non preoccupatevi, sono cose che capitano. E forse è stato meglio così.”
“In che senso?” gli dissi.
“Mio padre aveva le allucinazioni, diceva di vedere cose che in realtà non esistevano, come un vecchio rudere in cima alla collina.”
“Cosa? Lei davvero dice?” gridai, alzandomi dalla sedia.
L’uomo indietreggio di qualche passo. Stefy, mi rimproverò con lo sguardo, cercai di controllarmi, sedendomi.
“Mi scusi… ma… Ci dica pure.” tagliai corto.
“Quella notte che morì nell’incendio, mi disse che non ci saremmo più visti e così è stato.”
“Ha una foto di suo padre?” gli chiesi, senza non poco imbarazzo.
L’uomo mi guardò sospettoso. Estrasse dal taschino posteriore dei pantaloni un vecchio portafoglio, mi mostrò una foto.
Era l’uomo della reception, lo stesso che ci aveva indicato la strada per la salvezza.
Il vecchietto del bar aveva bisogno di un aiuto psicologico, decisi di darglielo.
“Senta, può anche non crederci, ma noi siamo angeli.”
“Cosa? Cos’è uno scherzo… se è così, molto divertente, davvero.”
Stefy, mi guardava incuriosita.
“Forse non ha capito, si sieda, che le racconto qualcosa che potrebbe interessarla.”
L’uomo mi guardò con aria stupita, poi tirò all’indietro una sedia accostata al tavolo e si sedette.
“Come le ho detto, noi siamo angeli. Suo padre, sta bene. E…”
“Come si permette di scherzare con i sentimenti delle persone… giovanotto” interruppe seccato.
“Mi faccia finire il discorso, poi sarà lei stesso a giudicare.”
L’uomo s’imbronciò, alzando un sopracciglio.
“Le dicevo che suo padre sta bene. Non è mai stato allucinato, non era pazzo, ne tanto meno un visionario. La casa sulla collina c’è, ma non tutti la vedono.”
“Cosa? E come faccio a credervi… mi avete preso per imbecille, sarò anche anziano, ma il cervello mi funziona ancora.”
“Il rudere che suo fratello diceva di vedere, era senza porta, aveva due finestre senza infissi. Il tutto dava l’impressione di un volto con la bocca spalancata. Lo stabile era ricoperto di rampicanti.”
L’uomo rimase a bocca aperta. Prese il mio cappuccino e ne bevve un po’, asciugandosi le labbra con un braccio.
“Per la miseria… siete davvero angeli.”
“S… Vede… Sì, diciamo di sì.”
“Come sta… è felice dove si trova?”
“Credo di sì. Appenda questo nel suo bar, lui ne sarà felice”
Mi sciolsi dalla vita il giubbotto di Marco, e gli e lo diedi.
“Il bomber originale dei Miami Dolphin.” disse l’uomo, con le lacrime agli occhi.
“Lo so. Lui avrebbe voluto comprarlo per lei, ma non ha fatto in tempo.”
“È incredibile, dopo la sua morte, non ho più creduto in Dio, e adesso…”
“Voglio che lei sappia una cosa. Suo padre non era pazzo.”
“Ho creduto per una vita intera che lo fosse, ma mi sbagliavo.” farfuglio l’uomo, asciugandosi le lacrime.
“Ora dobbiamo andare, si tenga il giubbotto, e continui la sua vita, suo padre le è vicino.”
Feci un occhiolino a Stefy. Lasciammo l’uomo assorto nei suoi pensieri, con il giubbotto di Marco fra le mani.
“Dovevamo pur sdebitarci con l’uomo della reception.”
Stefy sorrise, annuendo col capo. Saliti in auto, risalimmo verso la collina, sulla sinistra potei vedere l’hotel dove eravamo stati.
“Una dimora per fantasmi.” pensai.
Arrivati fin dove la strada lo permetteva, proseguimmo a piedi. Il cielo era nuvoloso, ma non avrebbe piovuto… almeno per ora… Arrivati nei pressi dei resti di Ricky, mi accorsi che nessuno aveva toccato niente. Il terreno da me ammassato era ancora lì.
“Stefy, forza, dobbiamo trovare i resti di Marco.”
“Ok, Anto.”

Continua…

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I Vivi, I Morti e gli Altri di Claudio Vergnani


Claudio Vergnani I Vivi I Morti e gli AltriDal 21 marzo in libreria

Dopo il successo della trilogia dedicata ai vampiri modenesi (Il 18° Vampiro, Il 36° Giusto e L’ora più buia), arriva finalmente in libreria il nuovo romanzo horror di
Claudio Vergnani

I Vivi, I Morti e gli Altri

(Gargoyle, collana Books, pp. 480, euro 14.90, EAN 978 88 98172047)

IL LIBRO SARÀ PRESENTATO A LIBRI COME, FESTA DEL LIBRO E DELLA LETTURA, VENERDÌ 15 MARZO ORE 19.00, OFFICINA 3 – AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA

Che la morte sia “per sempre” è l’unica certezza data agli esseri umani. Ma quando i cadaveri escono dalle loro tombe e invadono le città, quando gli zombi divorano gli umani trasformandoli a loro volta in feroci e orrende creature, quando la disperazione e il terrore prendono il sopravvento, allora anche quest’unica certezza crolla.

Oprandi, ex militare di mezza età, stanco dalla vita e alcolizzato, senza certezze né speranze, viene assoldato per dare la morte definitiva a coloro che, nel pieno dell’Apocalisse, si sono risvegliati dal sonno eterno e premono per uscire dai loro sepolcri. Vorrebbe rifiutarsi, lasciare tutto e fuggire lontano, ma come?

Gli zombi, come batteri cannibali, stavano infettando la terra. Ovunque, nello stesso preciso momento e senza che si sapesse il perché. Dopo alcuni mesi era possibile catalogarli in più varietà. […] C’erano i cosiddetti Freschi, morti da poco e da poco quindi resuscitati, ancora integri e veloci; gli Erranti […]; i Piagnoni […]; i Rabbiosi […]; gli Straccioni, che rimanevano a marcire come fagotti di carne rancida a pochi passi dal luogo della resurrezione, incuranti di tutto ciò che li circondava e che sembravano attendere la benedizione della vera morte tramite la lenta consunzione del corpo; e infine i più temuti

di tutti, gli Accaniti, che presa consensualmente di mira una vittima qualsiasi, erano capaci di rimanere per giorni e giorni a battere contro la sua porta e non avevano pace fino a che non l’avevano infine squartata e divorata, o erano stati distrutti nel tentativo.

Deciso a giocarsi il tutto per tutto per salvare la propria vita – e la propria anima –, Oprandi escogita un piano al limite del possibile: propone alla facoltosa signorina Ursini di recuperare la bara con il corpo del padre, sepolto nella cappella di famiglia in una sperduta località montana, e di portarla in un luogo sicuro. In cambio chiede alla donna un passaggio in Svizzera, ultimo avamposto di paradiso in questa bolgia infernale.

L’impresa, com’è prevedibile, si rivela tutt’altro che semplice.

Tra cadaveri in putrefazione, stuoli di zombi assetati di sangue, gruppi armati allo sbando, sacche di resistenza e riti voodoo, il protagonista, in compagnia di una stramba combriccola, sarà costretto ad affrontare i propri spettri interiori e a lottare per impedire alla propria parte mostruosa di prendere il sopravvento. L’incontro fortuito con una bambina, tra gli altri, sarà l’occasione per riscattarsi e per ristabilire valori assoluti quali la responsabilità e la solidarietà.

Dopo l’esordio con la trilogia dedicata ai vampiri modenesi – definita dalla critica “horror sociale” –, Vergnani torna in libreria con un nuovo, straordinario romanzo, capace di indagare le profondità più recondite dell’animo umano. Rivisitando il tema del vampiro e degli zombi, lo scrittore ci consegna, sotto forma di metafora, uno spaccato sconcertante della realtà attuale. Introspezione, precarietà postmoderna, il tutto condito dal sapiente uso della parola, dalla cura per le descrizioni e dalla caratterizzazione puntuale e realistica dei personaggi. I vivi, i morti e gli altri non è solo un’avvincente storia che terrà il lettore con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina, ma è anche una riflessione sincera e intensa sulla vita e sulla morte, sull’amicizia, sul senso di smarrimento e sui valori fondamentali dell’essere umano.

Claudio Vergnani (Modena, classe 1961) è considerato uno degli autori più interessanti e originali della narrativa horror italiana. Svogliato studente di liceo classico e ancor più svogliato studente di giurisprudenza, preferisce passare il tempo leggendo, giocando a scacchi e tirando di boxe. Dopo una parentesi militare, sbarca il lunario passando da un mestiere all’altro: dalle palestre di body building alle ditte di trasporti e alle agenzie di pubblicità, fino alle cooperative sociali, sempre perennemente fuori parte e costantemente in fuga. Nel 2009 la pubblicazione da parte della casa editrice Gargoyle del suo romanzo d’esordio, Il 18° Vampiro (ripubblicato in edizione pocket nel febbraio 2013), ha costituito un piccolo e fortunato caso editoriale, non solo per il significativo successo di vendite, ma anche per l’entusiastica accoglienza di pubblico e critica, confermata dai sequel Il 36° Giusto (2010) e L’ora più buia (2011).

Del 18° Vampiro hanno detto:

“Un’Emilia grondante sangue, a suo modo metafora del mondo, per una prova narrativa originale che dovrebbe entusiasmare gli appassionati del genere (e non solo). La Repubblica

Dal 18° Vampiro è stato liberamente tratto un booktrailer


Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentaseiesima parte)


lupo-lunaQualcosa mi serro il braccio, lacerandomi le carni.
“Il lupo mi ha azzannato.” pensai.
Il dolore era accecante. Voltandomi, la bestia non mollò la presa, ma potei vederla. Era Dany, ne fui sorpreso. Mi aveva serrato il braccio, continuava a stringere, mentre le sue unghie penetravano sempre più nella carne. Cercai di divincolarmi, poi vidi la sua mano artigliata avvicinarsi, con il braccio che avevo libero cercai di coprirmi il viso. Un’unghiata raggiunse il mio collo, lacerandolo. Sentii un dolore pazzesco. Non avevo alternative, lei mi teneva bloccato un braccio, l’altro lo tenevo in viso affinché non mi cavasse un occhio. Le mie gambe erano fra le sue e la parete, non avrei potuto sferrare un calcio decente… C’era solo un’alternativa. Una testata.
Potei sentire i suoi artigli uscire dalle mie carni, la vidi barcollare all’indietro. Avrei avuto voglia di ammazzarla di botte, ma optai per una scelta più ponderata; mi volsi e scavalcai la finestra. Scesi dalle rugginose scale che ondeggiavano paurosamente. Una volta giù insieme a Stefy e Demon ci dirigemmo verso l’auto. Saliti, chiusi le sicure e tirai un lungo sospiro.
“Anto ma…”
“Ti prego Stefy, un po’ di silenzio per favore.”
Restai per alcuni minuti con gli occhi chiusi.
Guardai poi il mio povero braccio martoriato, e toccai le ferite che avevo sul collo.
“Ma che aveva delle lame al posto delle unghie?”
“Fai vedere un po’.”
“Porca miser….”.
“Anto, ti fa male?”
“Abbastanza.” le risposi.
Demon iniziò ad abbaiare. Guardandomi intorno vidi davanti al parabrezza la figura di Daniela. Era li, immobile e ci osservava. Non ci pensai su molto, misi in moto con l’intento di metterla sotto, ma quando alzai lo sguardo era già sparita. Uscimmo dal viale che ci aveva condotto all’albergo, immettendoci sulla strada principale.
“Anto, adesso dove andiamo?”
Guardai l’ora sul display dell’auto erano le 02:45.
“Ti dispiace se le poche ore che ci separano dal giorno, le passiamo in auto?”
“No, figurati, credo che saremo più al sicuro in auto che in un altro posto.”
“Appunto, non mi và per niente di andare a finire in un altro albergo fantasma.” le risposi.
Dopo aver gironzolato un po’, mi accorsi che sia Stefy che Demon dormivano, non c’è la facevano proprio più. Decisi che era arrivata l’ora di riposare anche per me. Non riuscivo a mantenere più gli occhi aperti. Accostai l’auto sul ciglio della strada.
Dopo alcuni minuti, mi resi conto, che chiunque passando di lì avrebbe notato l’auto. Dovevo cercare un posto più riparato per passare la notte. Notai un piccolo spiazzo, una sorta di piazzola d’emergenza, accostai. Il posto era deserto. Scesi dall’auto per prendere un po’ d’aria, ma presi soltanto freddo, il vento si era fermato, l’aria era stagna, si gelava. L’umidità era palpabile, il manto stradale ricoperto da una brezza ghiacciata. Si poteva notare, al riflesso della poca luce lunare, tanti piccoli cristalli luminosi. Lo strato semitrasparente era interrotto soltanto dalla scia dei pneumatici della mia auto. Guardai con attenzione il manto, per cercare di intravedere delle impronte, ma niente. Con tutta probabilità l’ultima auto transitata da quelle parti risaliva a ore prima. Mi stiracchiai. Guardando la mia auto, potei vedere i vetri appannati, ci dovevano essere parecchi gradi di differenza fra il fuori e il dentro dell’abitacolo.
Uno scricchiolio destò la mia attenzione. Non capii bene da dove provenisse.
Un altro rumore sordo squarciò il silenzio di quel posto. Eravamo su una strada di montagna, avvolti dall’oscurità e  qualcosa si muoveva di soppiatto intorno a noi. Seguii un altro suono. Era come se qualcuno bussasse a una porta.
“Il bagagliaio dell’auto.” pensai.
Ed era così. Un altro tonfo mi diede la certezza di ciò che avevo solo immaginato.
“Qualcosa di pulsante, repellente e disgustoso era rinchiuso nel mio portabagagli.”
Mi avvicinai, osservandolo. Ero più che convinto che all’intero ci fosse Daniela, nascostasi quando ce n’è eravamo andati dall’albergo. Il pulsante d’apertura del portabagagli era lì in bella vista, con la sua fessura per la chiave. Non chiudevo mai a chiave, mi sarebbe bastato spingere il pulsante per liberare… la creatura. Colava sangue… un filo di sangue iniziò a scolare dalla fessura percorrendo la carrozzeria per poi adagiarsi sul freddo manto stradale. Era vischioso, denso e orribile. Dovevo sapere, dovevo vedere, ma soprattutto volevo. Con ribrezzo, misi il pollice sul pulsante ed aprii.
Il bagagliaio era colmo di sangue. Adagiata al suo interno Daniela.
“Ciao Anto, facciamo il bagno insieme?” mi disse mentre, con una cannuccia beveva la sostanza.
Restai senza parole. Daniela era distesa in una vasca di sangue, anche il suo volto e i suoi capelli erano sporchi. La cosa più disgustosa era data dal fatto che lo stava sorseggiando con una cannuccia.
“Prova anche tu, è buono, è quello di Marco.”
“Ahhhhhhhhhh.”
“Anto?”
“Anto… Svegliati.”
“Ma che succede?”
“Anto, hai avuto un incubo?”
Vidi Stefy e dallo specchietto retrovisore il muso di Demon. Era giorno. L’orologio segnava le 07:05.
“Stefy è stato bruttissimo.” le dissi, stropicciandomi gli occhi.
“Adesso è passato.” rispose, dandomi un bacio sulla guancia.
Guardando oltre il vetro dell’auto mi resi conto che eravamo sul ciglio della strada. Mi ero addormentato, quando avevo creduto di ripartire, per cercare un posto meno in vista, ero già nell’incubo.
Mi passai una mano sul collo, potei sentire al tatto delle piccole crosticine.
“Anto, non ti toccare.”
“Sì, hai ragione.”
Le artigliate di Daniela erano state davvero feroci, ma per mia fortuna  non mi facevano più male. Guardai poi il braccio, il sangue si era coagulato. Mi passai la mano sulle labbra, erano secche, come anche la mia gola.
“Stefy, facciamo colazione, prima di metterci al lavoro?”
“Buona idea.”
Era strano, stavamo vivendo il peggiore degli incubi, eppure trovavamo la forza di compiere azioni quotidiane come una colazione.
“Era normale, dovevamo pur mettere qualcosa sotto i denti.” pensai.

Continua…

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Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentacinquesima parte)


horro-hotel“Sobbalzai, per poi rendermi conto della situazione. Era l’uomo della reception, che per farsi vedere, aveva acceso una torcia elettrica, puntando il fascio di luce sotto il suo mento. Sembrava un fantasma.
“Ah, è lei? Quasi mi prende un colpo.”
“Mi scusi signore, non era mia intenzione spaventarla.”
“Si figuri, ma che succede?”
“C’è stato un blackout tutta la zona è isolata.”
“Scusi, ma dove sono le altre persone dell’albergo?”
“Dormono” rispose l’uomo.
“A quest’ora? Ma sono appena le 21:00.”
“Immagino, che siano nelle loro camere, signore.”
“Ok, io torno in camera mia, speriamo che ritorni al più presto la luce.”
“Signore, prenda un paio di torce elettriche, le potrebbero servire”.
“Grazie, molto gentile.”
Accesi una delle torce e spensi l’accendino riponendolo in tasca. Salii le scale e mi ritrovai al pianerottolo al terzo piano. Uscendo dall’antro delle scale mi ritrovai sul corridoio dove c’era la mia camera. Girai la maniglia ed entrai.
“Anto, sei tu?”
“Sì, Stefy, niente paura.”
Stefy era seduta sul letto con un asciugamano sulla testa, Demon era ai suoi piedi.
“Anto, tutto bene? Ci hai messo un po’ a tornare, eh?”
“Sì, mi sono intrattenuto di sotto a parlare con l’uomo della reception.”
Non volevo raccontarle dell’ascensore e del sesto piano. Era già spaventata, non era consigliabile raccontargli altre esperienze simpatiche.
“Stefy, ti dispiace se riscendo un attimo?”
“No, fai pure. Ma perché?”
“Ho dimenticato il motivo per cui ero sceso. Ho sete, e a pensarci anche fame.”
“Anto, mi prendi una coca?”
“Certo. Tieni, prendi questa torcia elettrica, così almeno non resterai al buio.”
Avevo raccontato a Stefy un mare di cavolate, volevo riscendere nella Hall per chiedere a quell’uomo se si ricordava di Marco. Quel signore sembrava proprio quello descritto nel diario del mio amico, inoltre se era lui, si sarebbe ricordato di certo del bomber dei Miami Dolphin. Non volevo torturare Stefy con le mie paranoie.
Arrivato nell’atrio, indirizzai il fascio di luce verso il grande bancone in legno della reception. Il pezzo di legno sembrava molto vecchio. Avvicinandomi, notai che appoggiato sulla superficie del banco vi era una sorta di registro. Lo aprii alzando una densa nuvola di polvere. La potei scorgere grazie al fascio di luce emanato dalla torcia.
“Allora, iniziamo a guardare gli ultimi ospiti di questo hotel…”
Strano, in fondo alla lista ci dovevano essere il mio nome e quello di Stefy, ma non c’erano. Mi accorsi che non si trattava di un registro clienti, era più un libro degli ospiti.
“Che cosa carina.” pensai.
Sfogliando le pagine, potei leggere i commenti dei clienti che avevano alloggiato nell’albergo:

L’albergo è molto confortevole.
Invitante per dormirci.
Maurizio Grande

L’hotel si presenta silenzioso e isolato, ottimo
Massimo Stellucci

Il posto è l’ideale per il riposo eterno.
Francesca Golia

Scappa da questo posto…Sono tutti morti.
Marco Ferraris

“Cosa? Ma?” Mi voltai, orientando il fascio di luce tutt’intorno. Il parato sulle pareti era marcio e decadente, i vetri della porta di ingresso erano infranti. Il banco della reception era colmo di tarme. Oltre si poteva vedere una bacheca appesa alla parete, le celle contenevano fitte ragnatele, le piastrelle del pavimento erano per la maggior parte scheggiate.
Un solo pensiero in quel momento. “STEFY.”
Corsi su per le scale, il marmo sui gradini era spaccato, su alcuni mancava del tutto, lasciando intravedere il nudo cemento. Arrivato alla porta che mi avrebbe permesso di percorrere il corridoio del terzo piano, notai che quest’ultima era coperta di ruggine. La vernice mancava  all’appello. Agendo sulla maniglia antipanico fui investito da uno stridio terrificante, una volta aperta la  porta, sentii un rumore sordo alle mie spalle, voltandomi vidi che la porta si era riversata nel corridoio. Giaceva immobile sul pavimento polveroso. Guardai l’ascensore, era ancora bloccato, ma con tutta probabilità non aveva mai funzionato. Arrivato alla porta della camera, cercai di aprirla, ma il pomello si staccò rimanendo nel palmo della mia mano. Con violenza calciai la porta che si spalancò.
“Stefy dove sei.” urlai.
“Anto, sono qui.”
La vidi accovacciata in un anglo della stanza sotto la finestra, vicino a lei Demon.
“Anto, ma che succede? Questo posto è un inferno.”
Guardandomi attorno vidi la rete metallica del letto senza materasso. L’unica finestra della camera aveva i vetri infranti, la persiana in legno era marcia, mancavano alcuni listelli e su quelli rimasti la vernice si era scrostata. Nella porta del bagno vi era una grossa apertura centrale, era come se qualcuno l’avesse sventrata. La luce della torcia incrociò lo specchio crepata sulla parete del bagno.
“Stefy, dobbiamo uscire di qui subito.”
L’aiutai a rialzarsi e con orrore si manifestò il peggiore dei miei incubi.
“Stefy, ma cosa hai in testa?”
“Anto, è un asciugamano… perché?”
“Fai vedere un’attimo.”.
Era blu… aveva delle righe color arancione… lucido… aveva elastici… c’era scritto qualcosa:

Miami Dolphin

Era il bomber di Marco.
Me lo legai in vita, presi Stefy per una mano, chiamai Demon. Usciti fuori al corridoio, ci dirigemmo verso le scale
“Ma cosa?”
Le scale erano sbarrate con grosse assi di legno. Cercai con un paio di calci ben assestati di scardinarle, ma niente. L’unico risultato che ottenni, fu quello di farmi molto male. Ritornammo sui nostri passi, passando vivino alll’ascensore, e davanti la nostra camera. La corsia terminava con una finestra. Affacciandomi potei vedere la mia macchina parcheggiata.
Fuori era meno buio che all’interno. La luce lunare ricopriva lo scenario circostante con un freddo, ma confortevole velo bluastro. Il lugubre corridoio dove eravamo rinchiusi era privo di luce. Il poco bagliore era dato dalla torcia datami da quell’uomo.
“Stefy, dov’è la tua torcia?”
“L’ho lasciata in camera.”
“Venite… Venite…”.
Una voce ci chiamava da una delle porte semiaperte. La riconobbi, era la voce del baffuto uomo della reception.
Non mi era sembrato cattivo, anche se il pensiero non mi convinceva del tutto, ma non avevamo scelta. Avevo una brutta sensazione… che la stamberga in cui eravamo, sarebbe crollata da lì a poco.
“Muovetevi… Venite.”
Mi avvicinai alla porta, sempre tenendo Stefy per una mano. Calando lo sguardo vidi Demon vicino alle mie gambe. Entrai nella stanza, ma non vi era nessuno, e soprattutto, non vedevo vie d’uscita. Si alzò un forte vento, la finestra e la porta alle nostre spalle sbattevano, quasi spinte da una forza sovrannaturale… forse così era. Mi avvicinai alla finestra, le ante volarono giù. Avevo un ansia addosso, che la si sarebbe potuta anche toccare. Affacciandomi vidi una struttura in ferro, non meglio definita, alcuni secondi dopo mi resi conto che si trattava di una scala antincendio.
“Stefy, c’è una scala, forza andiamo.” le urlai.
“Non sentii la sua risposta, e non riuscii a guadarla, il vento era fortissimo, con tutta probabilità si era portato via le sue parole, così come anche le mie. L’unica certezza che avevo in quell’inferno era che sentivo la sua mano salda nella mia… era attaccata a me… non dovevo perderla. Con il piede toccai qualcosa appena sotto la finestra, non so dire di cosa si trattasse. Salitoci sopra balzai dall’altro lato della finestra. Mi trovai su una grata metallica. L’intera impalcatura metallica ondulava paurosamente sotto il soffio del vento. Tirai a me Stefy, i suo capelli mi investirono, cercai di togliermeli dalla bocca.
“Demonnn… Demonnn…”.
La povera bestia era rimasta dentro.
“Ant… Dov… Vai?”.
Il forte vento di poco prima si era tramutato in una vera e propria tormenta. Si sentivano strani fruscii, guardando verso l’alto potei vedere una persiana staccarsi, per poi sprofondare nel buio del giardino sottostante. Non riuscivo a sentire le parole di Stefy. Le mostrai una mano tesa verso l’alto, per indicargli di aspettare un attimo. Entrai di nuovo nella camera, Demon era proprio sotto la finestra. Lo presi in braccio facendolo salire sul nudo davanzale della finestra. Balzò fuori.
Un alito caldo investì il mio collo.
“Tu dove credi di andare?” rintronò una voce dentro il mio orecchio destro.”

Continua…

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Gli occhi del male. Romanzo a puntate (trentaquattresima parte)


porta-chiusaUna volta in camera, notai che si trattava di un’ambiente  essenziale, un armadietto, uno scrittoio, un piccolo bagno e un’unica finestra che affacciava sullo stupendo paesaggio della costiera.
“Cavolo, Stefy… è l’albergo dove hanno pernottato Riccardo, Marco e Daniela.”
“Può darsi, anzi deve essere così.”
Sì, è lui. Marco diceva nel diario di essere salito a piedi sulla collina. Questo è l’albergo più vicino.”
“Anto, che facciamo cambiamo hotel?”
“Non sarà necessario, quello che è successo qui è passato. Guarda l’arredamento e i mobili, sono quelli descritti da Marco nel suo diario. Incredibile.”
“Anto, io farei volentieri una doccia, tu permetti?”
“Ehi, come no. Fai pure, nel frattempo io vado nella Hall a chiedere se si può avere qualcosa da bere.”
“Ok, ma fai presto.”
“Non preoccuparti, tornerò prima che tu abbia finito la doccia.”
Uscii dalla camera. Demon voleva seguirmi, chiusi la porta per non permetterglielo. La porta dell’ascensore era aperta. Notai che si trattava di un vecchio ascensore in metallo con porte scorrevoli. Sul lato opposto alla porta vi era un grosso specchio. Pigiai sul pulsante “T”. Le due ante che formavano la porta si chiusero. La cabina iniziò a salire.
“Ma cosa succede?”
Avevo pigiato il pulsante per raggiungere il piano terra, e l’ascensore andava verso l’alto. Passarono pochi istanti, poi vidi le porte riaprirsi e il pulsante numero sei accendersi. Avevo paura, scesi sul pianerottolo, girandomi verso l’antro dell’ascensore. Le porte si richiusero, potei sentire il rumore metallico dei cavi. L’ascensore stava scendendo. Il pianerottolo era deserto. “Come quasi tutto l’albergo.” pensai. Ero all’ultimo piano, questo lo potei capire dalla disposizione della pulsantiera dell’ascensore. Il piano numero sei era l’ultimo. Decisi che per raggiungere la Hall sarebbe stato meglio usare le scale. Una porta di metallo con su scritto: Scale, mi avrebbe permesso di scendere ai piani inferiori. La porta era bloccata e la maniglia antipanico non voleva saperne di funzionare. Spingendo verso il basso la porta non si apriva, capii che con tutta probabilità era chiusa a chiave. Tornai sui miei passi, l’unica soluzione era prendere l’ascensore. Un rumore metallico echeggiò nel corridoio. Una porta si aprì. Ero lì davanti l’ascensore, ma guardavo la porta alle mie spalle, era semiaperta… socchiusa. Qualcuno l’aveva aperta, ma nient’altro. In quel momento immaginai di tutto. Continuavo con le dita a spingere sul pulsante di chiamata dell’ascensore, ma la cabina non arrivava. La porta semisocchiusa alle mie spalle cigolava… aprendosi un po’, per poi richiudersi. “Qualcuno mi stava spiando, qualcosa mi voleva in quella camera.”
Le porte dell’ascensore si aprirono, come anche la porta alle mie spalle, potei vederla attraverso lo specchio. Mentre gli sportelli metallici dell’ascensore si chiudevano notai un ombra venir fuori dall’oscurità della camera, ma non riuscii a vedere bene. Feci un lungo sospiro. Toccandomi la fronte potei notare che era umida. me la stavo facendo addosso per la paura. Un rumore sordo e il traballare dell’ascensore mi scosse. Il neon che era sulla mia testa prima si spense e accese ad intermittenza, poi fu buio.
“Di bene in meglio.” pensai.
L’ascensore si era arrestato per via di un blackout, e io con la fortuna che mi ritrovavo c’ero rimasto dentro. Restai in silenzio, aspettando che la cabina riprendesse la sua corsa, ma niente. Estrassi dalla tasca lo zippo e feci luce. Sulla pulsantiera, oltre ai numeri dei piani c’era un simbolo di un campanello. Pigiandolo non successe niente. In basso vi era un pulsante con a fianco una griglia metallica, un microfono pensai. Vicino la griglia forata c’era una dicitura: In caso di emergenza contattare il portiere.
“Pronto, mi sentite? Sono rimasto chiuso in ascensore, c’è qualcuno?”
Sentii un rumore, come una trasmissione radio disturbata… qualcuno aveva alzato il ricevitore dall’altra pare.
“Ehi. Sono rimasto chiuso in ascensore, qualcuno potrebbe spiegarmi cosa succede?”
Dall’altra parte fu solo silenzio. Mi stavano saltando i nervi, non soffrivo di claustrofobia, ma il sol pensiero che i cavi d’acciaio potessero cedere, facendomi precipitare nel vuoto mi atterriva. Non solo, alle mie spalle avevo uno specchio, non mi sarei girato per nessuna cosa al mondo. La mia immagine riflessa, illuminata dalla fioca luce della fiammella dell’accendino, sarebbe bastata a farmi svenire. Un brusio, un mormorare proveniente dal citofono destò la mia attenzione. Mi avvicinai con l’orecchio al ricevitore fino ad appoggiarmi. Qualcuno stava sussurrando qualcosa, ma non si capiva bene. Era una voce lontana.
“L… L… La… T… U… Tu… A…”.
“La Tua?” capii.
“T… O… M… B… A…”.
“La tua tomba?” gridai a voce alta.
“Que… Sto… P… Osto…”.
“Questo posto sarà la mia tomba?”.
Un stridio metallico mi fece sobbalzare, L’ascensore tremò, per poi assestarsi.
“Cazzo. I cavi, stanno cedendo.”
Sarei morto lì dentro, come avrei potuto salvarmi?
“Dio, ti prego aiutami” urlai dentro di me.
L’accendino mi cadde per terra. Un pensiero fulmineo, dettato, credo, dall’istinto di sopravvivenza, mi suggerì una via di scampo. Non era la prima volta che rimanevo chiuso in  ascensore. Una volta un tecnico mi spiegò che c’era un modo per aprire le porte. In mezzo alla fessura, situata alla base degli sportelli scorrevoli, ci doveva essere una piccola levetta che serviva a disattivare le porte elettroniche, rendendole manuali. Mi accovacciai sul pavimento, con l’aiuto della fiamma cercai di individuare la levetta. La vidi, era sulla destra. Infilai l’indice nella fessura e cercai di tastare la leva, non sapevo se tirarla, spingerla o cos’altro, ma dovevo in ogni caso fare qualcosa. Un altro rumore sonante mi fece trattenere il respiro. Il pavimento su cui ero disteso vibrò per un istante. Con il dito tastavo la levetta, che non ne voleva sapere di muoversi. Poi ci fu un “Clic” Sentii al tocco che si era mossa verso destra. Mi alzai e cercai di aprire le porte, ma non si muovevano, infilai le dita nella fessura dove gli sportelli si baciavano ogni volta che le porte si chiudevano, e spinsi. Le due metà si aprirono. Con disperazione mi resi conto che mi trovavo fra due piani, dovevo strisciare sul pavimento per fuoriuscire da quella tomba. L’intera ascensore vibrò… Avrei dovuto strisciare veloce. Se i cavi avessero ceduto mentre ero in transito fra le porte sarei stato troncato in due. Lanciai lo zippo sul pavimento del pianerottolo, quasi per voler vedere cosa si celava nel corridoio avvolto dall’oscurità. L’accendino urtando sul pavimento si spense, tutto l’ambiente circostante piombò nell’oscurità. M’accovacciai vicino la parete dello specchio.
Avrei potuto darmi lo slancio con i piedi. Balzai fuori, fui veloce, anzi velocissimo. Alzandomi facendo luce con il mio amico di fumo vidi che ero ricoperto di polvere. Voltai lo sguardo all’ascensore… era sempre lì… non si era mosso. Decisi di scendere per le scale, la porta era aperta. Arrivato nella Hall non vidi nessuno.
“Ehi, c’è qualcuno?” dissi, mentre con l’accendino cercavo di scorgere qualcosa.
“Ci sono io.” rispose una voce alle mie spalle.

Continua…

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